L'Io-mondo di Enrico Piergallini
giovedì 06 dicembre 2007

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1. Note bio-bibliografiche

Enrico Piergallini è nato nel 1975 nelle Marche. Laureato in “Letteratura italiana moderna e contemporanea” all’università di Bologna, vive e lavora a Grottammare (AP). Ha collaborato alle riviste “Filologia e critica”, “Hortus”, “L’arancio”, “Atelier” e pubblicato testi su molte altre riviste tra cui “Nostro lunedì”, “Nuovi argomenti” e “La Gru”. Nel 1999 ha
vinto la XII edizione del premio “Sandro Penna” con Tra rocioli disperso (Stamperia dell’arancio, 2000). Nel 2001 ha pubblicato sulle pagine della rivista “Atelier” una silloge poetica dal titolo Scavi e scogli. Nel 2006 per le edizioni “La luna”, a cura di Eugenio De Signoribus, esce invece la plaquette Giacimenti.




2. Un “Bildungsroman” poetico: Tra rocioli disperso (2000)

 

Il primo libro poetico del giovane poeta marchigiano Enrico Piergallini è il resoconto di un’esperienza, quella universitaria, che si svolge interamente entro le mura di Bologna. Le coordinate geografiche sono esplicite così come i nomi delle vie, le insegne dei negozi e quelle dei bar. Non lo fossero, Piergallini apre la raccolta con la lirica “Bologna fu poesia”, ad illustrare sin dal proemio l’habitat scenico e sentimentale entro cui si svolge il percorso poetico: Bologna città universitaria, «natale a me distante», «tavolo sporco di ricordi» da «abbandonare». Tra le pagine di uno studio vissuto con passione e perizia (tra lecturae Dantis, Canti di Leopardi e librerie) e relative riflessioni meta-poetiche sullo stile e sul senso della scrittura, si insinua un universo di esperienze personali, d’amore e d’amicizia, vissuto con un senso di precarietà sentimentale ed esistenziale che permea e caratterizza l’intera opera.

 

            Per noi anime incarbonite,

            ad attenderci sarà anche per noi un’ultima cena

            di racconti nostalgici e finti brindisi.

            La parola che decide, la forbice dell’addio

            stringerà la gola,

            tutto nasconderà una risata

            e così anche noi, come tanti,

            sacrificheremo inutili promesse.

 

 

L’ascendenza montaliana è fin troppo chiara: la parola-forbice che decide e recide, l’ineluttabilità degli eventi, la parola poetica come consapevolezza amara del sacrificio vitale. Scrive Elio Pecora: «Dal Novecento italiano Piergallini ha ereditato la nostalgia di un’esistenza colma, irriflessa. Il pensiero che la parola della poesia sottragga sostanza a quel che è, e tocca ed esalta e addolora, per trasferirla nell’altrove dell’arte, lo porta a sentirsi costretto in un limbo, fra “anime incarbonite”». Eppure «se il timore della fragilità dei sentimenti e la minaccia dell’inerzia e dell’inedia premono da ogni parte, e il nulla e l’assenza si presentano come fantasmi invincibili, v’è poi l’amore, come perdita e insieme come ritrovamento di sé […] perfino nella delusione e nella smentita».

 

            ma se saettasse un sorriso,

            un cartello indicasse l’inatteso;

            se dietro queste vetrine

            – noiosa domenica crepuscolare

            che le accendi – qualcuno

            accusando la mia inerzia

            offrisse il bivio

 

            […]

 

            non pone interrogativi il recidere

            ma solo fiducia e fermezza.

 

 

È l’azione vitale che Piergallini, come un giovane Pavese, brama, e da cui viene invece rigettato dentro ad un «cappotto d’inerzia», nuovo “osso” montaliano entro le secche di una vita solitaria e aridamente contemplativa.

 

            Per ora accetto questo vizio:

            come contabile rassegnato,

            registro palpiti d’esistenza

            e le sue finestre

            e la mia avidità.

 

 

La “redenzione” verrà, l’inatteso “bivio”, la possibilità di una “scelta” decisiva: verrà nel pretesto di un’esperienza affettiva, nata come comunione di solitudini e presto trasformatasi in assenza e distacco: «Forse è nel vuoto cercarti / che scava la voragine del distacco»; «Tutto tradisce la tua assenza / e questo nulla ormai non ha più alibi». Eppure è proprio in questo dolore che si avvera lo scarto agognato, l’anelito vitale che dal limbo dell’inerzia condurrà il giovane autore al mondo reale degli avvenimenti. D’improvviso i testi gozzanianamente strabordanti di citazioni (da Dante a Lacan, da Montale a Sanguineti) vengono abbandonati. Resta un tono classicamente tragico, bellezziano: un verso che se pure stilisticamente manierato («scrivo / con la penna d’altri») ha finalmente preso atto, come alla fine di un vero e proprio romanzo poetico di formazione, di non essere altro, senza la vita reale, che parola secca, guscio vuoto:

 

            Se di tutto un verso dovrà rimanere

            non ti contiene, non ci interessa.

 

 

 

3. La poesia geologica: Scavi e scogli (2001)

 

Nel giugno del 2001 Enrico Piergallini pubblica sul n. 22 di “Atelier” la silloge Scavi e scogli, con una nota di Giuliano Ladolfi. Se il punto di vista resta essenzialmente quello autoriale e soggettivo, l’oggetto della visione si dilata dal «brulicante formichio» del punto di vista interno, le strade bolognesi, alla solinga contemplazione di un “paesaggio familiare”, la campagna marchigiana e la riviera adriatica, che il poeta, conclusa l’esperienza universitaria, ritrova e canta nelle sue corrosioni fisiche e morali, nelle sue infezioni o degenerazioni:

 

            La terra nel fianco del colle

            morso anni fa dalle ruspe

            è annerita come un torsolo marcito.

 

 

A proposito di questi testi scrive Luigi-Alberto Sanchi di «corpo della terra» come «metonimia della Storia» e di, «soprattutto, tema poetico, poesia geologica, sguardo sulla materia, amore per la morfologia dell’impasto pietroso dei nostri Appennini […]. Si preannunciano già da questi brevi esempi i suoni che compongono questa sinfonia della terra, come le vocali ampie, sovrastate dalle ‘a’ in posizione tonica, il martellare delle consonanti occlusive, gutturali, spesso geminate, rilevate dalle sibilanti, dalle ‘z’ dure di alcune parole-chiave come pozzo, spiazzo, palazzo» (da Contro la lingua di Orfeo, 2006, autoprodotto). Sono soprattutto i verbi utilizzati, aggiungo, ad esasperare la matericità del dettato (“tossisce sassi”, “s'inserra”, “s'infossa”, “drenano”) alimentando significativamente la mimesi sonora, sibilante, di un paesaggio scavato dagli agenti meteorici. È qui l’origine di quel metodo poetico che rintracceremo soprattutto nell’ultima produzione di Piergallini e che ho voluto chiamare “Io-mondo” in quanto superamento dell’io lirico e del soggetto poetico tipico della poesia novecentesca. In Scavi e scogli, pur permanendo l’ombra del soggetto poetante, questo si traduce a tutti gli effetti in un narratore poetico onnisciente che introduce il vero protagonista della scena: il suolo.

 

            ormai il catrame sgrana tra le selci

            e l'asfalto si spella, scopre un lastricato

            d'infissi scorticati

            rancidi panni sporchi

            amputati tricicli dilaniati dissepolti.

 

 

Importante è comprendere come la descrizione geologica del paesaggio naturale coincida in Piergallini anche con il corpo autoriale e con il dato biografico e psicologico. L’io-mondo che si prefigura è dunque la coincidenza del tempo soggettivo con quello storico e geologico. Questo lo si può comprendere sia dal confronto con il primo libro dell’autore marchigiano, in cui la sensazione di sgretolamento e perdita viene affrontata mediante la tematica montaliana dello “scarto”, sia analizzando alcuni versi in cui la complementarietà dei livelli di comprensione è evidente:

 

            forfora di ghiaie paglia e salnitro

            sorreggono a stento la casa vecchia,

            straziata dalle scosse e dai ricordi

 

 

La «casa vecchia, / straziata dalle scosse e dai ricordi», è un luogo realmente osservato, nella tradizione dell’osservazione partecipata. Al contempo questa icona del disfacimento naturale si mostra anche come allegoria di un luogo interiore, pascolianamente soggettivo: la precarietà esistenziale di un giovane poeta alle prese con un presente metamorfico e con un passato prossimo già subitamente svanito. A sua volta la medesima immagine si offre come metafora di un processo storico in atto, la fine dell’epoca moderna e delle sue tradizioni, i «ricordi», regionali e locali. Scrive difatti l’autore stesso: «credo di essermi approssimato a quel senso di disfacimento (di cancrena e di necrosi) che si avverte attraversando i paesi sparpagliati sotto l’Appennino, soprattutto in pieno inverno. È falsa e superficiale l’impressione che zone così lontane, rintanate nei fossi, ridotte a qualche centinaio di abitanti, non siano mai state violentate dalla storia. Al contrario: esse sono timbrate, ulcerate, masticate anch’esse dai grandi avvenimenti. Restano sparsi detriti: un miliario, una bandiera lacerata, qualche distratta allusione in una cronaca mediolatina». Tra «Frantumi, frattaglie di trattori» e «muri infetti, pustole di vernice, stucchi sopravvissuti» Enrico Piergallini mette in scena dunque un vero e proprio “canto della terra” in cui il lavoro antropologico ed archeologico di scavo si traduce in una compresenza di tracce naturali o antropiche, del passato e del presente, in uno stato di sospensione della storia e di definitiva “contemporaneità” di tempo personale, tempo storico e tempo geologico. Così, come fossero memorie personali, «Pulsano dentro San Giovanni / intestini di macerie…». È il movimento sotterraneo dei processi naturali che divora, ossidandola, la presenza storica dell’uomo. Tutto diventa paesaggio: la presenza resto, la vita osso. Le tracce si disgregano, confondono e compenetrano.

 

            All'improvviso accanto ad una quercia

            un'ossificata cinquecento s'è inciuffata,

            incarnita d'erba

 

 

Anche lo scoglio menzionato sin dal titolo della silloge, simbolo per antonomasia di resistenza e di forza, è «corroso dall'acido delle alghe e dal sale» e «Affonderà di questo passo / così, senza sostegno, gonfio d'acqua». Si prefigura dunque una percezione lucreziana della natura, un sentimento di precarietà della presenza individuale che si fa ora cifra di una legge estendibile all’intera storia dell’uomo e dell’universo fisico: la legge dell’eterna metamorfosi e dei suoi resti.

 

            Un tempo qui tutto era sommerso dal mare.

            Oggi restano grotte ossibuchi e dentro

            quei tatuaggi di conchiglie...

 

 

 

4. L’io-mondo: Giacimenti (2005)

 

“Catalogare i resti prima che si sciolgano […] sarà senz’altro un’operazione necrofila. Eppure essa tenta di scongiurare la maledizione che grava ormai sulla natura e sugli uomini”: così scrive Piergallini ad apertura della breve raccolta Giacimenti, edita per le edizioni “La luna” a cura di Eugenio De Signoribus. È infatti un conflitto irrimediabile tra l’origine di un disegno umano, o umanista, e la sua deriva storica, la traccia principale del percorso poetico, e politico, affrontato dal trentaduenne autore marchigiano: quasi una traduzione collettiva (e non a caso la forma qui dominante è quella della vecchia canzone popolare, dagli accenti reiterati e dalla rima sporca a fine verso) di un discorso già intrapreso su un piano più strettamente lirico e personale nella precedente silloge Scavi e scogli.

 

            si crepano i pontili tramortiti

            i bambini si stringono alle madri

            il mare stupra tronchi tumefatti

            e sputa a riva corpi disperati

 

            nessuno sulla terra niente ha fondo

            né centro fisso solo lava sciolta

            che sbocca come pus sopra la crosta

            e deforma la geometria del mondo

 

            le derrate sono salve nella stiva

            ma dove stiperemo i passeggeri?

            si spaccano in più punti gli emisferi

            e i continenti vanno alla deriva

 

 

Dove prima era dunque la testimonianza diretta di un paesaggio marchigiano scavato e corroso dal tempo storico e da quello geologico (secondo la tradizione dell’osservazione partecipata, dai quadri parigini di Baudelaire alle pasoliniane ceneri di Gramsci) l’io poetico si incarna adesso nell’oggetto stesso del testo: è la terra-mondo, scavata ed oltraggiata, «cariata e gonfia d’aria», il corpo del soggetto poetante. Si rilegga il Nietzsche della Nascita della tragedia a proposito del dato musicale nella poesia popolare: non si tratta più di un soggetto che analizza un oggetto, ma dell’oggetto stesso che si dispiega mediante il soggetto. Questa trasformazione dell’io lirico è forse uno dei cambiamenti più importanti che questo ultimo decennio di nuova poesia italiana ci offre, ed Enrico Piergallini è certamente uno dei principali e silenziosi artefici di questa trasformazione. Non ci si stupisca di trovarsi dunque di fronte alla voce di una terra incarnata, o di una carne interrata, che canta:

 

            al casolare afflitto dalle pene

            serrate i catenacci delle porte

            ha ingrassato con il sangue queste porche

            raccogliemmo solo acqua dalle vene

 

            ma dove t’incammini tutta sola

            lo scialle è troppo corto e fino fino

            non perderti nel fosso c’è una gola

            dove muoiono anche i raggi del mattino

 

            «ma dove siete andati voi lontani

            mi sono fatta cava per accogliervi

            se ho riempito la casa di veleni

            era per conservare gli orti per nutrirvi»

 

 

La poesia di Enrico Piergallini si gioca tutta nel segno di questa tradizione lirica-popolare, pascoliana nella scelta onnivora ed onnicomprensiva del lessico che può variare dal tecnico-scientifico al neo-volgare, senza perdere in alcun modo una linearità stilistica che possiamo definire sabiana. Come ho già scritto altrove: “paradossalmente nel nostro paese è molto difficile non fare poesia lirica, lo hanno già spiegato in molti; quello che però non si è detto è che allo stesso tempo farla è assolutamente impossibile”. Giacimenti, con le sue banchine abbandonate, i suoi asili gonfi di fango come pattumiere, le betoniere stridenti e i monti mutilati, è il frutto estetico più riuscito di questo paradosso. Ha parlato Luigi-Alberto Sanchi a proposito delle ultime poesie di Piergallini di “corpo della terra” come “metonimia della Storia”, e queste nove canzoni sono infatti delle vere e proprie scorie di civiltà sopravvissute al piallamento corrosivo del tempo: gli ultimi detriti di una storia prossima a sciogliersi definitivamente nell’oceano acido della contemporaneità. L’autore li raccoglie e tramanda, senz’altra speranza che non sia quella disperatissima della testimonianza: da nuovo sopravvissuto, ossessionato da un’idea della morte che lo perseguita, costringendolo a vivere in una perenne forma di “precariato esistenziale”. Così come tutti i suoi personaggi: da Renetta, spinta «verso il fondo», «in un tempo che ci trita come avanzi», ai pescatori «falliti» che «svendono le barche / tentano lavori altrove» e non sanno se fare alle corde un «cappio per l’attracco» o «per impiccarsi alla banchina»; dalla donna «inchiavata dentro la prigione» i cui «resti sparsi unghiate sulla porta» saranno presto cancellati dal cemento «vomitato» dalla betoniera, alla perpetua del paese morta «col suo naso schiacciato come un porco». È questo il mondo testimoniato da Enrico Piergallini: un universo di «corpi disperati», «tronchi tumefatti» sputati a riva, ferite parziali di un più ampio movimento tellurico: la deriva dei continenti. Se in Giacimenti possiamo quindi parlare di “io-mondo”, e non più di “io lirico”, è proprio per questa totale ed assoluta coincidenza di storia personale, collettiva e geologica. Enrico Piergallini ci dona con questa brevissima plaquette un tassello essenziale all’interno del variegato mosaico della nuova poesia italiana, promettendo una sicura evoluzione, forse traumatica, di questa «vita senza storia» «compressa / dentro strati geologici e calanchi».