| Sanchini intervista Majakovskij |
| lunedì 26 novembre 2007 | |
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Aderire o non aderire? La questione non si
pone per me […]. E’ la mia rivoluzione. Vladimir Majakovskij
… sento i passi nei corridoi della redazione de La Gru, sono i passi sicuri e determinati di Vladimir Majakovskij entra nella stanza, non dice nulla non dice buongiorno si siede su uno sgabello basso e nero; è seduto di lato e tace, alle sue spalle una parete ammuffita come deve essere in una redazione squattrinata che non è scesa a compromessi con nessuno. Sul pavimento di tavole chiodate gli stivali in cuoio neri riflettono la luce seppure bassa della lampada ad olio che ci divide; nella mano destra tiene un elegante cappello bianco nella sinistra una sigaretta accesa; Majakovskij fuma con la sinistra tutta la sua ansia eppure è lì, fermo e in attesa con la sua fronte spaziosa con le sue orecchie attente con barba e capelli rasati, i suoi occhi sembrano avere trovato
il varco nei miei, per farmi uscire da dentro la voce…
Vladimir Majakovskij: I letterati “puri” sbraitano: il giornale svilisce lo stile, il giornale per colpa della quotidianità distoglie dai temi più profondi […]. Il giornalista è contrario ai temi profondi. Fesserie! Sì, esigiamo una letteratura basata sui fatti. La pochezza del tema coincide con l’insignificanza dei dati raccolti. […] La differenza fra il giornalista e lo scrittore non è una differenza di scopi, ma solo una differenza di elaborazione verbale. […] Un’opera poetica pura, da rivista letteraria, segue un solo criterio: “piacere”. Il lavoro giornalistico porta il poeta a tenere presenti altri criteri: “giusto”, “attuale”, “importante”, “generale”, “verificato” e così via. Queste istanze sollecitano l’inventiva poetica.
S.S.: In Italia oggi vi sono tantissimi “letterati puri” come lei li ha definiti. Nelle loro riviste le problematiche sociali sono considerate basse, impoetiche, svilenti. Noi al contrario ci chiediamo come possa la poesia non occuparsi della realtà, occupandosi dell’esistenza. V.M.: Bisognerebbe pregare i signori poeti di scendere dal cielo in terra. Ti vanti di avere una buona padronanza della parola? Sii buono, scrivi un modello di “Deliberazione del comitato locale sulla raccolta delle immondizie fuori del cortile”. Non vuoi? Dici di avere uno stile più elevato? Dunque scrivi un esemplare articolo di fondo rivolto ai popoli del globo: può esserci forse compito più elevato? Solo allora crederemo che le tue esercitazioni nel campo della poesia abbiano un reale significato, che il tuo nobile lavoro possa essere utilizzato per migliorare la vita degli uomini. Allora nessuno avrà da ridire neanche sulle tue poesie nebulose e incomprensibili. Ma allo stato attuale, nel campo dell’arte verbale abbiamo soltanto ingegneri e neanche un operaio o un artigiano. E allora, che senso hanno i progetti elevati?
S.S.: Molti giovani poeti per uscire fuori, nel senso etimologico di esistere, partecipano a festival o premi letterari organizzati dalle “corti della poesia pura” di cui poco fa abbiamo parlato. Come bisognerebbe secondo lei valutare il lavoro di uno scrittore? V.M.: Noi dobbiamo sottoporre a un nuovo esame gli scrittori, prescindendo dal tipo di arma verbale usata e in base al loro significato sociale. E, una volta effettuato questo riesame, chissà che non accada che i “plebei” dovranno rivoltarsi contro gli aristocratici della letteratura? […] E ancora: abbandonare lo spirito letterario aristocratico, che considera solo il verso pubblicato come poesia, mentre bisogna sapere che anche un verso non pienamente elaborato è ugualmente un lavoro poetico, che solo un accademico-aristocratico non chiama poesia.
S.S.: In questa conversazione lei ha parlato di “letterati puri”, di “aristocratici”. Loro per controparte continuano a definire lei, come Pasolini, Neruda o Hikmet, solo per citarne alcuni, dei “non-poeti”. Altre volte con la complicità di grandi case editrici riescono a cancellare il lavoro di un poeta, pubblicando di questo, “solo le poesie d’amore” o impedendone la traduzione in altre lingue. Cosa ne pensa? V.M.: Una cosa ci è chiara: siamo stati noi a inaugurare la prima pagina della storia delle arti contemporanee.
S.S.: Qual è la sua definizione di poesia? V.M.: Vi sono state molte definizioni contraddittorie di poesia. Noi formuliamo l’unica giusta e nuova: “la poesia è una via verso il socialismo”.
S.S.: C’è secondo lei nella tradizione una quartina che potrebbe esprimere la definizione che ha appena formulato sulla poesia? V.M.: …l’ Evgenij Onegin…l’incanto della quartina:
Lo so, è segnato il mio destino; Ma perché si prolunghi la mia vita, Io debbo essere certo ogni mattino, Di vedermi con voi prima di sera…
S.S.: Quale senso ha avuto la poesia nella sua vita? V.M.: In tutta la mia vita non ho lavorato per creare cosette belline e carezzare l’orecchio umano, ma le cose si sono sempre disposte in modo da dare sempre dispiaceri a tutti. Sostanzialmente il mio lavoro si basa sull’ingiuria, sul sarcasmo contro ciò che mi sembra ingiusto e contro cui bisogna lottare. Venti anni del mio lavoro letterario non sono stati altro, per dirla in maniera semplice, che un ceffone letterario non nel senso letterario della parola, ma nel senso migliore: cioè in ogni istante è stato necessario difendere una determinata posizione letteraria rivoluzionaria, lottare per essa e contro l’inerzia che si incontra…
S.S.: Spesso nei suoi interventi critici ha attaccato aspramente altri poeti della sua nazione. Quale è stato il vero rapporto tra i poeti russi? V.M.: Va detto che né Aseev, intervenuto contro Esenin, né io, né gli altri, abbiamo mai considerato determinante per la nostra vita nessun personaggio poetico. Sappiamo che per ognuno di noi la letteratura è un tiro al quale siamo tutti attaccati, senza distinguere chi sia due, tre o quattro volte più dotato di forze poetiche o cavalline. Perciò la questione delle valutazioni individuali ci assilla ben poco.
S.S.: La “Rivoluzione russa” ha introdotto nuovi mezzi e tecniche. Pensa che questo spirito del “nuovo” sia andato a scapito della tradizione? V.M.: No, la rivoluzione non è un’interruzione della tradizione. La rivoluzione non ha annullato nessuna delle sue conquiste, ne ha accresciuto la forza con risorse materiali e tecniche. Il libro non elimina la tribuna. A suo tempo ha già eliminato il manoscritto. Il manoscritto non è che il principio del libro. La tribuna, il palcoscenico, saranno continuati, ampliati dalla radio. La radio: ecco un ulteriore progresso(tra gli altri) della parola, dello slogan, della poesia. La poesia ha cessato di essere unicamente ciò che si vede con gli occhi. […] Io non voto contro il libro. Ma chiedo quindici minuti alla radio. Rivendico più forte dei violinisti, il diritto a incidere dischi.
S.S.: Ecco oltre la radio oggi si aprono nuovi mezzi di comunicazione che lei non ha avuto modo di sperimentare come Internet, ma al suo tempo iniziava il cinema… V.M.: Per voi il cinema è spettacolo. Per me, quasi una concezione del mondo. Il cinema è veicolo di movimento. Il cinema è innovazione delle letterature. Il cinema è distruzione dell’estetica. Il cinema è audacia. Il cinema è sport. Il cinema è diffusione delle idee. Ma il cinema è malato. Il capitalismo lo ha accecato, riempiendogli gli occhi d’oro. Abili imprenditori lo portano per la manina lungo le strade. Accumulano denaro grazie a soggettini piagnucolosi che toccano il cuore. Ciò deve finire.
S.S.: Ricordo queste parole, le scrisse nel 1922 in CINEMA E CINEMA e ricordo il seguito; in questi anni il problema che lei esprimeva già allora, si è aggravato, ma con tanta fatica e sacrifici ci sono stati registi e attori che hanno continuato la loro ricerca artistica, può dire qualcosa per incoraggiarli a continuare su questa strada? V.M.: Ai lavoratori del cinema resta un’unica consolazione: “Le direzioni passano, l’arte rimane”.
S.S.: Grazie di tutto poeta Majakovskij, lei si è suicidato il 14 aprile del 1930, per congedarmi da lei vorrei leggerle i versi che Pasternak scrisse quell’anno e che forse in tutto questo tempo nessuno le ha mai letto:
Morte d'un poeta lo apprendevano da due, da tre, da tutti. Si mettevano a fianco nella riga del suo tempo fermatosi di botto case di mogli di impiegati e di mercanti, cortili ed alberi sui quali i corvi, nel fumo d’un sole rovente, urlavano eccitati contro le cornacchie, perché le stolte d’ora innanzi non ficcassero il naso nel peccato, alla malora. Ma c’era sui volti un umido spostamento come fra le pieghe d’una strappata vangaiuola.
Era un giorno, un innocuo giorno, più innocuo d’una decina di precedenti giorni tuoi. Si affollavano, allineandosi nell’anticamera, come se lo sparo li avesse allineati.
Tu dormivi, spianato il letto sulla maldicenza, dormivi e, cessato ogni palpito, eri placido,- bello, ventiduenne, come aveva predetto il tuo tetrattico.
Tu dormivi, stringendo al cuscino la guancia, dormivi a piene gambe, a pieni mallèoli, inserendoti ancora una volta di colpo nella schiera delle leggende giovani.
Tu ti inseristi in esse più sensibilmente, perché le avevi raggiunte d’un balzo. Il tuo sparo fu simile a un Etna in un pianoro di codardi e di codarde.
_____________________________ Tutte le risposte di Vl. Majakovskij sono liberamente tratte da Vladimir Majakovskij, “Compagno Governo, Gli Scritti Politici”, ed. Ponte alle Grazie 1998.
La poesia “Morte
d’un poeta” da Boris Pasternak, “Poesie”, ed. Einaudi, traduzione di Angelo Maria Ripellino. |