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[di Riccardo Fabiani]
L'esplosione dell'ultima fase della crisi finanziaria ha finalmente rimesso
in discussione il modello politico-economico che ha dominato quasi
incontrastato il mondo dal crollo delle istituzioni di Bretton Woods negli anni
'70 ad oggi. Con una certa approssimazione, e' possibile affermare che le
principali crisi economiche degli ultimi 100 anni abbiano portato ad una
sistematica ridefinizione del ruolo dello Stato e dei limiti della politica:
l'esempio piu' celebre e' il crollo di Wall Street e la Grande Depressione,
che portarono negli anni '30 all'affondamento del vecchio sistema liberista
incentrato sull'ampia mobilita' dei capitali e del lavoro dal centro verso le
periferie. Il periodo del colonialismo e dei grandi flussi migratori, dei
flussi d'investimento verso le periferie del mondo e dell'imperialismo fini'
cosi' per arrestarsi di fronte al crollo dell'economia e alla necessita' di un
nuovo interventismo statale, divenuto successivamente la base di un consenso
trasversale durato fino agli anni '70.
Da Bretton Woods all'egemonia culturale liberista
Il consenso emerso dalla Grande Depressione porto' con se' un'espansione
del ruolo dello Stato, del welfare state, delle regole imposte dall'autorita'
politica sull'economia. Il nuovo ordine economico mondiale emerso con la Seconda Guerra
Mondiale era cosi' incentrato su di un sistema di istituzioni internazionali
volte a gestire l'economia internazionale e le sue fluttuazioni. Questo sistema
resse fino al crollo degli anni '70, quando la crescita del ruolo della finanza
internazionale, l'insostenibilita' del deficit commerciale americano e il
pluralismo economico mondiale costrinsero l'amministrazione Nixon a sospendere
la convertibilita' del dollaro e a mettere di fatto fine all'ordine di Bretton
Woods.
Le conseguenze del nuovo ordine economico mondiale nato negli anni '70,
sebbene poco chiare all'inizio, sono divenute piu' nette col passare degli
anni, quando il ruolo crescente dei mercati internazionali e l'attacco
virulento cui e' stato sottoposto lo Stato in questi anni hanno portato alla
piu' recente e ancora duratura ridefinizione del ruolo della politica.
L'affermazione elettorale di Ronald Reagan e Margaret Thatcher in USA e nel
Regno Unito e' stato solo l'inizio di una lunga battaglia culturale mirata a
demolire il ruolo della politica nelle nostre societa'; concetti ripetuti
ossessivamente come “efficienza”, “meno sprechi”, “governo tecnico” ecc. sono
cosi' diventate rapidamente familiari, incarnando in modi diversi lo stesso
credo globale e declinandolo a seconda del contesto nazionale.
Le possibilità della politica sono state concretamente limitate
dall'azione dei mercati internazionali e dalla mobilita' pressoche' perfetta
dei flussi di investimento a breve termine. Il meccanismo e' stato spiegato
innumerevoli volte: banalizzando, una scelta non consona con l'ideologia di
mercato [1] predicata urbi et orbi da
media, intellettuali e politici avrebbe potuto portare ad una crisi di fiducia
dei mercati, con conseguente caduta borsistica e, nei casi peggiori, fuga dei
capitali all'estero. Chiaramente, il meccanismo qui descritto non fa che
seguire logiche strettamente di mercato; ma la narrative costruita attorno a questo modo di funzionamento dei
mercati ha fatto si' che l'economia globale potesse diventare un'ideologia
dominante attraverso cui interpretare ogni aspetto del vivere in comune.
In questo scenario la politica è stata marginalizzata, quando non
demonizzata. Il nuovo individualismo edonista e consumista associato a
quest'ideologia ha portato alla consensuale demolizione dello stato regolatore,
degli ammortizzatori sociali, della spesa per l'istruzione e della politica
come uno degli aspetti principali del vivere insieme. Secondo questa logica,
anche parlare di politica e' diventato sconveniente socialmente; mentre il
politically correct e' diventata la riserva indiana in cui si viene ancora
ammessa la sinistra, l'unico spazio sociale in cui e' permesso parlare (anzi:
omettere, perche' il politically correct agisce come censura) di politica – ma
sempre nell'ambito di un consenso, senza divisioni laceranti.
Allo stesso modo, la distruzione dello stato sociale ha portato ad un
aumento della polarizzazione dei redditi nella societa': sebbene la ricchezza
delle nostre societa' sia aumentata negli anni della globalizzazione, la sua
distribuzione e' diventata sempre meno equa, mentre un discorso sempre piu'
diffuso ne giustificava l'ineguaglianza. I redditi per i lavoratori non
qualificati tendevano così a stagnare, mentre le strutture statali deperivano e
la rete di ammortizzatori sociali restava in piedi solo per assicurare un
minimo indispensabile ed evitare la caduta nella poverta' assoluta [2].
Parallelamente, in questo vuoto il processo di graduale democratizzazione della
societa' e' stato interrotto. Il graduale inserimento delle masse nella
societa' democratica attraverso le strutture dei partiti di massa e dei
sindacati e' stato paralizzato ed invertito, bloccando quell'alfabetizzazione
politica fondamentale per il buon funzionamento di una democrazia. La scuola ha
assunto un ruolo sempre piu' tecnico, specialistico, mentre la pedagogia civile
e' scomparsa; allo stesso tempo, chi percepiva un reddito piu' basso cosi' aveva
poche opportunita' di dare ai propri figli una buona istruzione. Ed e' cosi'
che le istituzioni hanno smesso di fare cultura popolare, lasciando spazio
all'industria dell'intrattenimento che ha finito per dettare gli interessi di
una parte sempre piu' grande della popolazione [3].
Come già detto, il vuoto lasciato dallo spazio politico e' stato occupato
da tv e pubblicazioni di basso livello, dal gossip e dalla distrazione di
massa. In questo contesto, non stupisce piu' che l'elettore con un livello di istruzione
basso fatichi sempre di piu' a seguire i termini di un dibattito che si e'
fatto sempre piu' astratto e distante dalla sua vita quotidiana, dalle sue
frustrazioni e interessi. La partecipazione elettorale e' calata costantemente,
mentre la sinistra e' stata marginalizzata e diventata incapace di parlare ad
un elettorato che non ha piu' i mezzi per capirla. Ed e' qui che la destra
populista ha fatto incetta di voti, suscitando paure in un linguaggio
semplificato e proponendo soluzioni di breve termine a problemi ben piu'
complessi: la destra ha imparato subito a parlare i nuovi linguaggi dei media e
dell'intrattenimento, dell'ideologia della comunicazione, veicolando un
individualismo autoreferenziale e la paura per l'altro [4]. La sicurezza e'
diventata così l'altra faccia della medaglia della deregulation e dei tagli alle tasse: per tenere a bada una
popolazione sempre meno civile e sempre più abbrutita da un modello culturale
individualista fondamentalmente inarrivabile per una buona fetta della società,
una massicia iniezione di misure volte a reprimere i comportamenti
“anti-sociali” e a punire le varie minoranze etniche (i capri espiatori del
meccanismo securitario) e' diventata pressoche' inevitabile.
Il “new deal” di Obama e l'affermazione delle destre in Europa
Il mondo descritto sopra e' una realta' ancora tangibile per quasi tutti i
suoi aspetti. I modelli politico-culturali dominanti sono ancora oggi gli
stessi e non basta certo appellarsi al ritorno di Marx o Keynes dopo la crisi
dei mutui per poter cambiare lo status quo [5]. Tuttavia, e' innegabile che la
crisi finanziaria, al di la' della sua asciutta dinamica, possa diventare
l'inizio di una nuova fase politica ed economica; molto dipenderà dagli
interpreti politici che daranno una forma alle istituzioni e al discorso
interpretativo prevalente dei prossimi decenni.
Definire già ora quali equilibri emergeranno dall'attuale crisi e'
prematuro, anche se alcune tendenze interessanti si sono gia' affermate: il
ritorno dello Stato nell'economia; un aumento della tassazione sui redditi piu'
alti; la richiesta di nuove regole; l'appello per una governance globale
dell'economia – uno slogan molto popolare che si traduce in piu' regole e piu'
coordinazione internazionale rispetto al laissez-faire
sperimentato negli ultimi anni. Ovviamente tutte queste misure sono state
presentate come temporanee, anche se sia partiti di destra che di sinistra non
hanno potuto negare facilmente il fatto che i livelli di debito pubblico che
verranno accumulati nei prossimi anni renderanno quasi impossibile un rapido
ritorno alla politica di meno tasse emersa negli ultimi anni [6]. Traendo delle
prime conclusioni, si potrebbe quasi ipotizzare che il ruolo regolatore dello
stato ne uscira' rafforzato, piuttosto che l'aspetto di intervento diretto
nell'economia.
Come sarà quindi il mondo che ci aspetta? La politica sta cercando di dare
delle iniziali, incerte risposte al post-crisi. Il fenomeno piu' innovativo che
sia emerso in questi mesi e' stata senz'ombra di dubbio l'elezione di Barack
Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Sfidando l'influenza delle lobby sui
candidati alle presidenziali attraverso il ricorso agli small donors, Obama si e' insediato alla Casa Bianca pochi mesi
dopo la deflagrazione della crisi finanziaria in un clima politico-economico
completamente cambiato. Appoggiandosi sull'eccezionalita' del momento, ha
potuto introdurre misure altrimenti impensabili nel contesto americano,
aumentando la spesa pubblica in settori come l'istruzione e il welfare e
cominciando a preparare il terreno per una piu' vasta riforma della sanita' –
rompendo quel tabu' sulla sanita' pubblica che era gia' costato molto a Bill e
Hillary Clinton nel 1993. Inoltre, al di la' della nuova politica estera degli
Stati Uniti di Obama, che meriterebbero un trattamento separato e piu'
approfondito, il neo-presidente si sta adoperando intensamente per la
costruzione di una nuova architettura economica internazionale che regoli gli
equilibri dell'economia globale che emergera' dall'attuale crisi [7].
Benchè sia presto per esprimere un giudizio sull'enorme espansione fiscale
e monetaria che e' stata adottata finora in quasi tutto il mondo sotto la guida
degli USA, il dato piu' interessante e' la completa inversione di tendenza
segnata proprio dall'attuale presidenza americana. La stessa dinamica
dell'elezione di Obama, incentrata sulla mobilitazione e partecipazione dei
cittadini, a cominciare dalle varie minoranze etniche che compongono gran parte
del tessuto sociale americano, e' il primo segnale incoraggiante di una
politica capace di tornare al centro della vita sociale; la ripresa di un
discorso interrotto di democratizzazione e partecipazione attiva, intesa come
una riappropriazione repubblicana dello spazio esistenziale.
Tuttavia, a questo segnale incoraggiante di un'inversione di tendenza, si
e' contrapposta nel frattempo in Europa l'affermazione generalizzata delle
destre, populiste o meno. Le ultime elezioni europee hanno marcato un
arretramento generalizzato dei partiti socialisti e un'affermazione del partito
popolare europeo, accompagnata dalla vittoria di partiti apertamente xenofobi e
populisti come la Lega Nord
in Italia o il British National Party e lo UK Independence Party in Gran
Bretagna. Benche' si sia trattato di un'elezione ampiamente ignorata
dall'elettorato europeo, il risultato non puo' essere snobbato: il senso di
malessere diffuso nel continente continua ad essere interpretato piu'
efficacemente dai partiti conservatori, capaci di intercettare i sentimenti di
una popolazione colpita dalla recessione economica offrendo una formula
politica che merita attenzione da parte degli osservatori per la sua capacita'
coesiva e, a tratti, autoritaria.
Infatti, l'affermazione dei partiti conservatori europei e' stata
ampiamente basata sull'offerta di un modello paternalista/securitario riveduto
e corretto: rispetto ai programmi politici popolari negli anni della
globalizzazione, le destre sono state rapide a modificare il proprio liberismo,
ridando spazio subito ad un interventismo statale ampiamente propagandato ma di
scarso impatto. I partiti conservatori si sono cosi' subito riciclati,
adottando la retorica anti-globalista che ha ripreso vigore con la crisi
finanziaria; tuttavia, l'adesione a queste idee e' rimasta superficiale,
incentrata su un interventismo statale volto a limitare i danni della crisi
piuttosto che a ripensare la spesa pubblica e la partecipazione dei cittadini
alla vita democratica.
A questo rapido riciclaggio retorico si e' affiancata poi la consueta piattaforma
programmatica di law and order:
sfruttando l'aumento delle paure generato dalla recessione, i conservatori
hanno colto l'occasione per utilizzare il feticcio dell'immigrazione e della
criminalita' e cosi' aumentare il controllo sociale sulla popolazione
approvando una nuova serie di misure di sicurezza. Il canovaccio non e'
cambiato: ad una popolazione atomizzata ed impaurita viene dato un mix di
populismo paternalista e muscolare capace di mettere assieme un blocco sociale
trasversale, che va dall'operaio al precario fino alla classe media e gli
industriali.
Dall'altra parte, la sinistra socialista si e' dimostrata incapace di
rielaborare le proprie politiche, proprio ora che lo Zeitgeist emergente dalla crisi le potrebbe permettere di tornare
alle proprie radici. Invece di proporre un insieme di misure sociali e di
aumentare la spesa, la sinistra e' ancora restia ad allontanarsi criticamente
dal proprio recente bagaglio social-liberista elaborato con fatica dagli anni
'80 ad oggi. Crollati i riferimenti dell'ideologia di mercato che ha dominato
fino ad oggi, i partiti socialisti non sembrano in grado di offrire altro se
non la gestione del presente nella tradizionale ottica social-liberista. E in
questo senso non e' affato sorprendente che la sinistra sia uscita largamente
sconfitta alle recenti elezioni.
Il caso Italia: il populismo tremontiano-leghista
In questo contesto, l'Italia non costituisce affatto un'eccezione, ma
addirittura un caso esemplare. Il Paese e' reduce da trent'anni di liberismo incompleto,
all'italiana: la riduzione della spesa pubblica e' stata sempre effettuata a
danno di quei settori meno capaci di “farsi sentire” attraverso mobilitazioni
corporative efficaci (difesa, istruzione, cultura), mentre le liberalizzazioni
si sono concentrate sul mondo del lavoro, attraverso un processo di
flessibilizzazione che pero' non e' mai stato accompagnato da crescita o da un
adattamento altrettanto flessibile dello stato sociale. Il risultato e' stato
quello di una precarizzazione strisciante della popolazione piu' giovane,
mentre l'economia continuava a stagnare, le tasse restavano alte e l'economia
in nero prosperava. L'esperienza dell'Italia con l'”ideologia di mercato” degli
ultimi anni e' stata peggiore che altrove, a causa di un'incapacita'
strutturale del Paese a riformarsi.
Nella lenta disgregazione del tessuto sociale del Paese e del suo senso di
appartenenza alla polis, il centro-destra berlusconiano ha avuto gioco facile
ad offrire il sogno inarrivabile di un successo economico elusivo e allo stesso
tempo a modificare il proprio credo politico da un iniziale liberismo
“rivoluzionario” ad una piu' mesta gestione dell'esistente accompagnata da un
irrigidimento sulla sicurezza. Non a caso, l'asse ideologico principale della
coalizione e' sempre stato quello fra il Ministro dell'Economia Giulio Tremonti
e la Lega Nord
di Umberto Bossi: da una parte, il liberista pentito, incapace di ammettere i
propri fallimenti e pertanto portato ad individuare un nemico oggettivo
nell'Euro prima e nella globalizzazione poi come unico responsabile della
propria sconfitta; dall'altra, un movimento territorialista e xenofobo, in
grado di interpretare meglio di altri il senso di paura e insicurezza della
popolazione offrendo una serie incoerente di soluzioni populiste e di breve
termine.
La reazione dell'asse tremontiano-leghista alla crisi finanziaria e'
infatti stata esemplare: un'occasione per aumentare le misure anti-immigrazione
e per attaccare la globalizzazione, senza alcuna misura di sostegno per la domanda
o per l'economia in generale; addirittura, alcune settimane prima della
deflagrazione delle borse, l'esecutivo si era lanciato in una serie di tagli
indiscriminati contro l'istruzione, in senso esattamente contrario rispetto
alla direzione seguita da Obama poco dopo. Conciliando abolizione dell'ICI e
neo-mercantilismo, misure anti-immigrazione e sondaggi, il centro-destra ha
completato la sua ultima mutazione culturale, plasmando a sua immagine e
somiglianza un blocco sociale impoverito, reso incivile da anni di mancata
pedagogia repubblicana e sempre piu' impaurito dall'altro.
Ma la sinistra deve ripartire dalla crisi finanziaria
Davanti al crollo dell'ideologia liberista e alla crisi della societa', la
sinistra europea ed italiana non e' riuscita finora a trovare una sua organica
piattaforma politica radicalmente alternativa alle forze conservatrici. Benche'
in Italia l'ottimista social-liberismo veltroniano sia stato ormai messo da
parte, il centro-sinistra deve ancora elaborare una risposta coerente al nuovo
scenario; mentre in Europa i socialisti sembrano ancora incapaci di quella
risposta coordinata che i democratici negli Stati Uniti stanno cercando di
elaborare.
La crisi finanziaria e l'attuale recessione sono un'occasione unica per la
sinistra europea di espandere i limiti della politica e il ruolo dello Stato.
Finalmente liberati dall'ossessiva retorica ultra-liberista degli ultimi anni,
i progressisti possono ora dare corpo ad un orientamento che non sia una
semplice riedizione del vecchio statalismo o di Bretton Woods, ma che
riequilibri finalmente il rapporto fra economia, cittadinanza e Stato. Questo
puo' essere il momento adatto finalmente per far crescere i salari reali dei
lavoratori assieme alla produttivita', per ridefinire in maniera efficace gli
ammortizzatori sociali, per aumentare la spesa per l'istruzione, per introdurre
meccanismi di incentivazione che diminuiscano la precarizzazione del lavoro; e'
l'opportunita' per rompere il circolo vizioso che ha portato ad un aumento dell'esclusione
sociale, del disinteresse per la politica, degli atteggiamenti anti-sociali e
incivili e alla crescita di un discorso incentrato sulla sicurezza e su un
populismo fuori controllo.
Se la sinistra europea non sapra' contribuire al dibattito in corso, il
rischio principale che ne conseguira' sara' quello di lasciare alla destra il
monopolio della transizione alla nuova fase. Non e' affatto remoto il pericolo
che la crisi si tramuti in un'occasione per approfondire il discorso avviato
negli ultimi 30 anni, con l'introduzione di ulteriori misure neo-autoritarie e
paternaliste per soffocare gradualmente anche gli ultimi spazi di
partecipazione democratica e di diversita' nelle nostre societa'. Alla sinistra
europea ed italiana spetta ora il compito di ritrovare la propria identita' e
di elaborare delle nuove proposte, come gia' abbozzato in questo contributo,
per la creazione di un nuovo ordine politico ed economico.
[7] “Obama riforma la finanza. SuperFed e stretta sui
derivati”, pubblicato su Il Sole 24 Ore e reperibile presso: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2009/06/obama-riforma-mercati.shtml?uuid=b84051fe-5b67-11de-be87-6caca1264ef2&DocRulesView=Libero
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