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Viaggio alla disperata ricerca di una scia che (non) c'è...
Le parole di Domenico Brancale [1]
[di Maurizio Inchingoli]
I.
Un fremito, una sensazione di spossessamento si incunea nei nostri corpi dormienti, fatti d'aria e di aura che si palesa nostro malgrado. Un lungo viaggio che ci attende e che ci rifiutiamo di intraprendere, per non abbandonare questa radura solitaria nella quale ci siamo sistemati dopo tanti sacrifici. La voce malformata di Domenico Brancale, come una tempesta perfetta, declama scie deformate, catarrose, ottundenti, e noi aggrappati al nulla che cerchiamo di resistere a tanto ardore, con gli occhi chiusi per godere della parola, spazzata via a forza di rantoli e di grida sussurrate.
Le nostre facce sono rosse dall'emozione, si tingono d'un colore che mal cela la vergogna di ascoltare queste forme di vita aeriformi; un moby-dick albino cova sotto i nostri piedi, fa tremare la terra, come una creatura che si muove sinuosa sotto un mare terroso, e che sconvolge la superficie, sommovendola, scuotendola con la sola forza di quel dorso a forma di gigantesco arco che si palesa ai nostri occhi atterriti. Ci piace pensare che sia come un atto d'amore che viene attuato per obbligarci a sentirci vivere, osceni e definitivamente umani.
"Non oso pensare alla foglia che stride nelle ossa, dove sei, ancora una volta sei il reggimento della mia impazienza, il fuoco della lingua che veglia sul nostro accordo. Tutto può essere. Noi siamo la nostra mancanza"
Una disperata ricerca del nostro doppio, che invece è solo dentro di noi, si nasconde bugiardo ai nostri occhi, come a ribadire una solitudine necessaria, quindi cacciata a forza per non ammettere a noi stessi che la sessualità è come un incontro-scontro con l'altro da sé, di cui abbiamo paura, ma alla quale pensiamo in ogni istante della nostra misera vita, un monito al quale non possiamo sfuggire, la lotta degli elementi, una eterna battaglia interiore che sfinisce ed atterra i corpi come un bisonte abbattuto da numerose armi messe lì apposta per eliminare membra vitali. Noi siamo i cecchini di noi stessi, manchiamo alle nostre carni per non essere eliminati, ci cacciamo da soli, ci bracchiamo, diciamo a noi stessi che siamo la vittima, il carnefice, la pallottola, o la freccia, o la foglia che, delicata, si appoggia come una coperta sulle ossa, colore sul bianco, vita sulla natura morta di un corpo. Una traiettoria sfuggente, una scia che cerchiamo di vedere con lo sguardo assorto nel cielo sperduto, con il collo che, spossato, non ce la fa più a restare piegato all'infinito assente, ornato di assurde nebbie biancastre, non colore per eccellenza. Preferiamo l'elemento terreno, ma altrettanto effimero, come quello del fuoco, colorato, psichedelico e cangiante forma/non-forma, mesmerica e sognante chimera che si riduce col passare del tempo che non c'è. Il fuoco, come i corpi, manca a se stesso, si brucia insieme; ci si consuma a poco a poco, "in girum imus nocte et consumimur igni". Noi siamo la nostra torcia umana, la nostra luce mancata, il resto non conta: dopo solo le ossa, e le croci, pesanti, sopra di noi...
Arriva poi la sera, il tramonto, rosso come il nostro fuoco interno che coviamo ed alimentiamo costantemente, in perpetuum, e pensiamo di continuo, mantricamente, al nostro essere individui fatti di acqua, sangue, e poco più, e la sensazione di vergogna ci assale: cosa abbiamo fatto oggi? Come siamo arrivati alla fine della giornata? Perché ci rinchiudiamo, ancora tremanti dalla vergogna, sotto una campana a stordire ebeti contro noi stessi? Perché si vive? Chiudiamo allora i nostri occhi stanchi e, stremati, aspettiamo solo di ruotare attorno a noi per ritrovare qualcosa che sentiamo di aver perso, a girare continuamente su se stessi per ritrovarsi soli a meditare di questo assurdo girotondo che ci fa perdere i sensi, come un viaggio che va affrontato a forza. Con l'affanno e le gote rosse, vermiglie di paura e di rigetto, la testa gira vorticosamente, un formicolio ci assale, la nausea s'impossessa di noi, le labbra si chiudono, serrate, le narici fanno una fatica enorme e cacciare così tanta aria. Le orbite, coperte dalla pelle, vorrebbero defenestrare impazzite, e giocare a biglie, comandate da mani esperte. Noi vediamo noi stessi, anche da terra, mentre rimbalziamo sinuosamente, senza senso.
"Verse o sei di gogne sere/ u sole e i/ mi n'abbregugnàje accussì assaie di me/ di culle ì'èsse nda tutte o manére// na voce/ ca non si sènte/ a lle campane d'u viente// Sbattìje nd' 'a campane/ l'acciaie vacande// Avèsse remaste ammutute e ciunghe"
Un silenzioso buco nero. Una pausa.
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Un rumore assordante, un boato ci sveglia dal sonno perenne, lo spavento si impossessa dei nostri occhi, meccanicamente cerchiamo di assumere una posizione di ripristino consona ad un essere umano funzionante. I fili interni sono stati riparati. Il mostro che è in noi è tornato in vita. Le braccia s'agitano sincopate, impazzite su un corpo, su una pietra, azzanniamo un pezzo di carne, amato, anelato a forza di pensieri sfrenati, lo squartiamo felici, fuori di testa, per eliminare la malattia, per sublimare il dolore della carne. Forse un omicidio si è compiuto in quel maledetto momento, ma non abbiamo potuto fermare le dita impazzite, stringenti, affogate come le unghie nel burro caldo, diventato bianca materia informe, non più segno, orma, solo forma immaginata. Che quando si solidifica lascia una traccia sulla terra, sporcata dall'aria, dai microbi e dai vermi, calpestata da un coleottero che si posa leggiadro e imbecille. Un punto alla morte, una linea di sangue rattrappita, nascosta ai nostri occhi freddi, ghiacciati, omicidi, folli, demoniaci, come solo Dostoevskij ha saputo decantare nella sua lucida follia.
"Nel mortaio di pietra/ rimani tu/ in fondo ancora un nome/ da pestare a sangue/ un cancro che mortifica nell'ora/ il fascio degli amanti// Non c'è cranio che regga/ il getto della schiuma// ormai neve stanca// la neve senza più orma di te/ sotto sale il mio sguardo"
Sguardo che si perde nelle scie che immaginiamo negli occhi perduti di un volo d'uccello, accompagnati da un'assordante frastuono; le orbite ruotano all'infinito, sogniamo ad occhi aperti una massa di parole che ci invade, ed atterriti ci ritiriamo con le mani sudate in tasca. Corriamo veloci verso un rifugio lontano che ci mette al riparo, fatto di pali, frasche di fortuna, ci accovacciamo fetali ed immaginiamo che il vento spazzi via queste scie maledette, affascinanti, sorde, frivole. Ci addormentiamo placidi, sogniamo ancora di quando eravamo piccoli e ci ricordiamo di quando cercavamo di far volare un aquilone, ma non ci riuscivamo mai, e così, tristi, torniamo a costruire un sogno che non c'è, effimera prova di forza che si abbatte sui nostri corpi.
"Ma andò mi ne 'ddà purtà/ 'ssa murre di parole/ si po' nu raske non gavìte/ veramente a nisciune// Quanda vote 'me chirrùte derète a na rondene/ nd'o ciele ddiventà lambiscizze/ duce di gogne luce// E pure sacche ne scinghie nu striseme/ nd'u funne d'u core/ vene u suonne di na penne// u viente senza andò"
La negazione è avvenuta. Un rimpianto, un gesto negato a se stessi. Mai avremmo colto quel gesto se non ci fossimo convinti delle nostre azioni, forzate, asciutte, colme di speranza fottuta, rivolgendoci ad un uomo lontano per ottenere la tanto sospirata indulgenza di inutili peccatori. Siamo ora in un campo di grano che arde attorno a noi, le cavallette stanno arrivando, biblicamente invadono il nostro spazio vitale, noi spaventapasseri ci facciamo attraversare da un'ondata di rumore bianco ronzante; aspettiamo che si plachi la cascata, iniziamo a gridare con tutta la forza che abbiamo dentro l'area circostante, attendiamo nervosi che qualcosa cambi presto, non ne possiamo più di questa messinscena, la paglia inizia a darci fastidio, vorremmo ardere per non rimanere ad assistere a questo spettacolo, martiri, soli, accecati dalla rabbia, senza la minima pretesa di lasciare traccia. Solo una macchia nera dopo di noi, solo un mucchio di cenere che urla un nome che ci salvi, e molto presto gli uccelli e il vento si mangeranno questa polvere di vita. Non saremo più, finalmente, e le parole si libreranno nell'aria con quella libertà che tanto abbiamo desiderato.
"Non a 'vesse maie cuòte u fiore/ pp'amore di non le scippà/ 'a voce/ a nu Criste/ ca v'è scangiate/ u pedìncule ppi na croce// qquà andò 'a lagne d'o lagne/ si ngi face cante/ a skerdà l'arie d'u firmamente/ no' ng'è strazze d'ombre// Cerche nu nome ca no' mmi chiàme"
Noi non sentiamo chi ci chiama, le nostre orecchie sono tappate, sorde a se stesse, come dei pupazzi di stracci, scoloriti, anneriti dal tempo. Un marchingegno si anima dentro, dietro le nostre spalle, qualcuno, di nascosto, muove la chiave che gira stupida, ed iniziamo a camminare, come automi senza meta. Alla meta non arriveremo mai, non vogliamo arrivarci, sarebbe come terminare un viaggio, sarebbe come assistere all'alba, sarebbe come vedere la luce in fondo al tunnel. Gli preferiamo un buio pesto, fatto di mute ed invisibili sfumature, che costringono i nostri occhi ad immaginare una traiettoria che non c'è. L'illusione dei corpi, una mentale impalcatura che sorregge un'idea, fantasma assente che ci viene a trovare di nascosto. Giriamo attorno ai nostri muri mentali, all'infinito, dentro uno spazio che non c'è. Un passo, un'altro passo ancora, rumore di pezza, un continuo strisciare, senza lasciare traccia alcuna, così, fino a quando sentiamo camminarci i piedi anche restando fermi. Loro camminano da soli, ci girano attorno, ed il tronco rimane fermo su se stesso. Sentiamo solo molto chiaramente il fruscio inutile dei nostri piedi: camminano, camminano, camminano...
"I PREMATURI""
Quante parole mute/ a lungo/ nello scafo del cuore/ talvolta pesanti// Chi non vi pronuncia/ chi getta sabbia sull'aurora// Il vento fa fischiare i muri/ i visi prematuri// Non resta che il cammino/ che marcia senza l'uomo"
Stiamo per entrare nella stanza. Ma prima ci aspetta un pensiero fisso. Com'è potuto arrivare a tanto l'uomo? Perché si è ridotto così? Facciamo un passo, poi un altro, poi un altro ancora. Un cadavere avvolto nel suo dolore ci attende, quello sguardo parla di una libertà ormai lontana; sudato, stravolto, inevitabile fermo-immagine colto da un malore improvviso che obbliga a star fermi ed a pensare insieme a lui la potenza nulla della vita, che tutto dà e tutto toglie; un attimo, un solo istante di vita prima di tornare forma-informe. Ad obbligare a pensare, rinchiuso nei pensieri assordanti di ciò che è stato. Dopo solo un lungo silenzio, e la certezza del buio...
"SENZANOME""
Da quando non è più/ gli sono caduti tutti i capelli// Tutti i pensieri/ in una fossa riempiono il nulla.// Non potrà strapparsi di dosso/ il grido/ nel tramonto pestato di sette mura.// Già gli brucia il silenzio/ già s'inturgidiscono le labbra// Ogni uno è lontano nel nome// Mi forza lo scuro di questa certezza"
L'immagine è la negazione del vedere, un solenne buio auspichiamo per le nostre menti ottenebrate. Un enorme telo oscuro copre il sipario, lo spettacolo è terminato, le anime perse vagano sperdute, guidate da un cantore dall'odore di zolfo che emana pregnante. Una trasfigurata scena si presenta ai nostri occhi: cosa sarà mai quella macchia che viene verso di noi? Nebulosa presenza che annuncia quieta e solenne una fine, una qualsiasi, accompagnata da un rumore cupo dal taglio industriale, sordo, ebete, folle. Un mostro, sembra di capire, un masso si abbatte sincopato sulla terra dura, affonda i suoi piedi enormi sulla superficie molle nella quale affoghiamo dolcemente. Senza lasciare traccia alcuna. Una duale presenza, una vanitas in forma di carne e sangue e ossa e spirito. I fantasmi hanno finalmente preso forma, si sono materializzati candidi e mostruosi allo stesso tempo. Ci abbracciano con sincero amore, e noi, avvolti da questa nebbia materica, pensiamo che è arrivato finalmente il momento di tornare esseri umani.
Le parole di Domenico Brancale avvolgono le anime come un sudario trovato per caso in un vecchio casolare abbandonato. Una volta indossato non ci si riesce più a liberarsene, è come una seconda pelle che ci avvinghia, rigenera la vita. Iniziamo a tremare disperati, con la vergogna di palesare le nostre paure, continuiamo a vagare dentro uno spazio che non c'è. Nell'aere, gassosi, prendiamo una forma inaspettata, e seguiamo una scia che ci sembra di vedere, come un'illusione lontana la seguiamo con convinzione, fino ad arrivare dove mai saremmo stati. Come una scia che non c'è, ma che crediamo fermamente di aver immaginato o sognato, anche visto, forse. Le composizioni di Domenico Brancale sono domande aperte al mondo, epigrafi scolpite nella pietra dura, pesante, chiara. Massi alieni caduti dal cielo, orme sulla terra che cercano il loro spazio, immagini ammazzate sottoforma di dimenticati dagherrotipi anneriti, rinsecchiti ed abbacinanti. In fondo, mai la violenza verbale è stata tanto delicata ed affascinante...
II.
Pietre, miracoli, e Brancale...…
"Questa deposizione rischiara la tua assenza"
Sull’ installazione dell’opera per voce di D. B.
A che serve vivere? Cosa ci fa andare avanti? Perché respiriamo, deambuliamo, nel sonno del tempo che non c'è? Domande senza risposta, ma necessarie, vitali, contraddittorie, inutili forse, incuneate nel pensiero che scorre verso una meta non meglio precisata. Una sensazione di sperdimento ci assale ascoltando in religioso silenzio le parole di Domenico Brancale, senza quasi respirare, per non dare fastidio, con la discrezione puttana che ci obbliga felici al silenzio, che amiamo alla follia, che aneliamo senza tregua, che ci avvolge e ci paralizza. Come un alito di morte che non dobbiamo spirare per fermare la corsa verso una vita qualunque. La mancanza, la nostra mancanza è la nostra assenza, il rifiuto di esistere, l'annullamento del sé, la consapevolezza e la decisione finale di essere non presenti, per mancare all'appello. Per dichiarare la sparizione dei corpi, una vera, mostruosa dicotomia vita-non vita.
"Bisogna essere apoteosi", bisogna obbligare il proprietario di noi stessi ad autocelebrarsi, come in una vuota, disperante ed assoluta auto-incensazione, per ribadire che noi non vogliamo essere, vogliamo sparire, essere aeriformi, spiriti, fantasmi di noi stessi.
Avere fame di spiriti, cibarsi del nulla, credere ai miracoli, credere all'impossibile che si avvera, sbattere la testa sulle pietre che si liquefano ottuse alla nostra forza centripeta interiore. Prendere queste pietre, renderle ancora più pesanti, farle rotolare come i massi verso la montagna e scappare dalla loro traiettoria ritornante, per evitare di rimanere schiacciati, come un gioco perverso che attuiamo per sentirci vivere, immolati a questa vita, ed a quelle degli altri, attaccati come stelle marine ai massi della terra, a mirare il suono ascendente del mare che torna sempre, come un moto perpetuo.
Questa sera, ma forse è sempre stato così, nel tempo che non esiste, nel momento che cerchiamo di catturare impunemente, abbiamo sfiorato la morte, accarezzandola, brandendo un'arma che ci aiuta in questo assurdo proposito, questa sera siamo tornati a vivere, per un solo istante; le nostre membra spossate hanno goduto della incessante parola, della estrema lotta che queste ingaggiano tra loro, come in un'incontro di boxe d'altri tempi, cristallizzato, combattuto strenuamente, fino all'ultima esalazione, respirando a fatica per non disturbare la morte che soccombe.
Nelle nostre sporche e non più vergini orecchie la circolare nervatura musicale, ebete, sorda, architettata da Alessandro Gulino, che volge le spalle al pubblico per inocularci con forza lo stordimento sensoriale di cui è responsabile forse indiretto, come a spazzare via ogni residuo e scoria nelle orecchie. Sembra che un sondino si inoltri nei nostri padiglioni auricolari ed inizi a scavare nel timpano per cercare qualcosa che non c'è, per arrivare in fondo all'anima degli esseri, non umani, e creare suono dal di dentro, inscenando una sorta di cerimoniale dell'opera per voce, mediato come un'affascinante, agghiacciante trattamento Ludovico a cui sottostiamo ben volentieri; e non importa se forse le prove generali erano meglio, a noi importa l'atto, il momento, irripetibile per definizione, un momento in cui tutto è, nella quale il niente si palesa, effimero, oscuro, potente, mortale. I cadaveri erano presenti in massa, e le croci in terra ne giustificavano la presenza; meglio le sorde pietre, perchè in grado di sentire quello che non c'è, più ascoltatrici di noi distratti stessi, troppo umani, troppo poco morti, iniettati di linfa che si vorrebbe vitale, ma che invece serve solo a giustificare una presenza sulla terra senza confini, senza l'animo, senza la minima in-coscienza, solo inutile fiato nascosto nei vestiti, sotto cose che nascono e muoiono, si rigenerano giorno per giorno come i capelli, i peli, e la pelle che cambia posizione di volta in volta. Sembra che ci sia stata una cascata lavica questa sera, siamo passati sotto la doccia dell'acqua bollente che cerca di purificare questi corpi freddi, ascoltanti, urlanti, come quelli candidi delle video-installazioni di Bill Viola. Come in una caserma, inscatolati, irregimentati, annichiliti dalla voce malformata, mefistofelica e dolce di Brancale, corpo assente per eccellenza, che si tira indietro, che si avvolge in uno spasimo tutto fisico, che arrossisce dalla rabbia, epilettico, cacofonico, rinchiuso in quel sé stesso tanto agognato, fasciato da orpelli che vorrebbero essere strappati una volta per tutte per farne uscire la carne viva, sanguinante e rappresa, come delle scaglie di vita che non vogliono lasciare assolutamente questo tronco vitale, che vogliono continuare a vivere, a lottare insieme come delle particelle felicemente impazzite, che fanno festa, come attaccate con la saliva, unico elemento acquoso e viscido che sputa un corpo.
Questa deposizione rischiara la nostra mancanza, la assenza è già stata ampiamente mancata, non ci siamo più, non siamo mai stati, e cerchiamo follemente di ribadirlo a noi stessi ed al poeta che ci sta davanti: noi non ci siamo, noi non esistiamo, sputiamo solo sangue e sperma e bile per vivere decentemente una vita, una qualsiasi, per creare il nulla a noi stessi, per lasciare una traccia che sia una, assoluta, monca, mancata, che il vento spazzerà via molto presto, non sappiamo quando, ma molto presto. Non rimarrà niente di noi, non deve rimanere niente dell'uomo, ed è in quel momento che riecheggeranno le parole apocalittiche, ventose, di Domenico Brancale, che ci canterà, a noi assenti, della nostra sperduta vita, alla ricerca di un fantasma che non c'è. Solo le pietre e le croci rimarranno ad ascoltare le sue parole, testimoniando definitivamente che l'uomo non esiste, che è solo una condizione mentale oggettivata a forza dalla paura di morire. Cosa diamine importa a noi che diventeremo presto solo cenere, che non saremo più di questo insensato mondo fatto di dinamiche stantie ed ipocrite? La risposta non c'è, perché è scolpita nelle pietre, nei massi del fiume Agri che, silenziosi, ci avvertono della fine imminente dell'uomo comunemente inteso. Un miracolo è avvenuto: non ci siamo più, e queste sozze mani hanno scritto questa cosa per il nulla, per i posteri maledetti, duri a morire, stronzi e scolpiti nella pietra dura. Pietre, miracoli e Brancale. Vita, nulla, spirito: noi siamo – sempre – la nostra mancanza...
[1] L’immagine a corredo iconografico di questo intervento è d’autore, una fotografia a firma del fotografo Luca Bolognese (fotografia di cui egli detiene i diritti esclusivi), “captata” in data 6 marzo 2009 nel non-luogo del Teatro Sì, Bologna, covo del teatrino clandestino e buen retiro della “performance” brancaliana. All’indirizzo www.lucabolognese.com si possono ammirare tutte le sue immagini.
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