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La ricerca artistica di Christian
Leperino come “disvelamento dell’umano”
[di Simona Chiapparo]
Esplorare il percorso di
ricerca di Christian Leperino (Napoli,
1979) richiede una contestualizzazione biografica preliminare dell’artista che
si forma, a tutti gli effetti, nell’ era della modernità liquida. La modernità
liquida delle incontrollabili esplosioni di soggettività isolate (e spesso
autoreferenziali), in cui è ormai consuetudine lo svincolarsi della fruizione
dell’arte dal nostro valore spirituale più profondo: la ricerca del “senso”.
O meglio, la comprensione dell’uomo e del suo destino. In tale
prospettiva, è suggestivo il famoso presagio di Hegel riguardo alla “morte
dell’arte”. Non sappiamo se il filosofo di Stoccarda abbia realmente
pronunciato questa stigmata, ma ciò che affascina nella sua provocatoria
diagnosi è la chiara evidenza del legame
tra arte e storia. Nato “nel
ventre di una grande città di mare”, Leperino rivendica questo rapporto con
la storia, confrontandosi - fin dagli esordi della sua produzione artistica -
con la criticità della condizione
esistenziale odierna dell’uomo, segnata dal passaggio epocale della “terza
rivoluzione”, ossia quella tecnologica .
Rivoluzione che mirando, vertiginosamente, a quel salto di specie che
sarà - ma, in parte, già è - la
compenetrazione tra l'umano e il non umano, comporta la progressiva
sostituzione da parte della connettività immediata e sincronica di internet ( e
media correlati) a quella dello sviluppo dialettico e storico che ha
caratterizzato il destino dell’uomo, fino alle soglie del moderno.
Contrariamente a molti giovani artisti contemporanei impegnati, in
modo esclusivo, nella sterile declinazione del tema della massima libertà
espressiva, Christian Leperino,
individuando nell’esperienza
artistica la sua primaria esperienza di
vita, focalizza tutto il suo percorso creativo verso un unico fine: “rivelare
la verità sotto forma di configurazione artistica sensibile”. Percorso che
l’artista, consapevole del valore ontologico delle immagini, intraprende –
inizialmente - come ricerca sulla figura umana, in cui rintracciare l’enigma
muto, ma generatore, dell’identità soggettiva. Un enigma che Leperino più volte indaga, attraverso moduli narrativi
costantemente diversi, ma sempre caratterizzati da un linguaggio espressivo
dinamico, perché sospeso tra
“svelamento” e “nascondimento”. L’enigma dell’identità che l’artista,
tenacemente, affronta già in occasione delle sue prime importanti mostre
personali, da “Polvere” (Napoli,
2003), “Polvere e Nirvana” (Milano,
2004) a “Sur-faces” (Berlino, 2004).
Ne emerge una tessitura tragica, quella in cui si muovono i corpi pittorici di
Leperino, costretti – come gli uomini e le donne a noi contemporanei – a
muoversi (e a vivere) in un mondo caratterizzato da ambivalenza, disordine, ambiguità. Un
mondo “liquido”, in cui nonostante l’apparente prevalere dell’individualismo,
le identità sono inesorabilmente forzate alla dissoluzione. Ma a questa
liquidità, i corpi pittorici di Leperino, pur nella grana tragica delle loro
figure che, da questa dissoluzione sono
più volte attraversate (e intaccate ) – provano, con lucida e disperata
consapevolezza, a resistere. Una resistenza che ne dilania la pelle, ne lacera
i tessuti, ne costringe gli occhi in un urlo silenzioso e fiero. Un urlo che,
con la stessa forza dell’urlo finale con cui si chiude “Jungle Fever” di Spike
Lee, testimonia il voler tentare di
essere “umani”, nonostante questo mondo.
Un mondo governato dalla realpolitik che ignora l’etica, un mondo dalla
luce nera, sull’orlo del baratro, dove i bambini scappano sanguinanti, tra
fuochi e macerie, come durante il massacro avvenuto nel 2004 in Ossezia. Evento
sconvolgente per lo sguardo dell’artista che - come testimonianza emotiva della strage - realizza, in un una sola notte, un intero ciclo di
opere sui bambini di Beslan. Una testimonianza che l’artista rappresenta con
sincerità (la sincerità di chi si lascia attraversare dalle “vite degli altri”)
e che lo porta ad intraprendere una nuova linea di ricerca, quella sul
paesaggio. Che si tratti del paesaggio disadorno, agghiacciante, buio di aree
urbane post-industriali è inesorabile. Il legame di Christian Leperino con la
storia – e con la sua storia – è un legame di sangue. Nascono gli studi
pittorici e scultorei sullo “human landscape”, come nella mostra “Human Project. Analysis of human behaviour in the city” (Napoli,
2007). E’ un susseguirsi di spazi urbani eclettici, multiformi – quelli che
l’artista realizza – in cui, al di là della specifica connotazione geografica,
si racconta – con la monocromia del grigio che diventa il colore dello
spaesamento – di territori ibridi, mutanti che si compongono di schegge
impazzite dalle orbite eccentriche. Le stesse orbite percettive estranianti che
Leperino fa rispecchiare nei volti di “Empty
lands of desire” (installazione presentata alla mostra “Ecology Earth Art”,
Saitama/Giappone, 2007). In questi volti, raffigurati con la medesima modalità
cromatica dei paesaggi, l’artista si avvicina definitivamente al pensiero di
Michel Foucault, sviluppando appieno il percorso intellettuale, iniziato con l’esperimento video “Corpus Circomvolutus”(2004). Leperino intraprende un progetto di
ricerca sullo spazio, riunendovi le due linee di indagine finora seguite,
quella sulla figura umana e quella sul paesaggio. Nell’ambito di questa nuova
fase creativa, inizia un dialogo multidisciplinare che lo porta a “Tactus intimus”, installazione -
concepita come evento pilota del progetto “Anatomy.
Human Urban Spaces” [1] - con cui partecipa ad Art First/Arte
Fiera di Bologna. Manifestazione che lo aveva già visto protagonista nel 2003,
quando fu insignito del premio “Arte
Fiera Under 30” e che torna ad accoglierlo nei luoghi prestigiosi dei Musei
Universitari di Palazzo Poggi. All’interno della sala delle statue anatomiche
di Ercole Lelli, su un antico tavolo di dissezione anatomica, Leperino colloca
un’opera scultorea ,
raffigurante un corpo umano a grandezza naturale. Un corpo scultoreo che
richiama gli spettatori all’ascolto empatico
della sofferenza. La sofferenza silenziosa della sua carne, penetrata da un
cristallo. Dimensione di empatia che rimanda a quella dei “tre dolenti” raffigurati nel “ Cristo Morto”
di Andrea Mantegna. Una posizione interiore, quella in cui “le aperture del sangue e quelle del senso
sono le stesse”, grazie alla quale Leperino vuole condividere con noi le
parole di Pasolini: “Bisogna
esporsi(…)questo vuol dire il crocefisso? sacrificare ogni giorno il dono,
rinunciare ogni giorno al perdono, spingersi ingenui nell’abisso”. Esporsi
all’altro da sé con il proprio corpo e le sue ferite, riconciliarsi con
l’umanità dell’altro che, in queste ferite (nel nostro corpo), risuona.
Christian Leperino, in questo saper
morire continuamente, sulla terra, sotto il cielo – come intensamente dimostra
in questa ultima fase del suo percorso creativo - ci ricorda come “abitare poeticamente il mondo”. Come “essere alla presenza degli Dei ed essere toccato dalla vicinanza
dell’essenza delle cose”.
Forse l’arte non morirà. Forse la
storia – la storia degli uomini fatti di carne e di sangue – non si
interromperà.
[1] “Anatomy. Human Urban Spaces” è un progetto ideato e curato da Simona Chiapparo per l’Accademia
delle Scienze, delle Comunicazioni e
delle Arti Mediterranee, in collaborazione con l’artista Christian Leperino e
con il Patrocinio del Museo Anatomico di Napoli (SUN), dell’Assessorato alla
Sanità/Assessorato all’Istruzione della Regione Campania.
Bibliografia
Hegel
F. (1821) Arte e morte dell'arte. Percorso nelle lezioni di
estetica (a
cura di Gambazzi P., Scaramuzza G.)
Bruno Mondadori, Milano 1997.
Bauman
Z.(2000) Modernità liquida Laterza, Roma-Bari, 2002
Heidegger M. (1935) L'origine dell'opera d'arte In: ID. (1951) Sentieri interrotti
(traduzione di Chiodi P.), La
Nuova Italia, Firenze 1996
Nancy
J-L. (1992) Corpus ( a cura di Moscati A.) Cronopio, Napoli, 1995
Pasolini
P.P (1958) L’usignolo della chiesa
cattolica Garzanti, Milano , 2004
Mazzarella
E. Tecnica
e Metafisica. Saggio su Heidegger Guida, Napoli, 1981
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