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[di Matteo Boscarol]
Il butoh è il fuori campo di quel frame chiamato vita
Deguchi Izuru
La luce, in generale,
qualche volta mi sembra indecente
Hijikata Tatsumi
Non
danzo in un luogo, danzo il luogo
Tanaka Min
Molti
sono i libri e gli scritti che ci presentano il butoh ed i loro fondatori
Hijikata Tatsumi e Ohno Kazuo, di solito sono volumi che li posizionano nella
storia della danza e delle arti performative. Si cercherà qui, invece,
attraverso un`operazione di montaggio ibrido e bastardo, di moltiplicare
vorticosamente il punto di vista di quel frame attraverso il quale il butoh
viene solitamente descritto.
Dire il
meno possibile per avvicinarsi realmente
alla cosa denominata “butoh” quindi. Evitando una storia del butoh: per questo
c’è già Wikipedia o chi ne fa le veci.
Si
riporteranno frammenti eterogenei per comporre un quadro il più possibile
complesso e sfuggente usando elementi tratti da vari mondi che dal butoh sono
stati toccati.
Un frame cinematografico per scoprire film
e video che ci testimoniano, e forse qualcosa di più, delle performance butoh, sia
quelle seminali e rare degli anni sessanta, che le molteplici dei vari
danzatori moderni che oggi continuano ad aumentare.
Un frame letterario, dove il corpo [1] si fa parola e la parola si fa corpo, con alcune pagine
scritte o dette dagli stessi protagonisti.
Un frame filosofico-politico dove le
potenzialità del fare della filosofia col corpo emerge in maniera netta e scandalosa, con ampi echi,
per lo più ancora inesplorati, con certo pensiero post-strutturalista e oltre.
Il tutto
naturalmente va considerato come l`inizio di un percorso ancora tutto da fare,
da sondare, un intenso lavoro che richiederebbe un re-framing all’infinito del
butoh che ce lo presenti come quel “corpo-orizzonte aperto” di cui parla Uno
Kuniichi a proposito di Hijikata. Aperto al mondo come il Dionisio smembrato,
in una vertigine del fuori che però cerca e conquista anche un parossismo di
massima oscurità che rimanda al luogo, fittizio, di origine dell’umano, allo
stesso tempo estrema gioia e inevitabile morte. [2]
Si eviterà
un’esposizione organica, vuoi per intrinseca e centrifuga essenza del butoh,
vuoi per inanità dello scrivente, vuoi per tener fede al paradigma in cui questo spazio di scrittura si muove,
l’asimmetria.
In
sintesi, si potrebbe dire che la domanda a cui questo scritto tenta di dare una
risposta è: cosa resta del fenomeno
butoh togliendo, o almeno allentando, di volta in volta il frame che lo
delimita e lo afferma?
Il corpo glorioso dello schermo
‹‹Non potevo credere a quella performance,
specialmente il modo in cui si buttò giù nel fiume. Me ne andai convinta che
aveva raggiunto un nuovo livello.
Hijikata era andato oltre la danza. Semplicemente era››
la
danzatrice butoh Yamada Etsuko, commentando una scena del film The Sundial Carved with a Thousand Years of
Notches – The Magino Village Story
Il “corpo
glorioso” di Ohno ma specialmente quello di Hijikata appare nel corso degli
anni in una serie di film, pellicole e video, alcuni più famosi, altri semplici registrazioni
amatoriali di performance tenute dai vari danzatori fin dagli anni sessanta.
Quasi tutti questi lavori visuali hanno una forte componente sperimentale e
così la pellicola ed i video, piuttosto che smorzare la valenza e la forza
delle performance, come si sarebbe propensi a pensare, sembrano invece quasi
magicamente o per qualche segreta assonanza del butoh con l’immagine-movimento,
portare a termine, coronare quel processo di apertura e di sconfinamento
perpetuo che è il butoh stesso.
Ecco
allora che fin dagli albori, la riproduzione, il connubio audio-visuale è stata
una “casa naturale”: tra il 1969 ed il 1975 Ohno Kazuo si eclissò dal
palcoscenico per dedicarsi assieme al regista Nagano Chiaki alla creazione di
tre film sperimentali, The Portrait of
Mr. O, The Mandala of Mr. O e Mr. O` s book of the Dead. Film che come i
titoli ci suggeriscono sono incentrati sulla figura di Ohno che improvvisa
delle magnifiche e liriche performance in posti derelitti, un modo per
esplorare così anche le diverse valenze che il tempo e lo spazio acquistano
quando il corpo ed il suo gentile fluire prendono il sopravvento.
Ed in
questo, Ohno è davvero insuperabile in quanto a gestualità e grazia.
Come non
citare poi almeno Navel and A-Bomb, il
butoh nel momento della sua nascita, 12 minuti in bianco e nero diretti da
Eikoh Hosoe e con la coreografia di Hijikata, dove dei bambini, un vulcano, una
spiaggia deserta ed un fungo atomico si intrecciano in un pezzo di surreale
potenza con forti venature politiche.
Ed è
proprio Hijikata colui che più ha osato dal punto di vista cinematografico,
essendo stato attore in almeno cinque o sei film, vuoi per comunità d’intenti
con i registi (Ishii Teruo, Shinoda Masahiro e Ogawa Shinsuke su tutti), vuoi
forse anche per necessità economiche. È abbastanza noto infatti che alcuni
membri del gruppo di Hijikata, l’Asbestos Studio, si supportavano
economicamente anche lavorando la notte in club e affini.
Il più celebre
film in cui Hijikata appare è senz’altro Horror of a Deformed Man datato 1969 e diretto dal maestro dell’ero-guro nipponico Ishii Teruo. Qui la
sua poetica eccessiva si incarna in un folle uomo deforme e incontra il gusto
per il paradosso del regista per dare vita ad un personaggio che è allo stesso
tempo terrificante, comico, grottesco, di cattivo gusto eppure genialmente
surreale. Il connubio fra Ishii e Hijikata si protrasse ancora in un altro
film, ma è forse l’ultimo quello che chiude in maniera simbolica la sua
carriera d’attore e anche la sua vita.
The Sundial Carved with a Thousand Years of Notches – The
Magino Village Story è un documentario di quasi
quattro ore del 1987 realizzato da uno dei più importanti documentaristi del
secolo passato, Ogawa Shinsuke. Ma è un documentario sui generis, una profonda riflessione sulla terra, la violenza, il
passare del tempo, l’agricoltura: ma soprattutto è un andare a picco dentro l’importantissimo
folklore immaginale giapponese. Ed è proprio questo uno degli aspetti su cui
anche Hijikata stava lavorando nell’ultima parte della sua vita, non certo un
ritorno al passato, in un accesso di nostalgia per paura della morte. Ma anzi
un andare giù negli abissi dell’inorganico per ri-trovare la vita/morte,
riattivare il corpo ed i suoi centri per riannodare i collegamenti col cosmo,
se stiamo con una bella immagine di D.H. Lawrence.
Ecco allora che il
breve tempo in cui Hijikata è in scena in questo film di Ogawa ci consegna la
sua performance finale e forse quella più bella.
Così ricordava Yoshito Ohno, figlio di Kazuo e allievo per molti anni
dello stesso Hijikata, riferendosi all’ultima parte della vita di quest’ultimo:
‹‹Se agli inizi voleva plasmare un corpo
di propria volontà, costruirselo, ripeteva infatti spesso - Questo corpo non mi
serve più! La carne non mi serve più! - verso la fine della sua vita tutto
questo avvenne in modo naturale, automatico. Era sempre più bianco, solo un
mucchio d’ossa, la carne gli si sbiancò e pochi mesi prima di morire girò un
film, dove questo si può vedere chiaramente: camminava come in stato di
putrescenza, senza energia, che peraltro non voleva, diafano (si alza e imita
Hijikata camminando come una marionetta senza fili, ndr)››.
Con l’esplosione dei video portatili e con la diminuzione
dei costi di produzione, questo connubio fra butoh e arte visiva ha subito un
aumento esponenziale negli ultimi 10-15 anni. Calcolando anche il fatto che i
gruppi che in qualche modo si rifanno al butoh sono anch’essi incrementati, non
è difficile prevedere una stagione futura, ma che già adesso è in piena
fioritura, dove il mezzo privilegiato per diffondere l`essenza/assenza del
butoh sarà quello video, soprattutto quando verrà usato con coscienza
cinematografica.
Il butoh è come
un virus che si diffonderà per il mondo, le persone lo assimileranno nei loro
corpi
Intermezzo
butoh su butoh
libertà è solo una parola, deve essere
realizzata con il corpo
‹‹Il movimento
è continuo, perché ci sono tanti fiumi diversi che mi passano attraverso contemporaneamente. Sento di essere all’interno e all’esterno del mio corpo;
potrei ascoltare le persone e perfino vedere le loro reazioni. Avere molte cose
da fare nella testa provoca un’immensa gioia. Il corpo è un livello del tuo
pensiero e ha a sua volta tanti rivoli diversi: i muscoli, i sensi, l’immaginazione››
Min Tanak [3]
il butoh
ci parla del nostro essere ibridi
‹‹Immagina per
un momento un laboratorio di un artigiano. Gli artigiani, Shibusawa [4] e Mishima
(Yukio, n.d.t.), stanno modellando una spada d’acciaio con il calore e
martellando alternativamente un ritmo, bum bum bum. Hijikata sta lì vicino
scandendo il tempo e incoraggiandoli con entusiaste grida "ehi ehi
ehi!" ritmate sul loro martellare. Penso che loro siano tre maestri
artigiani. Soprattutto credo che un vero artigiano sia devoto al suo lavoro,
siano soldi o qualsiasi altra cosa. Un vero maestro è indifferente al fatto che
il suo prodotto serva a qualcosa di pratico o no; l'importante è che sia fatto
bene. Una volta che comincia a creare qualcosa non può più fermarsi. Devo
ammettere che non mi interessa la parola "artista". Piuttosto che venir
chiamato artista mi piacerebbe essere identificato come artigiano››
‹‹Se è
possibile, mi piacerebbe danzare nello spirito di un Kasohuru Mai, una danza
fatta in un’aura di follia. La parola “folle” mi sembra una parola adatta per
il pianto di un neonato, le sue grida sono talmente sature di emozioni
contrastanti che è veramente difficile dire cosa realmente avviene, se il bimbo
sia selvaggiamente felice oppure rabbioso.
Lasciando le
comodità dell’utero, ogni neonato deve confrontarsi con un ambiente completamente
diverso. Le loro grida sono espressioni di shock per essere venuti a contatto
con un pianeta alieno? Oppure di gioia per aver scoperto un mondo nuovo? O
persino di dolore per essersi lasciati alle spalle il mondo uterino?
Mi viene da
pensare che le loro grida primordiali siano il folle entusiasmo per esser
venuti a contatto con la vita. La nascita di ognuno di noi non porta forse la
follia in questo mondo?››
‹‹Mi chiedo che
volete dire quando dite "capiamo". Quando qualcuno mi dice ciò, davvero
non so che rispondere! Non sarebbe meglio danzare senza voler capire tutto? Si
può raggiungere, toccare il pubblico senza necessariamente capire ciò che
compone la tua performance. La vera ragione per cui noi danziamo non è forse
questa: far partecipare gli spettatori visceralmente?
Per questo
quando mi dicono di aver compreso la mia performance resto totalmente attonito.
Senza dubbio potete usare il cervello per pensare, ma quando è il momento di
danzare dimenticatevi di tutto ciò!››
‹‹Non riuscirai
mai ad attirare la nostra attenzione fintantoché non dimostrerai la volontà di
disarticolare il tuo intero corpo. Prova a danzare la possibilità che ogni tua
singola giuntura possa distaccarsi in qualsiasi momento. Non l’hai mai fatto
prima, perché non provarci oggi? Fallo! Non c’è niente ch’io possa
insegnarti!››
Ohno Kazuo
‹‹Mi è sempre
piaciuto cantare fin da bambino, l’ho sempre considerato qualcosa di
affascinante e misterioso: una melodia che si leva dai miei poemi. Ma cantare
rimase solamente un hobby fino a quando dodicenne decisi che sarei diventato un
musicista.
Un giorno mi
venne il desiderio di saperne di più sul " ritmo" ed intuitivamente
sentii che dovevo imparare a danzare.
Avevo 29 anni.
Il tempo passò.
Ora so per
certo che il "ritmo" è il cuore della danza, o è forse la danza
stessa, ma ne presi piena coscienza solo quando mi avvicinai ai quarant`anni.
Ad oggi nel
2004, venticinque anni sono passati da quando sono entrato nel mondo del butoh.
Adesso canterò
una canzone col mio corpo››
I
INTENTION
‹‹Mi considero
un danzatore butoh o meglio, solo recentemente ho deciso di definirmi in questo
modo. Come posso quindi fare della mia danza, una danza butoh?
Il corpo è un
cosmo inscrutabile ed invero anche musica. Questo corpo sembra voler parlare
contro la mia volontà e forse di questa voce di questo sussurro nemmeno me ne
accorgo. Il più delle volte sono i nuovi studenti dei miei workshop che mi
risvegliano (alla voce di questo corpo): mi mostrano movimenti molto più
interessanti di qualunque cosa io possa loro insegnare o coreografare. Questo è
quindi il modo in cui la mia performance butoh nasce, costruendosi sui vari
elementi-movimenti che inaspettatamente gli studenti mi rivelano. Per questo
amo esplorare i confini e le nuove frontiere dove il concetto di butoh non è
stato ancora usato, dove le persone non sono ancora state esposte all’idea
butoh. Bene, è questo davvero butoh?
Yoshito Ohno
così disse un giorno ad un suo workshop:
ALZARE IL CORPO SU UNA POSIZIONE PIÙ FREDDA. QUESTA È LA SOLA TECNICA DEL
BUTOH!
Queste parole
sono da quel giorno un’ispirazione continua per la creazione della mia danza,
mi forniscono un certo filtro: io e i miei danzatori dobbiamo scoprire cosa
questo concetto di freddo indichi e sensibilizzarci in relazione ad esso.
Fra l’altro, in
questi ultimi anni diverse situazioni mi hanno indotto ad affrontare dei temi
"etici", a seguire una certa "etica". Non so se posso chiamare
questa attitudine onestà o cos`altro, ma visto che credo nella verità del mio
corpo potrei definirla "seguire il flusso del corpo".
Come danzatore
butoh cerco qualcosa che non si possa esprimere con la tecnica, se seguiamo un
modello o raffiniamo il nostro stile abbiamo si molte "carte" da cui
scegliere, ma non è questo che mi interessa che mi da le motivazioni.
Il mio corpo
[…] protesta perché mi vuole "onesto". Non è esattamente un’onestà
verso me stesso o verso le passioni terrene, bensì di un’"onestà"
totale al corpo [...]. È il corpo […]
fino in fondo, è ciò che mi guida (il mio principe).
Nel 1979 ebbi
l’occasione di collaborare con i due artisti butoh, Isanu Oshuka e Sanae Hiruta,
che, a quel tempo, guidavano il gruppo "Touhoh-Yasohkai", poi "Byakkosha".
La nostra relazione triennale fu amore ed odio, romantica e omicida: qualcosa
di più della semplice relazione allievo-maestro. Fu un periodo di estrema
gioia, ricco di tenebre e di luce perché avevo la possibilità di nominare
ex-novo tutti gli elementi imperscrutabili (le identità perdute) che mi
abitavano. Avevo la libertà di un dittatore o di un re che controlla il mondo
con le sue mani, completamente libero da tutto, da tutte le responsabilità. Forse stavo cominciando a sentire "qualcosa" di nascosto pulsare nelle tenebre sconosciute.
I miei
workshops si compongono di idee nate da questo sentire, che se dovesse donare
al mondo qualcosa di nuovo, lo dovrebbe fare in forma di creazione artistica.
Forse (questo
"qualcosa") diventerà un fenomeno globale quando acquisterà un
proprio "vocabolario"?
È un’esagerazione?
Ma quando dico
globale deve essere inteso come qualcosa che emerge da una ricerca nel locale
spinta ai suoi limiti. Già il butoh ce ne fornisce un esempio: la scoperta di
qualcosa di universale portando all’estremo un esperimento a livello locale.
Sento che dovrei
procedere in questa direzione››
II
U.F.O. ON THE STAGE
‹‹I movimenti
dei danzatori che mi hanno sempre interessato sono quelli che provocano una
strana sensazione, in altre parole un movimento che sembri dia corpo al
"rumore". Praticamente, come coreografo e anche come danzatore,la mia
ricerca è volta verso un movimento che sia "de-umanizzato". Comunque
è sempre interessante quando un essere umano lotta per cancellare le sue
caratteristiche, appunto, umane. Se ogni individuo sviluppa nella danza un suo
"rumore" proprio, unico, particolare potremmo allora definirlo butoh,
per questo, ciò a cui lavoro costantemente è trovare dei trabocchetti che
facciano uscire dal corpo […] il proprio "rumore". Ciò che vorrei
mettere sul palco corrisponderebbe ad un alieno dal punto di vista della terra
o alla matta nel gioco delle carte.
Vorrei che
questi "rumori" aiutassero gli spettatori a cercare ciò che hanno
chiuso a chiave e dimenticato nei loro cassetti.
Sono davvero un
mediocre coreografo››
III
KAN’S BUTOH: NEAR FUTURE
‹‹Il butoh si
sta ora avvicinando allo stadio in cui diventerà una sorta di pensiero globale.
Cominciò come movimento d’avanguardia giapponese: il suo erotismo e la sua
etnicità dal palco si diffusero nel mondo intero con giudizi lusinghieri,
nonostante la crescita economica nipponica e la cultura Zen.
Nei prossimi
dieci o venti anni mi aspetto di avere validi rivali provenienti da ogni parte
del mondo. Quando questo avverrà (e probabilmente è già avvenuto) il butoh
giapponese sarà solo uno dei tanti. Fra il 1997 e il 2000, quando andai nel Sud
Est Asiatico e precisamente a Bangkok in Tailandia, qualcosa di cruciale mi si
rivelò. Lavorando con una tribù minore tailandese del nord, mi resi conto che
tutte le razze derivano da "minoranze" (etniche). I paesi dominati
dalle "maggioranze" (etniche), nel loro processo di creazione di un’identità
unica, hanno perso molto della ricchezza "minoritaria". Alcuni dei
problemi più difficili da risolvere nel mondo odierno, sono dovuti al fatto di
aver dimenticato quasi completamente le nostre radici "minoritarie".
Perciò nella
mia danza mi concentro sulle memorie che rimangono "minoritarie" giù
in fondo al corpo. Se ascoltassimo attentamente i nostri sogni, sgorganti da
questa parte (minoritaria) del corpo, potremmo ascoltare il nastro di una
canzone dimenticata trasformarsi in una nuova melodia, da questi frammenti di
rumore mai sentiti prima potremmo finalmente creare una nuova musica››
16 agosto 2004 in Togo/Lomé,
Africa
Katsura Kan [6]
l’incontro con
altre culture sveglia memorie nascoste nei nostri corpi
Fine intermezzo
Politica,
filosofia, butoh
Noi stringiamo
le mani ai defunti che ci incoraggiano da un oltre che sta al di là dei nostri
corpi; questa è l’illimitata potenza del butoh
"Il
primo movimento è la morte. Il corpo umano può appena essere visto ed ha sempre
evitato di venir descritto. È un mistero infinito che crea il suo proprio
linguaggio, perso alla periferia della visione mentre allo stesso momento
gratta via i suoi movimenti dalla carne cruda. Quando i gesti del corpo sono
strappati e frammentati all’estremo, emerge un altro corpo, un corpo
interrogativo d’estasi di collasso e di oblio umano. I suoi movimenti trasformano
o annullano l’occhio così come trasformano e annullano il corpo stesso. Scrivere
di questi movimenti è un atto di ostinazione. Tatsumi Hijikata ne scrisse e ne
parlò spendendo una vita intera per anatomizzarli, li chiamò le proiezioni
dell’Ankoku Butoh, la danza della totale oscurità, o semplicemente la danza
oscura.
Tatsumi
Hijikata è la figura cardine della cultura sperimentale nipponica nella seconda
metà del ventesimo secolo, figura seminale che continua ad ispirare tutti i coreografi,
gli artisti, i film-makers, i musicisti e gli scrittori del Giappone
contemporaneo. Nel momento in cui Hijikata cominciò il suo percorso, la storia
del Giappone era finita: il corpo umano era stato consumato in cenere alla fine
della prima metà del XX secolo e quella stessa storia si ricostruì come se
niente fosse accaduto, mentre invece tutto era cambiato. Il Giappone era stato
squarciato, aperto come mai prima d’ora ad una valanga di simbolismi visuali,
influenze ed ossessioni dall’esterno: Europa e specialmente USA. Il progetto
trentennale di Hijikata di una smisurata riformulazione del corpo umano si
svolse in modo precario, come pestando su una superficie incrinata, sopra il
vuoto; accadde a Tokyo in decenni in cui la città distrutta si trasformò da un
campo di macerie orizzontali a un`immensa megalopoli di torri verticali, mai
così ricca ma allo stesso tempo mai così percorsa dalle linee-di-frattura delle
rivolte e da una violenta irrequietezza [7]".
"Hijikata [8] scrive: ‹‹solamente
mettendoci in relazione con un’arma sognante che ignora completamente la povertà della politica, possiamo ottenere il rimodellamento dell’uomo›› e per questo
egli contrastò la sua esistenza come corpo alla civiltà moderna, al capitalismo
e perfino alla politica e alla democrazia.
[…] Ciò che Hijikata pianificò e praticò fu senza ombra
di dubbio una rivoluzione, una rivoluzione attraverso il butoh. In questa, il
corpo era sia un mezzo che uno scopo. Con una strana lucidità Hijikata percepì
e comprese la genesi, la condizione presente e la destinazione del corpo. Per
questa base che era per lui il corpo, la politica da subito assunse il
significato di povertà, cioè non indicò la necessità di un diverso modo di fare
politica, piuttosto significò che per il corpo, il sistema, la forza e la
razionalità inscritti nella politica funzionavano come meccanismi di
diversione, di
nascondimento, di segmentazione e di esclusione.
Nell’ondata caotica di un periodo che pose i problemi di
democrazia diretta, controllo autonomo, rivoluzione culturale e critica dei
privilegi degli intellettuali, dove si situava “il corpo”? Esattamente in che
termini fu posta la questione del “corpo”? Certamente noi tutti sappiamo che
nello stesso periodo furono poste le questioni della liberazione sessuale e
dell’erotismo. I ragazzi nelle grandi città cercavano nuovi stili di vita leggendo
molti libri per lo più provenienti dall’Europa e dall’America.
Ma la questione del corpo che Hijikata andava cercando era assai diversa dai
desideri di queste persone anche se aveva qualche risonanza.[…] Il suo stesso
corpo era il singolo orizzonte aperto. E questo corpo non rimase silente, per aprire
ancora il corpo che già era aperto: Hijikata ebbe bisogno del linguaggio.
Usandolo all’estremo aprì la carne ad oltranza.[…] La scena per la genesi del
suo corpo può essere localizzata nella geografia della regione di Tohoku (zona
in cui nacque, n.d.t.)
Rimase sempre viva in lui attraverso la luce accecante,
il vento violento e un fascio di tremende sensazioni.[…] Il suo linguaggio
tagliò ed aprì questo luogo della genesi, lo disperse e lo rigenerò nell’orizzonte
oltre il lontano confine. Il suo eccessivo uso perfino del linguaggio poetico
era mirato a tagliare ed espandere il suo corpo – nessuno può più danzare se
lei prova a dare un ordine al corpo... – Per lui danzare non era altro che
aprire il corpo.[…]
Sotto la membrana del corpo inorganico che assomiglia ad
una dura e fredda arma metallica, giacciono la vastità della terra oscura e la
bellezza naturale che in questa vastità
è ripiegata, e le grida ed i gesti della vita organica. Una chimera
fatta di questi due strati, questo era Hijikata."
Ultimo passo [9]
Due ore col butoh
“Piuttosto
che parlare, sarei più contento se tu partecipassi a uno dei nostri workshop”
queste sono le parole dette alla mia richiesta al danzatore butoh Kan Katsura
di avere una piccola intervista/conversazione sul butoh......
Campagna
vicino a Kobe. Un vecchio spazio comunale. Pavimenti di legno in una palestra
degli anni settanta probabilmente. Siamo in 5, fra cui una ragazza americana.
Ci disponiamo su un lato del rettangolo che è la palestra, in fila come si fa
in una gara di corsa. Stiamo in piedi aspettiamo la musica. Lo strumento è
originale, nel senso che è un’invenzione della persona che lo suona. Le memorie
sono confuse, forse un vecchio pezzo di legno riutilizzato aggiungendo delle corde
e poi collegando il tutto ad un amplificatore. Sta di fatto che ciò che esce
fuori è un incanto. Troppa poca importanza si da alle musiche usate nel butoh.
Una sorta di variazione su un unica nota/suono. No pussyfooting per intenderci. Kan ci dice di camminare fino all’estremità
opposta della palestra. Adesso dobbiamo ripetere l’operazione però ad un decimo
della velocità, come in un
ralenti.
Ci adattiamo alle onde lente della musica. Difficilissimo non perdere l’equilibrio.
I muscoli usati in un modo innaturale fanno una fatica notevole. Lo sforzo
muscolare al rallentatore mi rende cosciente a parti del corpo. L’altro lato
della palestra diventa lontanissimo. Lo spazio stesso cambia. Ogni palchetto di
legno è un mondo da esplorare. Spossato arrivo dall’altra parte. Ora la stessa
operazione ma all’indietro. Impossibile. Il maestro deve aiutarmi a non perdere
l’equilibrio e a mantenere una certa fluidità. Intanto la musica monotona ma
sempre diversa rimbomba nel corpo.
Pausa.
Si va a preparare da mangiare. Tutti insieme. Non si parla un granché.
Purtroppo devo scappare. Ho un biglietto per un’esibizione dedicata a Ohno
Kazuo. L’ora trascorsa mi resta comunque dentro. È stato come scoprire per la
prima volta il mio corpo, un
esplorazione della cosa che è/non è me e della sua relazione con lo
spazio."
Deguchi
Izuru
IL
CONTATTO CON IL BUTOH CI FA RIVIVERE. È UN APPROCCIO SOTERIOLOGICO, ECOLOGICO.
UN’ECOLOGIA
DEI MORTI E PER LA MORTE.
Bibliografia
butoh:
Giorgio Salerno, Suoni
del corpo. Segni del cuore. La danza butoh traOriente e Occidente, Costa & Nolan, Genova, Milano, 1998.
Maria Pia d’Orazi, Kazuo
Ohno, L`Epos, 2001
Maria Pia d’Orazi, Il
corpo Eretico, Casadeilibri, 2008
Stephen Barber, Revolt of the Body, Creation, 2006
Sondra Horton, Hijikata Tatsumi and Ohno Kazuo, Routledge, 2006
Videografia:
A Summer Storm by Hijikata Tatsumi:
2003~1973, 2003, Giappone
regista: Arai Misao; coreografo: Tatsumi Hijikata
Navel and A-Bomb, 1960, 16mm B&W film,
Giappone
regista: Hosoe Eikoh; coreografo: Tatsumi Hijikata
Mr.
O’s Trilogy, 1969 – 1975, Giappone
regista: Chiaki Nagano
Kazuo
Ohno, 1995, Giappone
regista: Daniel Schmid
O,
Kind God! 2003, Giappone
regista: Gianni di Capua
Edogawa
Rampo taizen: Kyofu kikei ningen, 1969, Giappone
regista: Teruo Ishii
Kaidan
nobori ryu, 1970, Giappone
regista: Teruo Ishii
Nippon
no akuryo, 1970, Giappone
regista: Kazuo Kuroki
1000-nen
kizami no hidokei, 1987, Giappone
regista: Shinsuke Ogawa
[1] In tutto lo scritto, quando si userà la
parola corpo, quasi sempre sarà inteso il termine giapponese nikutai, che rende
approssimativamente in italiano come corpo di carne. Quello che in francese si
potrebbe chiamare barbaque o viande.
[2] Questo parossismo d’oscurità, luogo d’origine dell’umanità e forse sua futura
fine è magnificamente implicato nel delirante finale di Blind Beast, film del 1969 di Masamura Yasuzo, tratto da un
racconto di Edogawa Ranpo.
[3] Pe Vermeersch, da un’intervista con Tanaka
Min, grande danzatore butoh, condotta a New York nel 2000. Parzialmente apparsa
in Kyoto Journal. L’autore e l’intera redazione ringrazia l’autrice per il materiale concesso.
[4] Shibusawa Tatsuhiko è stato un importante cardine della
cultura letteraria giapponese del secolo passato. Traduttore di Sade, e per
questo accusato di oscenità in un famoso processo, si è inoltre interessato di
demonologia e di erotismo in letteratura.
[5] K. Ohno, in "Kazuo Ohno's
World", Wesleyan
University Press, 2004
[6] Materiale gentilmente
fornitomi dall’autore, danzatore, coreografo e maestro butoh, attivo in tali campi fin dal 1979. Dopo aver
collaborato con il famoso gruppo butoh Byakkosha, si è dedicato, negli ultimi
trent’anni, a lavorare con danzatori di luoghi remoti in Africa, in Europa e
nel Sud Est Asiatico.
[7] Stephen
Barber, "Hijikata: Revolt of the Body" , Creation Books 2007
[8] Ringraziando pubblicamente il professor Uno Kuniichi per il manoscritto
consegnatomi, foglio usato per un seminario che tenne in Canada, altresì mi
scuso con lui per aver sottoposto lo scritto, per problemi di spazio, ad un
forte processo di taglio che inevitabilmente non ne rende l’originale andamento
e complessità. Mi auguro di avere un’altra occasione per pubblicarlo nella sua
interezza. Inoltre, per dovere della cronaca,
do delle brevi informazioni a suo riguardo. Uno Kuniichi, oltre ad essere uno dei pensatori giapponesi più interessanti
della contemporaneità, è anche il
traduttore giapponese delle opere di Gilles Deleuze (di cui è stato anche
studente a Parigi), Félix Guattari e Samuel Beckett. Ha inoltre curato le
traduzioni di Per farla finita col giudizio di dio di Antonin Artaud e di alcune opere di Genet.
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