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[di Riccardo Fabiani]
La "Commissione Stragi" presieduta dal Sen. Giovanni Pellegrino, all'epoca esponente del Pds, ha rappresentato per molti versi un evento storico per l'Italia. Per la prima volta, la strisciante guerra civile che era stata combattuta nel Paese durante la Guerra Fredda era oggetto di uno sforzo cosciente e collettivo di spiegazione; per la prima volta, la Repubblica tentava di raccogliere i vari rivoli e brandelli interpretativi di un vissuto da sempre diviso per stabilire un tessuto comune, un'intesa fondamentale sui fatti e sul senso della storia; per la prima volta, si e' cercato di dare una lettura consensuale e non traumatica della storia nazionale, per superare i "guai ai vinti" e i rancori revisionisti che naturalmente ne seguono.
La Commissione ha fallito nei suoi intenti, incapace di creare una sintesi repubblicana fra le varie identita' partitiche e i vari miti fondatori. E tuttavia, le intuizioni e le letture piu' interessanti sulla stagione del terrorismo sono uscite da quest'organo spesso diviso e conflittuale; e buona parte del materiale di lavoro della Commissione e' ancora oggi liberamente consultabile online, all'insegna di una trasparenza che raramente l'Italia ha conosciuto. Ripartendo dall'esperienza della "Commissione Stragi", "La Gru" ha intervistato il Sen. Giovanni Pellegrino cercando di delineare i motivi del fallimento e di individuare delle linee guida per il futuro, affinche' il senso della ricerca non si perda ma venga invece inserito in un nuovo contesto, piu' maturo e cosciente del senso e dei doveri della storia.
Riccardo Fabiani: L'opera di ricostruzione storiografica sulla stagione del terrorismo portata avanti dalla sua Commissione è, ad oggi, forse l'unico tentativo esaustivo condotto in questo senso. Il filosofo francese Ernest Renan ha detto: "Dimenticare, persino distorcere la storia, e' un fattore essenziale nella formazione di una nazione ed e' per questo che l'avanzamento degli studi storici e' spesso un pericolo per essa". In Italia abbiamo avuto diverse e contrastanti narratives portate avanti dai vari partiti, senza che si riuscisse mai a trovare una sintesi unificante, nazionale (penso anche al "dossier stragi" pubblicato dal suo gruppo parlamentare prima ancora che la Commissione concludesse il proprio lavoro, se non erro; o all'importanza che la lotta contro l'antifascismo ha avuto nella formazione identitaria della destra). Quanto pensa abbia influito la resistenza di diverse e contrastanti narratives storiche all'ostacolamento della sua ricerca storiografica, oltre agli interessi personali e ai silenzi di cui si parla fin troppo spesso? Quali sono i limiti contro cui si e' scontrata la ricerca storiografica sul terrorismo in Italia? Può individuare i principali attori, se ce ne sono, che si sono operati (o non operati) per ostacolare il processo di ricerca?
Giovanni Pellegrino: Abbastanza presto (già sul finire del ’94 dopo pochi mesi di presidenza) mi resi conto che il modo migliore per chiudere la esperienza della Commissione fosse quello di unificare le varie inchieste, di cui per legge era stata investita, al fine di dare un giudizio politico parlamentare il più possibile condiviso sul periodo 69-84 e cioè dalla strage di Piazza Fontana a quella del treno di Natale; un periodo difficilissimo della storia repubblicana attraversato da terrorismi di opposto colore, che Zavoli efficacemente definì "La notte della Repubblica".
Andando avanti nel lavoro mi divenne più chiaro che a ben vedere sarebbe bastato alla Commissione dare risposta ad un unico interrogativo: perché negli anni ’70 una intera generazione di giovani fece scelte politiche estreme e perché una parte non piccola di quella generazione ricorse alla forza sanguinaria delle armi, gli uni per realizzare un improbabile dittatura del proletariato, gli altri per determinare una svolta del nostro sistema democratico verso soluzioni autoritarie più o meno modellate sulla esperienza della Grecia dei Colonnelli.
Ovviamente a questo interrogativo non era possibile dare risposta senza inserire quella difficile stagione di lutti e di sangue nella storia politica dell’Italia repubblicana, a sua volta non comprensibile se non tenendo conto della storia di un mondo, che dalla fine degli anni ’40 in poi si era diviso in due blocchi contrapposti e in cui l’Italia per una pluralità di ragioni costituiva del blocco occidentale un’ultima e difficile frontiera.
Ciò implicava naturalmente una torsione storiografica dell’inchiesta e poneva il problema di verificare se il trascorrere del tempo e la transizione da un sistema politico ad un altro, che sembrava essersi verificata con le elezioni politiche del ’94, avessero posto le forze politiche e in qualche modo l’intero paese nelle condizioni idonee a misurarsi con quelle pagine difficili del proprio passato.
Che ciò fosse in astratto possibile lo verificammo soprattutto dal ’96 in poi, quando il lavoro della Commissione assunse spesso quasi un carattere seminariale, cui consulenti indicati dai diversi gruppi diedero un contributo importante e spesso innovativo.
Purtroppo i fatti hanno verificato che il processo non era giunto ad un grado sufficiente di maturazione e che nelle varie forze politiche prevaleva la coazione a ripetere il già detto. In ciò pienamente può iscriversi il documento elaborato dal gruppo DS, che non condivisi e che indubbiamente determinò un mutamento di clima nella Commissione, perché il centrodestra (e in particolare il gruppo di Forza Italia e gruppi di intellettuali che allo stesso facevano riferimento, guidati da Baget Bozzo) oppose una lettura della storia repubblicana ispirata ad un anticomunismo viscerale.
A ciò provai a reagire pubblicando presso Einaudi "Segreto di Stato" e cioè una lunga intervista rilasciata a Fasanella e Sestrieri, che ebbe apprezzamenti da intellettuali di opposta tendenza: Galli della Loggia e Scalfari per primi, che dedicarono a "Segreto di Stato" due editoriali apparsi ad una settimana di distanza l’uno sul Corriere, l’altro su Repubblica, abbastanza elogiativi di una lettura della storia del Paese, che non era mia personale, ma costituiva il frutto del lavoro complessivo della Commissione.
Tuttavia il clima politico non mutò, anche perché si avvicinavano le elezioni e la presa d’atto della impossibilità di giungere ad un documento largamente condiviso ci indusse a chiudere i nostri lavori con il deposito di documenti separati e la determinazione unanime di rendere pubblici non solo quei documenti, ma anche tutto l’enorme materiale archivistico acquisito dalla Commissione.
RF: Ribaltando il concetto espresso da Renan, si potrebbe paradossalmente affermare che il problema nazionale e civico italiano è la mancanza di una versione storiografica egemonica, capace di imporsi sui vari rivoli interpretativi che caratterizzano i diversi gruppi politici, regionali ecc. Questo vale per l'Unita' d'Italia, il fascismo, la Resistenza, la stagione del terrorismo ecc. Non crede che il destino della sua Commissione fosse segnato sin dall'inizio, nel tentativo impossibile di creare una sintesi fra i vari partiti che per definizione (la nostra è la Repubblica dei partiti, intesi come unici creatori di valori e identificazione, almeno fino al 1994) vivono di identita' contrastanti e percio' stesso di storie inconciliabili?
GP: Non vi è dubbio che sia così. E quindi è vero che il mio tentativo di dare una torsione storiografica al lavoro della Commissione fosse sin dall’inizio destinato all’insuccesso per l’incapacità che abbiamo come italiani di rivisitare ciascuno criticamente il proprio vissuto; e tuttavia non penso che l’esperienza della Commissione sia stata inutile come, d’altro canto, dimostra il fatto che a otto anni di distanza dalla fine di quella esperienza rivolgiate a me queste domande.
La bontà del lavoro di approfondimento che in Commissione abbiamo compiuto è ancora oggi reso evidente dalla relazione sul caso D’Antona, che la Commissione approvò all’unanimità a pochi mesi di distanza dall’omicidio.
A rileggerla oggi vi si trova in nuce molto di quello che la magistratura ha accertato ad anni di distanza e solo dopo che Gallesi e Lioce incapparono in un controllo della Polizia ferroviaria sul treno Roma-Firenze e il palmare della seconda fu pienamente decrittato. A riprova che spesso il presente può essere capito, soltanto muovendo da una analisi attenta dell’immediato passato.
RF: D’altra parte, però, la storiografia accademica non e' stata particolarmente prolifica in questo settore, quasi temendo di doversi sporcare con la politica o con una metodologia inusuale (l'ampio ricorso alle fonti orali, credute meno affidabili, e al ragionamento per indizi, giudiziario); a parte poche opere meritorie, manca in Italia un tentativo serio, documentato e credibile di ricostruzione di questo periodo da parte dell'università; tanto che e' stata la letteratura spesso a cercare di colmare questo vuoto: si pensi a "Petrolio" di Pasolini, o "Todo Modo" di Sciascia. Perche' secondo lei l'accademia e' rimasta in gran parte in silenzio? Cosa pensa dell'apporto civico e storiografico della letteratura alla ricerca in questo campo?
GP: Il problema a me pare in parte diverso e sta nella constatazione che è ancora difficile in Italia leggere un saggio di storia contemporanea senza intuire dopo poche righe….. per chi voti il suo autore!
Ovviamente non si può pretendere dagli storici, come da nessuno di noi, una assoluta neutralità politica, ma tra ciò e l’essere aprioristicamente e pregiudizialmente schierati corre una certa differenza.
Per ciò che concerne la letteratura non vi è dubbio che in Pasolini vi siano intuizioni storiografiche di eccezionale interesse, soprattutto se si riflette che le stesse erano sostanzialmente contemporanee a vicende italiane, che ai più apparivano misteriose e di cui Pasolini seppe cogliere il senso.
In particolare Petrolio è una miniera di intuizioni storiografiche che attendono ancora oggi di essere verificate. Penso ad esempio alla possibilità di vedere in Cefis il precursore di Gelli.
Ciò non toglie che giudizi stroncatori come quello di Pasolini sul Palazzo o di Sciascia sulla storia complessiva della DC oggi mi appaiano non pienamente condivisibili.
Ad una riflessione più serena, resa possibile dal trascorrere degli anni, la storia complessiva della prima Repubblica espone un saldo attivo tra le negatività (a volte orribili), che indubbiamente vi furono, e le tante positività, che hanno consentito ad una democrazia giovane e difficile di crescere e rafforzarsi e ad una Italia uscita economicamente distrutta dal ventennio fascista e dalla tragedia della seconda guerra mondiale di divenire una tra le prime potenze industriali dell’occidente.
RF: Un argomento raramente sollevato in questo campo e' quello del ruolo civico della ricerca storiografica compiuta dalla sua Commissione, ad esempio. Si preferisce glissare sul problema dello scarso senso di lealtà degli Italiani nei confronti della loro patria, anche se repubblicana e democratica; un problema che emerge drammaticamente dalla ricostruzione da lei compiuta, ad esempio, e che ritorna nella storia del Paese in ogni circostanza. Quale ruolo può avere l'obiettivo di una verità condivisa sulla stagione del terrorismo nel contesto delle memorie degli Italiani e dell'apparente mancanza di una coscienza civile? Crede che la ricerca sul terrorismo possa avere un impatto sull'idea di cittadinanza in Italia?
GP: La verità è che per quelli della mia generazione il concetto steso di patria non rientrava nel nostro orizzonte mentale.
Probabilmente era una reazione all’enfatizzazione che quel concetto aveva avuto durante il fascismo e alle nefandezze in nome della patria compiute dalle generazioni, che ci avevano preceduti.
Noi ci sentivamo cittadini del mondo e intrigati dal suo complessivo destino. Un esempio per tutti: durante la guerra del Vietnam l’appartenenza al blocco occidentale non impedì a molti di noi, che pure non militavano nel PCI, di gioire della sconfitta americana, perché ci sentivamo vicini ai giovani, che nelle università e nelle strade degli USA così intensamente avevano protestato contro la politica interventista del proprio governo.
Per le stesse ragioni tanti di noi, anche comunisti, si sentirono vicini ai ragazzi di Praga e prima a quelli di Budapest, gli uni e gli altri schiacciati dai carri armati sovietici.
Vivevamo in un mondo tanto diverso dall’attuale, per cui mi sembra ingiusto qualificarci oggi come cittadini sleali, formulando giudizi di valore; più equilibrato prendere atto che in quegli anni tumultuosi il concetto di patria aveva perso quella attualità valoriale, che in seguito la evoluzione del mondo gli ha consentito di riacquistare.
Se ci si muove da questo angolo visuale si comprende come sia errato voler confinare l’esperienza del terrorismo italiano in una dimensione esclusivamente criminale. Non perché non siano crimini i tanti delitti commessi e perché non sia stato giusto qualificarli e punirli come tali, ma perché quei crimini, che tali restano, vanno pure inseriti in una stagione in cui l’intera Italia fu attraversata da una ventata di estremismo politico.
Voler confinare le patologie degli anni ’70 in una dimensione puramente criminale, astraendole dal contesto in cui si verificarono, costituisce un modo per rimuovere il peso di una responsabilità più ampia e collettiva; se tanti opinionisti rileggessero ciò che scrivevano negli anni ’70, il loro giudizio su quei drammatici eventi e sui loro protagonisti sarebbe oggi necessariamente diverso.
In altri termini c’è una tendenza individuale e collettiva a rimuovere il proprio vissuto, venendo meno al dovere di fare fino in fondo i conti con lo stesso.
Una cittadinanza italiana oggi non può prescindere da una considerazione realistica di ciò che siamo stati.
RF: Finito il lavoro della sua Commissione, gli studi su questo periodo sembrano essersi arenati. A parte la saltuaria pubblicazione di opere specifiche (e che spesso ripartono dal "tesoro" documentario accumulato proprio in Commissione), lo slancio sembra essersi esaurito, come se la coscienza degli ostacoli praticamente insormontabili in questa direzione avesse svuotato di senso il tentativo di ricostruzione dei numerosi lati oscuri di questa storia. Eppure si potrebbero sfruttare interessanti aspetti comparativi con l'estero, per capire meglio cosa e' successo da noi: penso alla Turchia e al ruolo di militari e servizi segreti durante i periodi di maggiore instabilità' durante la Guerra Fredda, dove uno stato attraversato da numerose fratture etniche, politiche e perciò storiche tentava di riconciliare questa debolezza con i propri impegni internazionali – tanto per fare un esempio. Quale dovrebbe essere, secondo lei, la direzione di una nuova ricerca sul terrorismo in Italia?
GP: Non sono uno storico di professione, e quindi non sono in grado di esprimere un giudizio.
Leggo ogni tanto qualche saggio di storia contemporanea e constato con una certa soddisfazione che al lavoro della Commissione, da me presieduta, è attribuito un notevole rilievo.
A questo aggiungo che alcune nostre riflessioni hanno determinato un mutamento di prospettiva anche in storici di professione; così ad esempio nel buon lavoro dell’Istituto Gramsci spesso la categoria della doppia lealtà tende a sostituire quella del doppio Stato, prima ampiamente prevalente.
Analogamente per ciò che riguarda la Loggia P2 inizia ad affermarsi la tendenza a considerarla un centro di irradiazione di oltranzismo atlantico e quindi non il regno del male descritto nella relazione Anselmi, né la combriccola di allegri affaristi, che è il giudizio cui è pervenuta la nostra magistratura.
E’ evidente che per me una nuova ricerca sul terrorismo in Italia; dovrebbe continuare in questa direzione, semmai accentuandola e comunque escludendo, come già osservato, la possibilità di confinarlo in una dimensione soltanto criminale.
RF: In questo senso, lei ha espresso in una sua intervista l'idea di usare in Italia il modello sudafricano della Truth and Reconciliation Commission: semplificando, si tratterebbe di garantire un'amnistia o indulto in cambio di una versione definitiva e veritiera da parte dei protagonisti di questa stagione. Per metterla in una frase, si tratterebbe di ristabilire la giustizia non attraverso le aule giudiziarie, ma mediante l'affermazione di una verita' storica condivisa, in quanto racconto che accomuni vittime e carnefici, senza confonderli ma rispettando le scelte in retrospettiva. Una soluzione del genere permetterebbe di superare almeno in parte lo scoglio dei silenzi e gli accordi taciti: penso a Moretti e al suo ostinato (e talvolta sibillino) silenzio, ad esempio. Si tratta di un'idea che noi de La Gru abbiamo preso in considerazione, pensando ad una sorta di iniziativa dal basso, che coinvolga la societa' civile oltre che la politica, per l'istituzione di una Commissione di questo tipo. Puo' spiegarci meglio a cosa si riferiva? Crede che un'iniziativa politica sia necessaria o utile o crede che sia necessario puntare su altro?
GP: Diamo a Cesare quel che è di Cesare. L’idea non fu mia, ma di un ottimo parlamentare di AN, Alfredo Mantica, al cui lavoro nella Commissione devo molto.
Si tratta ovviamente di un obiettivo non facilmente perseguibile, che andrebbe affidato di necessità ad una legge costituzionale, indispensabile per delineare spazi di impunità personale e quindi consentire che un contributo alla verità renda non più attuali debiti verso la giustizia.
Tuttavia il clima politico e culturale del paese continua ad essere tale da rendere irrealistico il perseguimento di un simile obiettivo, tanto è vero che la proposta di Mantica e mia ha suscitato perplessità di gran lunga superiori alle adesioni.
Non escludo che una iniziativa dal basso, coinvolgendo la società civile oltre che la politica, possa accelerare un percorso di maturazione.
In questo auguro buon lavoro a voi de La Gru.
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