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[di Gianluca Pulsoni / Davide Nota]
LA MORTE CORRE SUL PIXEL
L’immagine che non c’è, il taglio che si vede.
A Jonny C.
Con debito, da “ladro di stile”
Lo stato d’assedio, l’io. Uno causa dell’altro, uno rovina dell’altro. Ma non solo: temi come l’isolamento; la fuga; la resistenza sentimentale; la ricerca dell’origine e della visione vengono qui alla luce in un nuovo scenario, che tenta di brutalizzare i possibili filtri della post-modernità, sporcandosi le mani – sporcando le parole – in essa. Poesia come liturgia, rituale privato.
È una delle sillogi più allucinate di Davide Nota, fuori da ogni schematismo o partizione dialettica. E questa Viola così polisemica da rimandare all’ “oggetto” per eccellenza dello sguardo lirico poetico, un fiore, e allo stesso tempo al “nome proprio” dell’iconoclastia nell’arte postmoderna: passando per una linea melodica della prosodia che può benissimo essere accompagnata e suggerita dal medesimo strumento che porta il suo nome. Il suo colore. Viola.
Un fiore, uno strumento e un nome proprio, allora.
Una traccia verso l’esperienza del limite. Ancora ignoto.
‹‹Così c’è qualche cosa che tradisce./ Se tornano è nell’ombra, destinati al silenzio./ Un oltretomba di saluti e sputi/ dove le crepe nere spaccano le mura.››. L’io testimonia, vede a margine. Scruta, sospetta: guarda per non credere, per dubitare. L’io è l’occhio. Lavora nel silenzio del negativo: percettivo, materico, persino sentimentale… ‹‹Le stelle della sera./ Nebbia di punti viola./ Foresta bianca e nera./ Batteri di memoria.››
Ma la percezione è contaminata, sul nascere e sul suo morire. Sfiorisce. Sfibrante vibrazione continua. Anche l’impensabile diventa carne, carne senza concetto, dolore, virus, infezione… la realtà è infettiva. Il contagio è all’ordine del giorno, è la regola: nel bene e nel male, né un bene, né un male… ma in fin dei conti, un livello di separazione. Un level five: una fine. Una sfida. ‹‹Partiamo,/ come un livello di separazione/ da infrangere.››. Qui la fine è data dal come, un passaggio impossibile, da azione a visione.
Una traccia verso l’esperienza di un limite. Il linguaggio.
Giocoforza allora questa silloge è un percorso nella discesa verso un malessere in forma di parole. Ma in grande stile: varietà di registri timbrici, soluzioni formali, digressioni, sospensioni narrative. Tra teoresi manifesta e atti linguistici che mimano filastrocche infantili, nenie con accenti tragici e irrisolvibili.
Con un lessico-immaginario che preleva motivi di misura cristiana – il sangue, la preghiera, le croci, la visione mistica – e li “inchioda” nel proprio altarino privato.
Ma, se si vuole, tutto è tenuto da un movimento umano: di sistole e diastole. Un contrappunto stilistico, che struttura comunque una forma aperta al rischio del dissidio: linguistico e simbolico. Tra esigenza di comunità – la lingua della poesia – e tensione verso l’originario, il puro, alle soglie dell’iconoclastia: ‹‹Ma sebbene le tubature siano molte/ e la sorgente unica/ l'origine, Giulia, è dentro l'assedio.››.
Come nella poesia di Piero Ciampi. Da una parte l’intimità, dall’altra l’assenza.
‹‹Versate il piombo della sera/ nella sera di piombo, alzate/ questa tumefatta scena.›› In questi cinque pezzi facili la scena diventa visione drammatica e le immagini gradatamente si concatenano tra loro in un contrappunto mono-cromatico e mono-tematico: un colore, un'ossessione, come in San Lorenzo e nella Visione.
Ma c’è di più: le varie soluzioni espressive, frutto del “battesimo” al non potere, disperdono le vie del movimento e del discorso in una stratificazione del dire che “presentifica” il minimo dettaglio: che recupera una risonanza da monologo fatale e allo stesso tempo illustra la morsa tra coscienza e immaginazione. Che si succedono, sempre più, senza soluzione di continuità. Senza respiro. A rapidi “tagli” di scena.
Dentro queste macchie/ di acquerelli e pixel. Nel cielo/ sfibrato.
E i pixel del cervello-tv corrono veloci, le immagini perdono stabilità, e da un momento all’altro appare il rischio di vedere solo una lama bianca uscire dalla grana dell’effetto neve. Per fare a pezzi noi e il quadro. Ecco: la giusta sintonizzazione.
Una traccia verso l’esperienza di un limite. L’iconoclastia.
Ed è proprio l’iconoclastia, evocata dal nome di Bill Viola, e quindi immagini che non sono immagini, un tempo che non è tempo, la soglia e la tentazione su cui si arrestano queste liriche. Dove le immagini si svincolano dai loro supporti materici per farsi materia informe, dove solo la degradazione e i tagli del senso sono percepiti. Con dolore. Anti-poetico, anti-romantico.
‹‹Così certo, potremmo facilmente bruciare/ il vecchio mondo rappresentato,/ ma un enorme deserto illuminato a nuovo/ non era certo il fine di questa guerriglia!/ (La schermata del cielo/ gelidamente oggettivo).››
CUT
Come indica l’ultima lirica della silloge, una lirica-manifesto, quasi teorica nel suo aspro tono neutro, il grande rischio è quello di capire cosa riaffiorerà dopo la fine dal cervello-tv. Se altre rappresentazioni, un deserto, se rappresentazioni di altri deserti, deserti di altre rappresentazioni. Se, invece, altro…
Ma intanto, nonostante la geometria sempre più astratta e apocalittica dei luoghi “a vanire”, nella “situazione”, la differenza la fanno i corpi, gli altri, gli esseri. Com’è la fine di ogni Rappresentazione.
Fino alla fine del mondo.
E oltre la fine, e nei margini di ogni fine: scena, quadro, immagine, cinema, vita.
Partiamo,/come un livello di separazione/da infrangere.
FINE ALLA FINE
Gianluca Pulsoni
VIOLA
I
Gli orfani
Occorre ritrovarsi. Su questo bagnasciuga
reticolato. Dentro queste macchie
di acquerelli e pixel. Nel cielo
sfibrato. Occorre comunque ritrovarsi.
L'immagine è sfocata. Un'ombra
accartocciata ai piedi del mare.
(Non lo so neanch'io, no: non lo so...).
Sulla battigia desolata
gli uomini in fuga cercano un rifugio
e i deboli un lungo sonno.
Così come orfani del mondo
incatenati nella febbre a vita
del giorno: è così, sì, va bene...
Ma sebbene le tubature siano molte
e la sorgente unica
l'origine, Giulia, è dentro l'assedio.
II
San Lorenzo
Versate il piombo della sera
nella sera di piombo, alzate
questa tumefatta scena.
Montate le strade, i palazzi di cartone
nella sera di piombo sparate
i vostri cannoni a salve.
III
Visione
Così c’è qualche cosa che tradisce.
Se tornano è nell’ombra, destinati al silenzio.
Un oltretomba di saluti e sputi
dove le crepe nere spaccano le mura.
Se scappa non ritorna eppure muta
lo stesso, come un lago di cenere
in cui sprofonda le mani
con sete di rugiada.
Porterai con te queste giornate di novembre?
Non c'è nessuna strada.
*
(Dentro il paesaggio antico quale squarcio,
quale verde-viola scomposizione?
Sfibra scucito il telo.
Decomponi il cielo.
Nel velo digitale
individua l'errore.
Afferra il lembo opaco.
Scorteccia la visione.).
IV
Preghiera
Scorteccio il cielo alla
ricerca di un'origine.
La stella è bianca. Blu
cobalto rovinato.
Sia lode al padre e al figlio
che tornano al cantiere.
Notte di tram e nebbia.
Pietà di me signore.
Di fronte a questa storia
anche il sole si incrina.
Gli avanzi della luce.
Madonna di lamiera.
Le stelle della sera.
Nebbia di punti viola.
Foresta bianca e nera.
Batteri di memoria.
V
Rappresentazione
Partiamo,
come un livello di separazione
da infrangere.
*
In ogni cavo la sostanza mancante
in forma di lacrima chiamare.
Questo sembiante accarezzare.
“Chiedo asilo? Decoro?”.
Poeta, cosa voglio ignoro.
Il quadro degli orizzonti è pieno.
L'ambiente ridicolo. Il possibile designato
vuoto. Ho sognato
una casa che non c'era e una sorella
nell'origine. Ma pure tu baciare
vuoi nel modo in cui morire
non sia più l'arido male. Ma l'altro
non esiste.
E per sognare servono i soldi.
*
Ho imparato l'allegria dei sampietrini bagnati,
la via di casa quando piove e tardi
la ragazza pallida che ti offre la mano.
“Spariranno?”. Non so, tutto è svanito,
e assieme al tutto anch'io che cerco
ristoro in una canzonetta sbandata.
Vorrei in fiamme vedere
le vetrine dei call center,
le agenzie interinali,
e con pietà francescana aggiungere
al fuoco nuovo fuoco.
Ma tutto quanto ricadrà su noi
che sete avremmo avuto
di sole e di fontana.
*
E San Lorenzo appare
nella sua scomposizione
di sabbia bagnata.
Avremmo detto: certo, avanziamo,
così come per fare un movimento qualsiasi.
La rappresentazione è salvaguardata.
Io voglio il meglio.
Se fuoco non arde. E fontana
ricorda. Verde. Blu.
Volevo il meglio
da questa generazione sballata
di pasticche e psicofarmaci.
Così certo, potremmo facilmente bruciare
il vecchio mondo rappresentato,
ma un enorme deserto illuminato a nuovo
non era certo il fine di questa guerriglia!
(La schermata del cielo
gelidamente oggettivo).
*
E quella notte apparvero infuocate croci.
Un cimitero di bottiglie incomprensibile ai più.
Paesaggio verde e nero
di infrarossi e fanale.
In fila pisciavamo contro il mare.
“Starò con i miei amici
fino alla fine del mondo.”.
Davide Nota è nato a Cassano d’Adda (MI) nel 1981 da padre lucano e madre marchigiana. Laureato in Lettere moderne con una tesi sulla “Nuova poesia italiana”, risiede dalla prima infanzia ad Ascoli Piceno dove nel 2005 ha fondato il foglio di poesia e realtà “La Gru” (www.lagru.org). Suoi testi sono apparsi su diverse riviste e antologie di poesia contemporanea (tra cui "Atelier", "Chorus", "Ut", "Nuovi argomenti", "Lo Specchio della Stampa"). Nel 2005 è uscita la sua prima raccolta poetica, Battesimo (LietoColle), con una nota introduttiva di Gianni D'Elia. Nel 2007 è uscita la sua seconda raccolta, Il non potere (Zona), con una lettera prefatoria di Luigi-Alberto Sanchi. Dal 2008 abita a Roma, dove si occupa di giornalismo politico e letterario.
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