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[di Fabiano Alborghetti]
Sono tornato il 14 novembre da San Francisco dove sono andato per rappresentare la Svizzera (su invito del Consolato Generale in città e in quanto poeta residente in Svizzera) e l’Italia (su invito dell’Istituto Italiano di Cultura, nell’ambito della settimana della lingua italiana nel mondo) al Festival Internazionale di Poesia Other Words .
Il libretto di sala che veniva offerto al pubblico offriva - tra le altre cose - la mia fotografia, nome cognome, il nome del festival, il logo dell’Istituto Italiano di Cultura e la bandiera svizzera.
Io sono un italiano che vive in Svizzera ed al festival rappresentavo entrambe le nazioni. Per tutta la settimana, in più riprese e da diverse persone (anche istituzionali), mi sono sentito chiedere se mi sentivo più italiano o più svizzero.
Come chiedere ad un bambino se vuole più bene alla mamma oppure al papà.
Sono più svizzero o italiano?
La risposta è più complessa del previsto.
Il mio punto di vista è: vivendo stabilmente sulle rive del lago di Lugano, vivendo la realtà, la cronaca e le leggi della Svizzera, mi considero svizzero. Pago le tasse svizzere, l’assistenza sanitaria è svizzera, ho un domicilio registrato, ho convertito la patente di guida da italiana a svizzera, esibisco come documento di identità il mio Permesso B. Vivo e agisco qui e qui è la mia realtà, il mio presente e il mio futuro.
Per la burocrazia svizzera io sono un cittadino italiano residente sul proprio territorio. Ho dei diritti dati dall’inserimento sociale e legale ma sono uno straniero. Fra 3 anni circa potrò richiedere la nazionalità ottenendo il diritto al voto e diventando uno svizzero di carta (spregiativamente è colui che acquisisce la nazionalità non per nascita ma per la permanenza su territorio secondo i termini previsti dalla legge). Per ora sono e resto uno straniero.
Per l’Italia sono un cittadino italiano che vive all’estero e per essere riconosciuto tale ho dovuto iscrivermi all’A.I.R.E. (Associazione Italiana Residenti all’Estero). Tale iscrizione -che è a tutti gli effetti una certificazione legale del mio status- può avvenire solo dopo avere passato continuatamene all’estero (e nello stesso luogo) un anno ed un giorno. Ma dov’ero prima di iscrivermi all’A.I.R.E.? Ero in Svizzera (registrato a tutti gli effetti) e inesistente per l’Italia: per il mio comune italiano di provenienza semplicemente ero svanito; all’indirizzo italiano non vivevo più, la casa era stata venduta. Avevo un domicilio elvetico che in Italia non compariva (ancora) da nessuna parte. Se il Governo Italiano avesse avuto bisogno di contattarmi, a tutti gli effetti sarei risultato come latitante.
Ma nel cuore ti senti più svizzero o italiano?
Io sono indiscutibilmente italiano e ho la stigmata della lingua che d’altro canto è anche un salvacondotto che permette un’integrazione indolore in un area della Svizzera –il Canton Ticino- dove si parla la medesima lingua. A pari merito mi avverto come indiscutibilmente svizzero, seppure per ora privo di quel valore fondamentale per la responsabilità partecipativa nei confronti del proprio paese che è il diritto di voto.
Sarebbe stato –inoltre- profondamente diverso trapiantare in un area linguistica differente, o addirittura in una nazione difforme non solo per lingua ma per credo religioso, clima, abitudini sociali; e qui penso a Michel Abdolahi, uno dei poeti invitati al festival di poesia Other Words: nato a Teheran dove ha passato gran parte dell’infanzia, mussulmano di religione, vive da circa 20 anni in Germania. La lingua è per lui sia il farsi che il tedesco. Sia l’una che l’altra cultura convivono e spesso anche nella scrittura coabitano.
Penso a Li Li, poeta cinese residente in Svezia. In Cina ha passato quasi 28 anni. Altri 20 li ha maturati in Svezia. Quale è la sua patria e quale il suo domicilio? Scrive indistintamente in mandarino e in svedese. Quale è la lingua di appartenenza?
E la poetessa Ingvild Burkey, metà norvegese per parte di madre e metà americana per parte di padre. Per avere controlli doganali più rapidi rispetto a noi stranieri ha esibito il passaporto americano per venire negli Stati Uniti (ma vive in Croazia ed in Norvegia). Alla dogana si è sentita dire bentornata a casa.
Quando rientro dall’Italia, che io stia viaggiando in treno o in auto è al ponte diga che improvvisamente mi sento a casa, appena si palesa il ponte che collega le due sponde del lago e laggiù in fondo vedo Lugano. Dopo il ponte è una galleria alla fine della quale, dopo qualche istante appare il cartello Lugano 600: seicento metri per l’uscita autostradale; un kilometro per essere parcheggiato sotto casa.
E’ un luogo che per una serie di ragioni ho adottato e a cui mi sento legato. Lo riconosco. Sono a casa anche se casa è la nazione in cui non sono nato.
Nei primi mesi del trasferimento, vivevo a Lugano e proseguivo col lavoro di sempre a Milano. Tralasciando le battute sul fatto di essere un frontaliere al contrario (di solito si lavora in Svizzera perché si guadagna di più), mi piaceva giocare sul fatto che per tornare nel letto di casa dovevo passare una frontiera. Dormo all’estero, dicevo ridendo.
Solo una volta, quando in frontiera mi hanno fermato per non so quale ragione ho davvero pensato che se non mi fosse stato permesso l’ingresso in Svizzera, non avrei saputo dove altro andare. Aldilà della frontiera c’è casa.
Negli anni ’50, è capitato spesso che emigranti italiani non potessero rientrare in Svizzera per ragioni o per capriccio del doganiere. Erano altri tempi ed altre situazioni. Quelle persone venivano ospitate nel convitto delle suore per la notte. Non potevano nemmeno chiamare casa ed avvertire perché il telefono era cosa per famiglie benestanti o per famiglie svizzere. Erano aldiquà, bloccati sino al mattino dopo senza modo di avvisare il consorte. Aldilà della frontiera c’è casa …
Uno, nessuno, tutti e due o qualcos’altro?
Sono uno in quanto cittadino italiano e sono nessuno perché in Svizzera vengo ancora considerato uno straniero. Non avendo diritto di voto inoltre, sono nessuno perché non ho un peso specifico nell’andamento della vita politica se non per il pagare le tasse.
Sono entrambi perché vivo sui due lati, ho in mano due culture, ho imparato due nazioni con le leggi, i diritti ed i divieti. Manca poco infine, ad avere due nazionalità.
Sono anche qualcos’altro perché in quanto artista vengo riconosciuto dalla Confederazione Svizzera, trovo spazio nelle radio o sui quotidiani, mi vengono assegnate borse di studio in denaro, un editore Svizzero mi ha sotto contratto e sono stato inviato ospite del Consolato a rappresentare una nazione che mi ha accolto ma in cui non sono nato.
Alla domanda sei più svizzero o italiano? io rispondo qualcos’altro.
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