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[di Gisella Speranza / Emiliano Michelini]
Una strada deserta e ventosa è il crudo scenario di un ciclo vitale inesorabile in cui si è strappati alla vita come un riccio schiacciato sull’asfalto, vittime di un’ordinaria crudeltà; è l’immagine di un divenire che fagocita con indifferenza un essere fatto di gatti e telefilms. Si tratta di una natura divenuta avida, estranea a se stessa, che non riesce più a pronunciare la sua innocenza, perché di essa ha solo un ricordo appannato, come di una “memoria spenta”, “tradita” che però trova ancora la forza di spezzare la frenetica spietatezza della “strada deserta” aprendosi ad immagini distese di un onirismo fiabesco come quella del “bambino color ciliegia” che “insegue se stesso in mezzo ai camion”.
Sembra che ci sia un male radicale che macchia di sé la natura nel momento della consapevolezza, per cui l’unico rifugio di purezza diviene l’infanzia dell’uomo e del mondo, naturalmente capace di “sproporzione”, perché precede ogni tentativo di “giustizia”. Immagini eccentriche, dai toni forti e dal gusto espressionistico restituiscono il ricordo dell’infanzia e del suo immediato rapporto col mondo: “il cibo viola”, “il bambino color ciliegia”, “la voce di caramelle”, etc. Questi ricordi-rifugio resistono alla corruzione della “lingua troppo adulta”, idioma di un mondo mercificato, contaminato dalle leggi della tecnica e della produzione che impongono un rapporto di sudditanza della natura all’uomo e non più di convivenza pacifica. L’uomo non crea, ma produce. Non immagina, ma pensa. Qui il tradimento dell’età adulta.
L’infanzia diviene una dimensione senza tempo, nascondiglio al sicuro dalla razionale crudeltà della strada deserta; un mondo senza parole, fatto di gesti semplici e universali, dove il comportamento umano è affidato alla “dottrina di compleanni risolti”, un’etica rigida ma rassicurante fatta di dogmi non ancora messi in discussione, in cui proprio per questo un’etica può ancora esistere nella ingenuità della sua immediatezza.
La citazione di Piero Bigongiari, calzante epigrafe della raccolta, oltre a svelarci prima del tempo il sapore ermetico dei suoi versi, guida il lettore all’individuazione di un aspetto centrale della poesia di Emiliano Michelini: la tensione al disequilibrio, alla sproporzione, il gusto per la difformità stilistica e di senso. La sua libertà poetica crea una grammatica altra in cui i nessi sintattici sono funzionali ad immagini spesso straniate e accompagnate da un gusto per la dissonanza. La parola è sfruttata al massimo nella sua forza retorica, tesa all’evocazione di immagini stranianti (“i mal di pancia tecnologici”, “sacrificio di forchette”, “la ricarica di luce”). La lingua stessa sembra ammettere l’impossibilità di dire una tale realtà contaminata senza avvelenarsi anch’essa; così perde la sua innocenza, allo stesso modo del mondo che esprime. La produzione e la tecnologia hanno sottomesso il mondo rendendolo un freddo insieme di prodotti, “cose che non hanno maiuscole”, “che hanno un niente in se stesse”, merci in vendita “al supermercato nei reparti esseri umani”.
Gisella Speranza
POESIE DISPERSE
Abbandona quest’eco di giustizia cedi alla sproporzione
(Piero Bigongiari)
E poi ancora il cielo e ancora il
cielo e le nuvole sopra questa
strada deserta dove anche adesso il
gatto restituisce la vita insieme al
riccio gestisce questa dottrina di vento e
gli alberi risuonano qualcosa, una
memoria spenta, tradita, adesso
generatore di una parola che spegne
di una parola che spegne
in gola i segreti di una domenica
mattina quando con le luci negli occhi
i rumori, le cose ancora più in generale
e la natura...questo che diventa, si apre
ingloba dentro se altre cose, altri
gatti mescolati, altri telefilm, altri
giochi e un bambino color ciliegia insegue
se stesso in mezzo ai camion, in mezzo
ai camion, alle cose, a questa
dottrina di compleanni risolti, a questo
sapore di alba di nuovo, di vita
mostrando gli anni con le dita
parlando una lingua troppo adulta.
*
Sai che esistono le cose che hanno
un niente in se stesse, le puoi trovare
al supermercato nei reparti "esseri umani"
mentre qui fa un caldo allucinante
ed ogni resistenza non fa rima con pazienza
e niente proprio niente si assicura di comprare
l'ennesima ricarica di luce e che avvolge
questo ed altro che io conosco proprio adesso
che mi accingo a mangiare il mio sudore.
*
Ci sono cose che non hanno maiuscole
solo dei mal di pancia tecnologici,
qui esistiamo...io te e quei bambini mascherati
che non hanno capito i nostri scherzi
sopra i tavoli del pranzo
in ogni emicrania, in ogni sangue senza colore
resistiamo...con le briciole cadute
occhi che chiedono
maestre che non ascoltano.
*
Al centro della piazza,
le braccia allargate, noi l'allagamento
questa si chiama
Arsura delle cose
rovi dentro il corpo, nell'intestino
Questi siamo noi tradotti come marionette
schiacciando i tasti
le rotelle
nel bosco della nostra confusione
tra le custodie vuote
Sono testimone del mio tempo
con il coltello in mano
taglio il sole, faccio scendere questa
Impossibilità
questa che oggi
è pioggia di donna
chiamata con un altro nome
Questi siamo noi, vibrazioni di oggetti
crash completi.
*
Regalami questa voce di caramelle
il sogno chiuso nel pugno
sopra il davanzale
fammi così rinascere con poche sillabe
con le unghie spezzate sui cornicioni
Dammi da magiare questo cibo viola
e avrò
le stesse parole che esplodono in estate
scivolare nel centro giallo
nel bosco del tuo sangue
*
Lascia scorrere le vene
questa religione imparata tra i ciottoli della strada
questa fede cieca anche per me
cieco anch'io a questo fiume di cose
a questi rovesciamenti...
In mezzo a questa neve, quando niente si vedeva
io scendevo con in mano lo scettro dell'impostura
e le tue parole maleducate
testimoniavano l'assenza del cuore,
anche a questo sacrificio di forchette
anche a questo niente che si infrange contro le finestre
salivi per la prima volta le scale dell'appartenenza
con i chiodi sotto i piedi nudi, e il sangue
che aveva sempre lo stesso nome di industrie
di orologi e di orari imparati a memoria
le guerriere che si abbattono alle tempie
sempre il solito saluto trattenuto a forza di ghiaccio
e cosce graffiate perché loro sapessero la tua forza.
*
Mi farò pavimento
per accogliere te e queste fotografie sbiadite
di ginocchia sbucciate e altri pomeriggi
Questo è stato il mio prato, e qui
anche l'acqua è artificiale
mi giro per vederti sorridere
facendo attenzione a non farmi scoprire
in mezzo all'erba, in mezzo alle siringhe.
*
Madre del buio e delle domande tutte, madre dei finestrini
spaccati dal vento, chiamando questa folla, questo dolore
di restare appesi a queste cellule, a questi fogli
di carta come dei sogni nelle valigie.
Restano le cose che sanno di pietra
quando il bambino
conosce tutti i rumori del pensiero
e con lo sguardo attraverso il finestrino
indica le strade
dove in un’altra vita ha visto la sua anima gemella
respirare in una cellula.
*
E speravi ci fosse questa arteria anche stasera, speravi,
nel teleobbiettivo ingigantito, hai fissato alle finestre,
hai esposto le tue cose, il piano centrale
come in quel sogno dove
la vita cominciava in quelle mura
e spiavi lei
in quelle mura rosse, seduta sul tappeto
miliardi di giorni prima della vita, prima dei suoni
riunendo tutti i fotogrammi migliori
le pose dove lei era come volevi tu, senza accenti
senza uomini, senza dio.
L’avvicinarsi dei metri, l’accorciarsi della distanza
Il frantumarsi del tempo
“Volevo un destino cosi, una febbre diversa, qualcosa insomma
un’automobile infinita, un altro sabato”
quando entrarono le sentinelle affondasti la mano nel pavimento
cercavano il “qui e ora” che non potevi avere
immerso nel singhiozzo.
E poi con gli occhi sul balcone le finestre esplosero,
le pareti, qualsiasi cavità prese una luce, allargò le cosce
mentre scendeva sangue di rossetto dalle pareti
ed era come sudare quattromila ore
o una qualsiasi educazione cattolica repressiva
che ti impedì di vivere quei secondi che separavano
la nostra morte dall’incendio del cinema.
Emiliano Michelini è nato a Pesaro nel 1977 e vive a Cattolica (RN), è laureando presso l'Università di Urbino con una tesi sugli esordi poetici di Aldo Palazzeschi. Sue poesie sono state pubblicate su "La Gru" (n° 2, gennaio 2006) e sul blog di Gemma Gaetani (www.gemmagaetani.splinder.com). Una sua silloge, La circolazione del sangue, è apparsa nell'antologia "Scorie Contemporanee, La Gru n° 4”, e-book in formato pdf (disponibile su questo stesso sito) e sulla rivista diretta da Federico Nicolao, "Chorus, una costellazione n° 5” (www.chorusday.com).
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