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[di Fabio Monti e Davide Nota]
Umberto Pascali è un analista strategico italiano, attualmente residente negli Stati Uniti. Ha vissuto in vari paesi europei ed extraeuropei. Ha svolto indagini giornalistiche sul fenomeno della guerra non convenzionale e del terrorismo, sulle strategie militari nell’ultima parte del ventesimo secolo (con particolare attenzione all’area dei Balcani), sul fenomeno del cosiddetto crimine organizzato in Italia, Asia centrale ed est Europa e sull’uso dello scandalo come arma politica. Ha studiato i casi di Enrico Mattei, Aldo Moro, Guido Calvi, Alfred Herrhausen, Nicola Calipari ed altri. Altro suo interesse è lo studio del Rinascimento italiano, con una particolare predilezione nei confronti di Dante Alighieri e Nicolò Machiavelli. Il 7 gennaio del 2009 lo incontriamo nella sua residenza italiana, per una intervista concordata sui temi dell'attualità geo-politica, che presto si trasforma in una vasta e densa conversazione attorno ai grandi temi della Storia contemporanea e delle politiche internazionali del presente e del futuro.
Fabio Monti: Io partirei da quello che almeno a livello massmediatico è stato presentato come il grande cambiamento del 2008, e cioè l'elezione di Barack Obama, il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti d'America, che rappresenta anche il ritorno del Partito Democratico alla Casa Bianca. Credi che Obama potrà rappresentare una reale discontinuità rispetto alla politica estera di questi ultimi otto anni? La cultura della guerra preventiva al terrorismo può dirsi conclusa?
Umberto Pascali: Innanzitutto dobbiamo liberarci dalle mitologie. La mitologia americana, l'ideologia che l'America secerne da tantissimo tempo, è un'arma estremamente forte, che avvince. Non c'è bisogno nemmeno della forza, se c'è la forza del mito. Il cambiamento in realtà è una continuazione con altri mezzi, una continuazione per fare le cose che i Neo-con non sono riusciti a fare, in modo più efficiente.
Davide Nota: Credo che tu debba argomentare meglio questa affermazione, che altrimenti potrebbe risultare astratta e gratuita.
UP: Per capire meglio questo discorso occorre risalire al crollo del muro di Berlino, alla fine del 1989. In quel momento noi abbiamo vissuto la fine di una lunga guerra, che non è stata solo fredda, in cui l'Unione sovietica, cioè la Russia, era stata sconfitta. Anche in quel conflitto c'era una grande parte di fantasia in cui gli schemi, la narrative, il modo di presentare la Storia da parte dei mass-media, aveva messo a terra la realtà al primo round. La classe politica russa, la nomenclatura, in larga parte aveva già deciso da tempo di trasformare radicalmente la struttura economica ed ideologica dell'Unione Sovietica. Ma l'esistenza di un blocco contrapposto era estremamente utile, non alla popolazione ma alla élite anglo-americana, che attraverso questo divide et impera giustificava il proprio allargamento tentacolare nel mondo. Insomma, era importante la presenza del blocco comunista come il male contro cui lottare, come una giustificazione della propria esistenza in quanto superpotenza, e come giustificazione del proprio potere sull'Europa. Gli Stati Uniti avevano diritto di intervenire in Germania o in Italia, perché dovevano difendere l'Europa dal pericolo rosso. Dovevano impedire che i cavalli cosacchi si abbeverassero nelle sacre fontane di San Pietro. E questa era la giustificazione ideale per l'esistenza della Nato. Dall'altro punto di vista, cioè dal punto di vista della élite russa, che secondo me anche durante le fasi più intense del comunismo non è mai stata una élite ideologica ma per lo più nazionalistica, l'idea era quella di limare e di superare la contrapposizione ideologica e porre fine alla guerra fredda. Allora l'illusione da parte di italiani, tedeschi e francesi, quella che Donald Rumsfeld chiama la “Vecchia Europa”, era di liberarsi dal gancio atlantico una volta portata a termine un'operazione di superamento del comunismo in Russia. In Italia sperarono in una evoluzione del genere anche molti degli uomini tradizionalmente legati agli Stati Uniti, come Andreotti e soprattutto come Craxi, la cui carriera iniziale è legata alle operazioni dell'agente americano Michael Ledeen, quello della rivalutazione del Fascismo Universale. L'idea era di conquistare una posizione di equidistanza tra Usa e Russia, e il crollo del muro avrebbe accelerato un processo iniziato da diverso tempo, perché già Enrico Mattei aveva cominciato a prendere il petrolio dalla Russia, ed è poi questa la chiave per capire le cause di quel conflitto con alcuni grandi poteri che poi condurrà nel 1962 al suo assassinio, molto più che il petrolio in Algeria o nel Terzo mondo. Perché una politica di cooperazione con Mosca distruggeva quelle regole geopolitiche che volevano che Europa ed Asia fossero divise.
DN: Il crollo del comunismo sovietico alimentava in tutta Europa il sogno della costituzione di un grande blocco eurasiatico, democratico e indipendente. E invece...
UP: E invece avvenne esattamente l'opposto. Dopo il crollo del muro di Berlino iniziarono nuove orchestrazioni per fare in modo che tutto l'apparato imperiale anglo-americano, a partire dalla Nato, avesse nuove giustificazioni per resistere. Ecco dunque che i conflitti etnici in Jugoslavia dimostravano, secondo la propaganda dominante, che gli europei erano incapaci di difendere il proprio territorio, e che quindi doveva intervenire l'esercito americano in difesa degli europei. Oppure, quando in Italia il governo mostrò l'intenzione di varare progetti di agricoltura industriale in Russia, ad esempio con il gruppo Ferruzzi, ecco che sono venuti fuori gli scandali e tutta la questione di Manipulite.
FM: Che però fotografava la realtà di una classe politica corrotta e disonesta.
UP: Il problema non è che non c'era la corruzione. La corruzione c'era, ed è una disgrazia per l'Italia e un problema innanzitutto culturale che bisogna combattere in ogni modo. Ma non guardiamo sempre alla lotta politica come a qualcosa che avviene al massimo a Roma. Anche la più importante personalità politica di una nazione periferica all'interno di un contesto multinazionale, è chiaramente più o meno dipendente da altri poteri esteri. Allora, a questi livelli, uno scandalo nazionale può essere usato come un'arma. Insomma, se fino ad un certo momento ogni giudice che si azzardava a denunciare la corruzione politica finiva che perdeva la toga o anche di più, e poi invece iniziò ad avvenire l'opposto, e cioè era il politico che perdeva la poltrona o andava in galera, allora al di là dello scandalo nazionale in sé, si è capito anche che il Potere era cambiato, e che quella classe dirigente non serviva più.
DN: Torniamo al tema della fine dell'Unione Sovietica.
UP: L'Europa aveva avuto l'illusione che la guerra fredda fosse finita e che potesse cominciare a fare commercio con l'altra parte del continente eurasiatico. Invece siamo tornati ad un regime ancora più repressivo e controllato dagli interessi dell'élite anglo-americana. Le cose che sono successe in Italia sono successe in tutto il mondo. In Germania l'assassinio di Alfred Herrhausen, presidente della Deutsche Bank, alla fine del 1989, ti dà l'idea di come ovunque avvenga lo stesso processo. Herrhausen aveva elaborato un grande piano per massicci investimenti infrastrutturali nell’ex blocco sovietico. A quel punto venne fuori l'idea guida che esisteva una sola superpotenza. La Russia era finita, l'Europa non era mai cominciata, la Cina e l'India non esistevano ancora. Questa è l'origine del filone di pensiero geopolitico strategico che ha condotto alla follia del cosiddetto unilateralismo.
DN: Insomma l'arco di tempo che va dal 1989 al 1992 è uno spartiacque che invece di alleggerire ha definito e consolidato il controllo atlantico sull'Europa.
UP: Sì. Tutti gli anni '70 sono stati una guerra in preparazione della fine di questo divide et impera. L'illusione fu quella di pensare che la fine di Yalta avrebbe portato indipendenza e sviluppo. Tutto il terrorismo che c'è stato in Italia dal 1969 in poi è in relazione a questo passaggio. C'era chi lavorava per un ammaraggio morbido della Russia, e per una sua integrazione nell'Europa occidentale, e chi voleva invece un ammaraggio drastico, cioè una guerra non convenzionale in cui la Russia perdeva tutto. Ripeto, il problema non era l'Unione Sovietica in quanto ideologia, ma era la Russia in quanto territorio, e difatti il problema era qualunque paese che avesse una certa forza, e una certa sovranità nazionale, e potesse difenderla con strumenti anche militari. A quel punto si volle credere che il processo della Storia stava portando all'esistenza di un'unica superpotenza, e l'ideologia anglo-americana si pensò come una potenza per il bene, all'interno di un processo finalistico e divino.
FM: Ma tu non credi che possano esserci sfumature tra un'amministrazione repubblicana e una democratica?
UP: Nel 1999 il bombardamento di Serbia, Montenegro e Kosovo, che ha distrutto gran parte delle infrastrutture di queste nazioni nel cuore dell'Europa, fu organizzato dal Presidente democratico Bill Clinton. Non era imperialismo? Certo che era imperialismo: liberal imperialism. Noi, in nome della democrazia e dei diritti umani, e anche perché gli europei non sono in grado di badare a sé stessi, interveniamo con la nostra potenza militare e salviamo in nome del bene i rifugiati del Kosovo. Fu il punto più basso raggiunto da quel che era rimasto dell'Unione Sovietica. Poi dopo Clinton venne messo su Bush, perché serviva un presidente di guerra.
DN: Seguendo il tuo discorso, non riesco a capire il motivo per cui se le politiche dei democratici stavano funzionando, ci sarebbe stato bisogno di un cambio di guardia e di rappresentanza.
UP: Ma a parte che Clinton aveva già fatto otto anni ed era finito, l'ultima fase della sua seconda amministrazione era già una preparazione per il dopo. Sono usciti fuori scandali ferocissimi, gli insulti usati davano fastidio anche da un punto di vista estetico. Insomma, iniziarono ad essere montati tutti questi neo-conservatori che usavano gli argomenti più osceni, anche aiutati da alcune agenzie militari, come ad esempio per lo scandalo della stagista Monica Lewinsky.
DN: Sì, ma perché?
UP: Perché a quel punto hanno pensato di potersi permettere l'azione finale, definitiva. Siamo l'unico Potere, la Russia è finita. Addirittura Zbigniew Brzezinski, ex NSA (National Security Advisor), che adesso sta dietro ad Obama, parlava apertamente di dividere la Russia in quattro regioni che potessero fornire materie prime, poi chiaramente gestite da multinazionali americane o occidentali, a livello di terzo o quarto mondo. La sconfitta della Serbia fu l'ultimo colpo quasi mortale al potere di influenza russo. A quel punto non è che quel che aveva fatto Clinton non andava bene, andava benissimo. Semplicemente Clinton aveva terminato il compito assegnato, e l'élite pensò a qualcosa di più muscolare, quindi diede strumenti e mezzi ai nemici di Clinton.
DN: E cioè al fanatismo ideologico dei Teo-con, l'irrealismo al potere.
UP: La realtà? Cosa ce ne importa della realtà? La realtà la inventiamo noi, come poi Dick Cheney andava dicendo in giro. Ma questa non è una battuta. Rendiamoci conto che se si ha il controllo della stampa, dell'economia, dei fatti e dell'opinione sui fatti, è chiaro che si crea la realtà. Allora, se siamo i creatori della realtà, non abbiamo più bisogno di formalismi. Addirittura ad un certo punto il dibattito televisivo si incentrò sulla questione: l'America è un Impero? E la risposta era: forse sì, però che c'è di male? Se sei un impero che fa il bene, è giusto ed anche necessario che tu lo sia. Insomma: impero coadiuvato dalla forza militare, perché se stai dalla parte del bene non puoi essere impotente, ti devi far valere.
FM: Che poi è il mito americano, dal Western ad oggi.
UP: Sì, se sei un vero uomo e se ci tieni al bene non puoi non ammazzare i banditi che impauriscono le vecchiette. Quindi, insomma, questa era la cultura dell'amministrazione Bush, che faceva quello che noi possiamo chiamare “fascismo” apertamente, ma per la televisione non era fascismo, o forse era “fascismo per il bene”, per salvare il mondo. Tutti gli interventi militari allora si pensava dovessero essere interventi conclusivi, definitivi. Era la fine della Storia. La Storia era finita e il modello anglo-americano liberista, con tutta la sua cultura, aveva trionfato. In realtà, dal disastro del bombardamento del Kosovo, della Serbia e del Montenegro del 1999, era in atto nel Palazzo russo la preparazione di una strategia di risposta che emergerà qualche anno più tardi. Ma i discorsi psicopatici che a quel tempo si facevano pubblicamente, in America, erano del genere: voi non conoscete l'ideologia musulmana, gli arabi ammirano la forza e se noi mostreremo forza militare ci seguiranno. Ecco, questo genere di pazzia è stata la cultura dell'amministrazione Bush. Ora, se tutto questo riusciva, sarebbe stato perfetto ed ora avremmo una forma di governo mondiale di stampo fascista. Certo, ci sarebbero state quattro persone serie che ancora protestavano, ma nessuna forza organizzata messa nelle condizioni di poter reagire concretamente. Ma il punto è che quella non era affatto la fine della Storia, ed io inviterei voi de “La Gru”, e tutti i vostri lettori, a studiare due saggi fondamentali che non sono di strategia militare ma di cultura coloniale in senso lato: The end of History (1989) di Francis Fukuyama, e The Clash of Civilizations (1993) di Samuel P. Huntington, che poi è stato il professore, il mentore, di Fukuyama. Queste due opere hanno dato all'élite gli strumenti ideologici per tentare di attuare una forma di dominio definitivo sul mondo. Tutti gli intellettuali, anche in Europa, sono stati costretti a misurarsi con questa idea infantile che la Storia, dopo il crollo dell'impero sovietico, fosse finita. Poi certo che un intellettuale serio non può che tornare a Marx, perché nessuno può credere che la realtà sia ciò che un'epoca o un gruppo sociale pensano di sé. Io posso avere tante critiche da fare a Marx ma questa intuizione su struttura, sovrastruttura e ideologia, è essenziale.
DN: Gli Usa si sono pensati come ultima sintesi della Storia umana.
UP: Esatto, non doveva esserci più Storia perché erano terminati i dissidi, e tutto sarebbe stato unificato all'interno di questa ideologia, di questa cultura provvidenziale. Samuel Huntington invece completa questa follia con un'altra geniale intuizione: prima della vittoria finale c'è da risolvere l'ultimo dissidio, rappresentato dal terzo mondo. The clash of civilization, lo scontro di civiltà.
FM: Io condivido il tuo discorso a livello generale, però insisto: ci potrebbero essere casi particolari in cui una diversità d'azione della politica estera statunitense possa comunque portare ad una via più diplomatica, penso ad esempio al grande conflitto mediorientale tra palestinesi e Israele. Clinton ad esempio promosse dei colloqui di pacificazione tra le due parti, mentre con Bush gli Usa sono diventati un vero e proprio alibi per Israele, permettendo e difendendo ogni possibile nefandezza militare.
UP: Io quello che ti suggerisco di fare è di non guardare alle amministrazioni Usa come a monadi, perché sono solo strumenti. Le amministrazioni hanno delle missioni per cui l'establishment investe un bel po' di soldi per la campagna elettorale. Il problema di Israele, tralasciando l'idea davvero astrusa, selvatica ed antisemita del complotto, è che si tratta di un punto strategico, dove Asia e Africa si incontrano e dove, di fatto, l’Europa tocca il Sud del mondo. Israele è uno strumento. Io la vedo più come una ripetizione del Regno di Gerusalemme durante le Crociate, che era un caposaldo di potenze feudali europee nel cuore dei territori arabi. Con tutte le differenze del caso, concettualmente credo sia la stessa cosa. Ora però, per rispondere alla tua domanda, vorrei farti un esempio. Quando fu fatta una politica di pace efficiente tra Israele e Palestina? Quando Brzezinski era capo del “National Security Advisor”. Brzezinski riuscì ad organizzare per il Presidente Jimmy Carter delle trattative di pace in cui divise il fronte arabo, organizzando una pace separata tra Egitto e Israele. A quel punto i palestinesi rimasero senza il loro alleato storico, e questo è il motivo per cui adesso è illegale che arrivi aiuto ai palestinesi dall'Egitto. Insomma, Brzezinski con le trattative di pace ha spaccato il fronte arabo. Quindi io vi inviterei a leggere gli annunci del presente con uno sguardo più amplio sul contesto storico e su quello geopolitico. Uno potrebbe ad esempio dire che è meglio la guerra in Kosovo rispetto alla guerra in Iraq, o che la guerra in Afganistan è più giusta di quella in Vietnam. E perché mai?
FM: Perché possono esserci diversi modi di agire in contesti bellici, penso a come ha agito il governo italiano durante la crisi in Libano nel 2006, proponendo l'intervento dell'ONU, rispetto al servilismo di Berlusconi nei confronti degli Usa durante un intervento unilaterale in Iraq.
UP: Sì, se l'Italia avesse un suo potere, indipendente e sovrano, io potrei anche essere d'accordo con te. Ma questo potere non c'è. Quando gli americani decisero di invadere l'Iraq, chi l'ha impedito? Governi di destra, governi di sinistra? Nessuno poteva né voleva impedirlo.
FM: La Germania e la Francia si sono tirate indietro.
UP: Sì, però il punto è che se il potere europeo riesce ad esprimersi attualmente può al massimo esprimersi al negativo, cioè tirandosi indietro.
DN: Direi di tornare al tema della conversazione: il passaggio da Clinton a Bush, e da Bush ad Obama.
UP: Allora, con Clinton l'élite anglo-americana si pensò alla fine della Storia, quindi poteva utilizzare tutti i mezzi militari possibili e nessuno si sarebbe opposto. Invece i governi europei hanno protestato. Ad esempio la Francia con Dominique de Villepin, Ministro degli Esteri della tradizione gollista francese, che fece un importante discorso all'Onu, il 14 febbraio del 2003, in difesa della sovranità nazionale. Ora qui, a questi livelli, non c'entrano più tanto la destra o la sinistra nella loro definizione mediatica. Moro era la destra? Tony Blair era la sinistra? L'Italia stessa, anche se c'era Berlusconi, non è mai stata del tutto servile, come dite. Noi abbiamo subìto quella vicenda atroce dell'assassinio di Nicola Calipari, il 4 marzo 2005. Ma voi pensate: uno dei massimi dirigenti dei Servizi italiani ucciso ad un posto di blocco da persone in uniforme di un altro esercito, quello americano, senza nessuna conseguenza, senza nessuna indagine reale. Ecco, questo può aiutarvi a capire cosa significa avere tutto il potere, e nessun contrappeso geo-politico.
DN: Io credo che sia necessario mantenere un doppio sguardo sulla realtà del mondo, perché lo sguardo geo-politico, macroscopico, non contempla ad esempio la realtà del locale, che è fatta anche di ingiustizie quotidiane contro cui lottare. Non possiamo basare una riflessione politica esclusivamente sulla logica dei blocchi contrapposti, perché questo ad esempio può anche diventare un alibi.
UP: Sciocchezze. Ora la gente in Europa critica Vladimir Putin, per un motivo o per un altro, ma qui bisogna tornare a studiare Machiavelli, perché ci sono dei meccanismi del potere che devono essere capiti, non sono favolette. O tu li capisci e agisci di conseguenza, oppure vivi nel mondo delle favole. Voi vi ricordate l'interpretazione che Foscolo dava di Machiavelli ne I Sepolcri? Machiavelli “sfronda gli allor” dei regnatori e “alla genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue” quel potere. Io non so cosa intendesse fare Machiavelli. Probabilmente voleva davvero dare uno strumento di comprensione a quello che si definiva il popolo, perché naturalmente tutti quelli che allora gestivano il potere sapevano bene come si usavano certi strumenti, ma nessuno aveva mai pensato di scriverci un libro pubblico che lo avrebbe fatto sapere a tutti. Per questo motivo Antonio Gramsci parlava del Partito come “Principe collettivo”. Ora se uno non capisce come funzionano certi meccanismi, si fa delle illusioni e ne è vittima. La storia è questa: il progetto Bush-Cheney non funziona. La Russia viene fuori con questo fenomeno Putin, la Cina si rafforza, esce fuori un'alleanza anche formale in Asia. Prima c'era il Patto di Varsavia come alternativa alla Nato, poi il Patto di Varsavia finisce e la Nato avanza verso Est. I russi chiedono di entrare nella Nato, ma vengono respinti perché nei progetti devono essere strozzati e dominati. Allora si formalizza questa alleanza tra Kazakistan, Cina, Kirghizistan, Tagikistan e Russia, la SCO (Shanghai Cooperation Organisation), a cui partecipano anche l'India, il Pakistan e l'Iran. Anche l'Europa comincia a dare segnali forti di insofferenza nei confronti dell'amministrazione Bush. Allora nell'élite americana si inizia a capire che c'è bisogno di un cambiamento, e cominciano le critiche a Cheney, si forma il “Gruppo di studio sull'Iraq” all'interno del Congresso americano, con tutto il gruppo di Bush senior, Robert Gates (ex capo della Cia e collaboratore di Brzezinski), James Baker del Partito Repubblicano e diversi democratici tra cui Lee H. Hamilton. Questo gruppo per un anno indaga la condotta della guerra in Iraq e la conclusione è che Bush junior firma le dimissioni del Ministro della Difesa Rumsfeld, e lo sostituisce proprio con Robert Gates, l'uomo del padre. E, tanto per parlare di cambiamento, questo Gates che diventa nel 2006 il nuovo Ministro della Difesa americano, è stato riconfermato da Obama. Questo vi dimostra che la politica fu decisa a quel tempo, e dall'élite. L'elezione di Obama è stata una formalizzazione spettacolare di un cambiamento strategico che era stato già deciso. Ecco, questa è la mia tesi. E a quel punto c'è tutto un ripensamento della politica strategica americana, ed ecco il ritorno di Brzezinski nel dibattito interno al CFR (Council of Foreign Relations), che è un grande pensatoio, un “think tank” che elabora strategie per l'élite. Brzezinski torna allo scoperto e inizia ad attaccare l'amministrazione Bush quotidianamente.
FM: Ti chiederei di approfondire la figura di Zbigniew Brzezinski.
UP: Possiamo dire che Brzezinski è stato l'inventore di Al-Qaeda, organizzando i Taliban in funzione antisovietica, dal 1979 in poi, e vantandosi sul “Nouvelle Observateur” del gennaio 1998 di aver dato all'Unione sovietica “il loro Vietnam”. Con operazioni segrete gli americani reclutavano gruppi di mujaheddin e li spingevano a compiere azioni terroristiche contro i russi e contro il governo afghano, al fine di provocare la guerra. Ecco, Brzezinski è ancora dell'idea di usare la muslim card per destabilizzare le superpotenze che si oppongono all’egemonia, e per questo motivo è stato ed è violentemente polemico con gli interventi inutili e controproducenti dei Neo-con, come la guerra in Iraq. Secondo Brzezinski occorre concentrarsi sui veri obiettivi, che non sono l'Iraq o l'Iran. Come disse Joe Biden, il vice di Obama, alla Convention del Partito Democratico, quello che ha fatto Bush è totalmente sbagliato perché ha messo gli Stati Uniti in una condizione di debolezza di fronte all'emergere di due superpotenze come Russia e Cina. Ecco, io trovo questo discorso illuminante. Obama, un anno fa, con un articolo sul “Foreign Affairs”, e poi parlando al simposio del Woodrow Wilson Center di New York, aveva già detto queste cose, e cioè aveva ripetuto le analisi di Brzezinski. Allora già a quel tempo avevamo capito benissimo che Obama veniva proposto come il vero candidato dell'élite.
DN: Quale strategia estera credi che si stia preparando?
UP: L'hanno detto apertamente Biden e Obama. Già adesso l'amministrazione dice che bisogna spostarsi dall'Iraq al Pakistan, e poi tornare in Afganistan. Perché si deve tornare in Afganistan? Perché lì si incontrano Russia, Cina e India. E lì è il centro di attuale resistenza alla politica anglo-americana, e cioè la nuova zona alternativa dello SCO. Stanno già spostando trentamila soldati americani, ma io credo che applicheranno in definitiva una strategia diversa da quella sperimentata in Iraq, e che proveranno ad armare direttamente le tribù. Che significa armare le tribù? Esattamente quello che fu già fatto con Al-Qaeda e i Taliban. Insomma, io penso che vedremo presto un massiccio utilizzo di guerre non ortodosse, e cioè l'utilizzo di movimenti armati sotto forma di gang e di counter-gang. Il terrorismo per giustificare l'antiterrorismo. Una strategia pensabile potrebbe essere questa. Io vi spingerei tanto a ripubblicare l'editoriale dell'8 luglio 2005 sul quotidiano inglese “Guardian” dell'ex Ministro degli Esteri inglese, Robin Cook, poi morto improvvisamente meno di un mese dopo questa dichiarazione, in cui diceva: noi sappiamo chi ha creato Bin Laden, noi sappiamo anche che Al-Qaeda in arabico significa Database, in riferimento al database di un'agenzia di intelligence americana di tutti i nomi dei mujaheddin disponibili da reclutare per i servizi.
FM: Potremmo quindi parlare, dall'11 settembre ad oggi, di una nuova strategia della tensione su scala globale?
UP: Certamente. Pensate a quel che sta succedendo tra Pakistan ed India, al grande attentato dinamitardo di settembre presso l'Hotel Margaret di Islamabad, e poi alla tragedia di Mumbai, ancora più confusa ed improbabile dell'undici settembre. Questi due paesi devono arrivare alla guerra. Il problema è che la Cina e il Pakistan hanno accordi molto stretti, la Cina sta costruendo alcuni scali per il petrolio, una ferrovia che passa per il Pakistan ed arriva fino all'Iran. La Cina inoltre sta applicando una strategia cosiddetta della “collana di perle”, e cioè una serie di porti e punti strategici collegati a rifornimenti di materie prime, indispensabili per completare il processo di industrializzazione. Ecco che questa collana di perle che dalla Cina arriva allo Sri Lanka e al Pakistan, deve essere interrotta. Se c'è uno scontro tra Pakistan ed India, la rivalità tra India e Cina, storicamente favorita dall'Impero coloniale britannico, non potrà che riesplodere. Capite l'assurdo: due nazioni sono confinanti ma non possono avere relazioni perché altrimenti gli anglo-americani creano destabilizzazioni terroristiche e guerra. Ecco, questo è colonialismo bieco, che però oggi viene chiamato democrazia. Temo che questa sarà la nuova politica estera, e Cina e Russia saranno gli obiettivi.
DN: Dallo scontro di civiltà all'interventismo umanitario.
UP: Sì, ed io mi aspetto anche una strategia di “soft power”, e cioè di rivoluzioni colorate, come in Georgia ed Ucraina, o movimenti sessantotteschi, o movimenti ancora più irrazionalmente violenti stile black bloc. E mi dispiace dire queste cose perché io politicamente sono nato con i movimenti del Sessantotto, però si capisce come quella grande illusione, quella grande sete degli studenti di cambiare le cose, è stata proprio manipolata e irreggimentata, in ultima analisi, nel “fai fuori tuo padre Aldo Moro”. Ammazza tuo padre, e hanno ammazzato il padre. Ma chi era il padre? Era uno che voleva garantire un minimo di sovranità nazionale del paese, insieme al suo mentore Paolo VI. Se vedo quello che sta succedendo in Grecia, e vedo la situazione della Grecia nel contesto geo-politico, che tipo di rapporto economico c'è tra Grecia e Russia, allora posso immaginare che quel governo lì debba essere destabilizzato, e capite che destra o sinistra non ha la minima importanza per l'élite. Leggete bene Machiavelli: all'élite non gliene frega niente dell'idea che un gruppo ha di sé, ma solo dell'utilizzo che può farne. E quindi si farà di tutto per minare quel governo, e favorirne un altro che magari avrà molta più simpatia o vicinanza col nuovo governo americano. Ora io non sto facendo un discorso di politiche interne o di ideologie localistiche, cerchiamo di pensare strategicamente.
DN: Hai finora offerto una visione molto pessimistica, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di un cambiamento culturale e politico interno agli Stati Uniti. Non credi sia possibile che un movimento, un partito, un potere alternativo allo stato di cose presente, riesca a modificare la natura e l'antropologia del Potere americano?
UP: Il problema che tu poni è quello che più mi preoccupa e per cui mi sto lambiccando il cervello, perché negli Stati Uniti ci sono tante persone che capiscono molte cose, in termini di analisi, tanto che in Europa a volte si ha l'illusione che in America ci sia molta più libertà di esprimere le proprie idee, ad esempio, contro l'amministrazione Bush, di quanta ce ne sia in Europa. Penso a tanti intellettuali che possono parlare, in televisione, anche ad orari ragionevoli. Però il problema è che negli Stati Uniti non c'è una forza organizzata, cioè storicamente non c'è mai stato un sindacato, non c'è mai stato un partito nel senso europeo, o nel senso italiano, del termine. In Italia c'erano i partiti con le sezioni in ogni quartiere e il giornale distribuito per milioni di copie. Capite cosa voleva dire? Che ad esempio quando in Italia vi fu l'idea del compromesso storico tra Dc e Pci, questo per Kissinger voleva dire che il paese non era più destabilizzabile, almeno fino a quando non veniva distrutto l'accordo. Negli Stati Uniti questa dimensione reale della politica non c'è mai stata. Una volta c'era la massoneria, e cioè una rete di burocrati che portavano voti alle elezioni, ma ora la massoneria è diventata la televisione, cioè è lo schermo che dice alla gente quel che deve fare, quel che deve pensare e votare, e non esiste più alcuna organizzazione di natura locale. Neppure il Partito Democratico è mai stato un'organizzazione capillare, che potesse davvero mobilitare la popolazione all'interno di una geografia reale. Da dove dovrebbe venire allora una risposta organizzata? Quando c'era Bush tutti i più grandi intellettuali americani parlavano male di Bush eppure nessuno poteva fare niente finché non c'è stata una congiura di palazzo, ideata dalla stessa élite. Qui siamo ai livelli dell'Impero romano, sono molto pessimista su questo. Sia chiaro, mi piacerebbe tanto che emergesse una qualche forza popolare in grado di organizzarsi e di rappresentare un potere autonomo, di dire la sua, di controbattere, però sinceramente non la vedo. Quindi credo che attualmente un'alternativa possa venire solo dall'esterno degli Stati uniti.
FM: Dall'Europa?
UP: Sì, anche dall'Europa, ma soprattutto dall'Asia e dal Terzo mondo. Se ad esempio emergessero delle realtà in America latina, questo potrebbe dare un impulso anche all'interno degli Stati Uniti, la cui natura è simile a quella della Repubblica veneziana, la Serenissima, però con una grande massa di persone. Quindi non si tratta solo di un'oligarchia che controlla un territorio, perché qui ci sono anche le masse. Si tratta di un'oligarchia demagogica, e queste masse ad un certo punto si potrebbero anche ribellare. Ecco, se voi risolvete questo piccolo problema di come far ribellare le masse, è fatta... (risate). Ma il problema, in fondo in fondo, è culturale.
FM: Forse la crisi economica e finanziaria potrà aiutare ad aprire gli occhi...
UP: Noi abbiamo vissuto chiaramente una frode, la realtà in cui siamo vissuti è stata cioè una grande truffa che molti di noi avevano denunciato e che adesso si fa piuttosto evidente. Si è parlato tanto di globalizzazione e ora vediamo fenomeni opposti in cui si torna a parlare di protezionismo, altro che politiche di “open door”. Adesso che la Cina non esporta solo le scarpe a un dollaro ma inizia ad esportare prodotti di altissimo livello tecnologico, le porte improvvisamente si chiudono, perché quello della “open door” era un discorso puramente ideologico, non c'era nulla di realmente oggettivo: la globalizzazione è stata un'ideologia. Il problema reale è che noi in Occidente siamo sopravvissuti sfruttando la Cina, cioè una popolazione di poveri disgraziati sfruttati e sottopagati per fare un lavoro che ci dava prodotti a basso costo. Ma il problema principale non è nemmeno questo, non si tratta neppure di economia reale con la mano d'opera sottopagata e il mercante furbo che si arricchisce. Qui il 90% del guadagno andava a finire nel tritacarne finanziario, nel senso che l'élite americana aveva deciso di slegare gli Stati Uniti dall'economia reale, a parte chiaramente l'industria militare, elettronica ed avionica. Il Terzo mondo insomma lavora, e noi facciamo i banchieri. Ecco, avevano scoperto il segreto per fare i soldi senza lavorare, una cosa che da Pinocchio in poi non si era più sentita. Ma è chiaro che questo lo puoi fare soltanto con uno sfruttamento sempre più feroce, finché non arriva il punto di rottura, che non è un punto di rottura economico ma è un punto di rottura politico. E cioè, quando un paese comincia a rifiutarsi di essere cannibalizzato, la macchina inizia ad avere problemi. La Russia ad esempio doveva essere divisa in quattro parti che avrebbero fornito materie prime a costi zero, per cui Wall Street poteva campare altri quindici anni o più. Quando la Russia, piaccia o non piaccia Putin, ha detto di no, allora si è ridotto il margine e gli Stati Uniti hanno iniziato a tremare.
FM: Si torna ancora al discorso della sovranità nazionale. Ma non credi sia contraddittorio parlare di questo, all'interno di un sistema economico dominato dal mercato?
UP: Ma sovranità nazionale non vuol dire feudalesimo autarchico. Io parlo di economia nazionale, che significa qualificare la popolazione al massimo possibile, cioè quello che ha significato sempre. Tu dai la possibilità a qualunque bambino che nasce nel tuo paese di portare al termine tutte le sue potenzialità. Tu creerai così sempre nuove cose, nuovi modi più avanzati di creare cose e quindi avrai una vita materiale, morale e intellettuale sempre più alta, sempre più civile. Contro questa formula si oppone un'altra concezione che pensa che gli esseri umani siano strumenti da sfruttare per ricavare il massimo nell'immediato e per conservare il potere. Queste sono in definitiva le due concezioni.
DN: Insomma, siamo sempre allo scontro tra cultura umanista e ideologia oligarchica.
UP: Infatti, è sempre quello il punto. La fortuna che abbiamo in Italia non è tanto il nostro apparato produttivo o economico, ma è la cultura da cui potenzialmente potremmo attingere. I concetti fondamentali della natura umana non sono storicistici. Come alimentare e come sviluppare le potenzialità di ogni bambino che nasce? Oppure, come distruggere queste potenzialità, o come sfruttarle e manipolarle in maniera artificiale? Ecco, a quest'ultima domanda hanno ben risposto attraverso la lobotomia utilitaristica del risparmio sull'educazione, sull'istruzione e sulla cultura, che invece sono campi di investimento fondamentali, perché se una nazione riesce a crescere una generazione in grado di pensare, di essere creativa, questa creatività e questa intelligenza si applicheranno ad ogni cosa. Proprio il contrario di tutta l'ideologia del liberismo e della competizione sfrenata, del “vinca il migliore”, come se fossimo in una guerra. Vincano piuttosto tutte le migliori idee, per il bene di tutti. Ma come si favorisce nella vita di una persona lo sviluppo di idee? Ecco, ci si ponga questa domanda. Un paese civile e sovrano dovrebbe saper rispondere, altrimenti la democrazia non ha più senso, è una finzione.
Fonti disponibili in rete:
The End of History di Francis Fukuyama:
http://www.wesjones.com/eoh.htm
The Clash of Civilizations di Samuel P. Huntington:
http://history.club.fatih.edu.tr/103%20Huntington%20Clash%20of%20Civilizations%20full%20text.htm
Discorso di Dominique de Villepin all'ONU:
http://www.dailymotion.com/relevance/search/villepin%2Bonu/video/xw0qg_saddam-villepin-discours-onu
Intervista a Zbigniew Brzezinski su “Le Nouvel Observateur” del 15 gennaio 1998:
http://hebdo.nouvelobs.com/hebdo/parution/p19980115/articles/a19460-.html
Editoriale di Robin Cook sul “Guardian” dell'8 luglio 2005:
http://www.guardian.co.uk/uk/2005/jul/08/july7.development
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