Il “rischio”, leggibile nella natura stessa della frana, nella dantesca ruina che investe le regioni più profonde del reale e le dispone a una lenta, inesorabile rarefazione in funzione del nulla di pensiero e di spirito che inietta nelle vene dei giorni, va comunque affrontato e vissuto, stazione dopo stazione, col volto consapevole di chi è in cammino sulla via crucis di una sacra rappresentazione senza resurrezione e senza ascesi: con le stesse pupille vigili di chi attraversa la malattia mortale che riverbera il suo veleno dal senso alla lingua e dalla lingua al corpo, in un percorso che è accumulo progressivo di coscienza critica e, contemporaneamente, certificazione dell’impossibilità della guarigione in forme che siano diverse dalla trasformazione di noi stessi in un corpo di ferite (“nella lapide a rotelle / di me stesso che è il corpo sono imploso”).
Coscienza e certezza allora non significano resa, bandita da un dire che, tormentando la lingua, si costringe a reinventarsi ogni volta, ma accettazione del baratro (“trovo distruttivo violare il tentativo / fallito di un volo additandolo dal suolo”), volontà di accamparsi e di dimorare sui margini, su una linea di confine che si sposta sempre più in là, a ogni tentativo di definirne le coordinate in modo certo e univoco: quasi che l’esilio sperato nelle terre materne del verso, come un sofferto approdo/ritorno alla matrice dove immergersi e scomparire per sempre alla vista/artiglio della storia, fosse nient’altro che una impietosa, voluta riemersione alla visione e agli strali del rogo, dell’intrico venoso di umanità in fiamme al cui riverbero accecante si sono mossi i primi passi, verso un’oltranza alimentata da quella stessa luce ferita.
La discesa a precipizio nella ruina, quasi ad afferrare e ad abbracciare, nei frammenti dolenti che marcano come lampade d’ombra le strade, la propria stessa polvere, per trattenerne il respiro, l’anemos che tuttavia resiste e ancora non si appartiene completamente al silenzio, segna, per Amabili, la linea di demarcazione di una predisposizione vocazionale, una mimesi impura che si gioca, nell’atto della scrittura come nella vita, in un’offerta definitiva e irreversibile, che affonda le sue radici in una remota cristologia paganeggiante senza altari e senza officianti: quella del proprio corpo, eletto a emblema sacrificale di ogni rimozione e di ogni abbandono operati dalle logiche del dominio e della reificazione imperanti. Più il bisturi infetto del presente affonda nella carne viva di cui si nutre e con cui alimenta i suoi sterili bagliori, tanto più il corpo-poesia resiste e si dispone a farsi strumento, a lasciarsi attraversare dalla miriade di voci-vite in transito inquieto: una sorta di calice sonoro dove le parole malate, e le storie agonizzanti o ebbre che si trascinano, si immergono per un battesimo che non redime e non guarisce, ma è pura restituzione, sillaba dopo sillaba, di una stilla di dolore e di fraterno legame con le cose, che altrimenti andrebbe perduta, consegnata per sempre al deserto e all’oblio.
C’è bisogno di una morte che si imprima col fuoco negli specchi del segno, affinché altra vita riprenda a scorrere, a riconoscersi e a tentare con movimenti di marea il primo argine, a ricostruire dalle macerie la dimora e il canto della prima lingua; c’è bisogno di un sacrificio maturato con pazienza nel silenzio, figlio dell’assenza e dell’attesa, alimentato dalla sete e dal buio che sciamano inudibili a rovescio di ogni cono di luce, ricondotto ad altezza di occhi e di sguardi capaci di ascolto, di rabbia e passione, di dolcezza e timore, di orgoglio e disperata dedizione: c’è bisogno di immolare, strappandola a morsi dalla superficie incrinata del foglio, tutta quella poesia che tradisce la sua originaria e inappagata tensione all’insorgenza, quella che, ammantata di perfezione formale e di ricercata effimera bellezza, di aspirazioni senza sangue e di raffinate epistasi di (im)mondo, essa stessa vuoto simulacro di albe artificiali senza mattino e senza tramonto, non sa più farsi grido. Perché altra è la bellezza, sanguinante e muta, che bussa alle porte del verso: ed è tutta nella mano ancora capace di accogliere e dare voce a ogni ferita, che in quell’atto/attimo sa ricreare la stretta che unisce e il suo destino, diventare un’unica urlante sostanza con essa (“Ora che sei Luce / come chi ci precede / prega per me / che sono solo a chiudere il cancello.”): con tutto il carico di dolore, di storia taciuta o negata, che ogni creatura si trascina, come un dono inesprimibile e inconfessato, nel passaggio.
La poesia è allora il labbro colmo di parole delle strade disegnate per ardere tra i resti, i rifiuti e i frantumi, ancora palpitanti e vivi (“i buchi degli aghi / come i fori dei chiodi sono solchi di terra / che permettono al seme di fecondarla”), di una qualunque periferia dell’esistere: madre dei sentieri liminari, senza geografia e senza mappa, che custodiscono intatta l’eco smisurata di tutti quei passi, senza vicenda e senza voce, che li hanno attraversati: proprio come il lume in lontananza, irraggiungibile, che conserva tutta la libertà di una rosa fiorita, all’insaputa della morte, sulla pelle piagata delle notti.
Francesco Marotta
Occorrerebbe coprire di pudore il presente
e spedirlo affrancato in una busta
al primo che capita
Di fronte ad un'evidente
prova di morte
ch’è diventata la vita,
abituata com’è
a contrariar se stessa e gli altri
nonostante le febbri.
L’aureola d’uranio sul cranio della vallata
fa da passerella
al male che sfila
in una notte stupidamente amica
dove tintinna e rintocca l’ugola
della campana paesana
e una croce
fortunatamente di luce
raggiunge la fronte e la benedice.
***
La bruttura delle mura senza denti dei ruderi
e l’usura
simboleggiano di ognuno
uno strano destino,
perfettamente anonimo e ad unanime disumano
che per la carne è inconcepibile uscirne indenne
introiettata dentro l’oscuro
da un indomito spasmo che è stato
amore.
È il tre ottobre,
e a ottobre alcune porte
rimangono aperte
le altre,
cioè le nostre
troveranno altrove la chiave.
***
La pagina
piena, stropicciata a margine
argina appena
l’afrore dei vuoti a perdere
in disparte
come sagome una canzone
e alla fine disordine
nuovoloso odore, tempo perso e carta scartata
che solo a rifletterci
verrebbe subito fame
di lieto fine,
ma sono contento che qualcuno abbia mentito
parlando d’ironia della vita a un malato
perché spiritualmente la quiete
sebbene inquinata,
s’impossesserà dell’aria
e delle sue ossa.
***
Semibraccata e preda per indole
delle domande
che un inconsistente attuale
magicamente elude
- L’angoscia, sfacciata,
fiuta e sguiscia dalla scia
della grondaia rotta
fino in fondo alla fogna,
per pisciare e sciogliere la neve
perenne
inghiottita dalle mie vene,
e sarà che è novembre
ma io non prevedo schiarite.
***
Anthony convincimi
che la poesia non ha fretta
e che i buchi degli aghi
come i fori dei chiodi sono solchi di terra
che permettono al seme di fecondarla
“Pietas et Plexiglas sulla zolla”
e mea culpa se a stento,
riconosco il sapore
del solito mai normale del mio umore
impigliato nell’etere
e non era mia intenzione andarmene
- La verità è che ultimamente gli alti e bassi
sono più vertiginosi, quasi da crisi.
Raccogliere regali è solo un alibi
ostinato di uno slang tossico.
E intanto la brina nuova
bagna e impollina insana.
***
Asciuga il cuscino dal decupito dello stelo
che sfregando ho sciupato ti prego,
trovo distruttivo violare il tentativo
fallito di un volo additandolo dal suolo,
il carrello spinto sul pavimento per la spesa
resta provvista finita.
Al supermercato nella lapide a rotelle
di me stesso che è il corpo sono imploso
e ho compreso che gli ombrelli
non riparano dai pericoli Davide.
Sgozzano gli agnelli nel regno dei cieli.
***
Io porto a spasso il vomito del bove finto
al contrario del fascino
o dei toni forti del ferro
arrugginito di un rapporto
Tu, insieme alla sviolinata di una musica non condivisa
L’utilità di una lampadina spenta
Perché hai perso il contatto con l’argilla scultore?
Forse perché l’ultimo pasto
te l’hanno servito su un piatto rotto?
- non lo voglio sapere fratello
Ora che sei Luce
come chi ci precede
prega per me
che sono solo a chiudere il cancello.
***
Con la pancia sulla panca
per dirla a mo’ di filastrocca
hai l’impressione che la cinghia stringa
maledetto Febbraio 2008
Ti ho paragonato ai rottami di uno sfascio
Sei contento?
Il verde diabete s’è reciso il polso
e non vi era rosso
ma bensì il beffardo primato della gioia a noleggio
semaforo giallo chicchirichì il gallo.
Alcool in decibel contro etilometro
e perdo lo stimolo,
Nebbia baldracca d’officina e fabbrica
non si fa ritorno senza almeno un pieno,
lo insegna la parabola - del cucchiaio
e della fiala.
***
Disperatamente disinibiti
stipendiati attendiamo diagnosi
dai referti
a prescindere acredine
post trauma verso il responso:
coma.
Lunedi 35 gradi 14:10
nello spogliatoio il cambio
letale la mancanza di coraggio,
rinuncio - lavorio continuo -
alludo al tedio, al tedio operaio
la versione moderna di un antagonista
in attività di condanna.
La merda lavora alla gogna
e nella gola ristagna.
***
Odiando l’audio la pellicola in bianco e nero
tende inspiegabilmente al sonoro
Sorte accondiscendente,
ho voluto te
nella mia collezione di miti sfatati
il bene rende sufficientemente egoisti
e dando per scontato l’acquisto
presume il macchinista
il biglietto di sola andata
prospetta una destinazione ignota
e non importano i discorsi esclusi,
con rimorso ho rimosso i grilli
La fratellanza protegge
l’alleanza protegge il gregge
e Bianca cuce a pelle una pace atroce.
Augusto Amabili è nato nel 1976 a San Benedetto del Tronto (AP). Vive e lavora a Spinetoli (AP) dove suona la chitarra elettrica in alcune formazioni rock-noise locali, dipinge e scrive. Frequenta il gruppo artistico legato a La Gru. Nel 2008 ha pubblicato per Fara la sua prima plaquette poetica, La convalescenza.