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[di Davide Nota]
«Che cosa significa essere qui e non essere altrove? In che modo tale esserci segna una scrittura o più semplicemente un modo di rapportarsi al mondo?» [1].
Io credo che per rispondere a questi due interrogativi, posti da Massimo Raffaeli in occasione di un'intervista a cura di Adelelmo Ruggieri sull'esperienza di “Residenza” [2], occorra liberarsi dalle principali categorie della geografia moderna e cominciare, con umiltà antropologica, una ricerca vergine sulle nuove modalità del risiedere contemporaneo.
Se andassimo ad analizzare la dendrocronologia della nuova residenza marchigiana, dalle ultime periferie urbane ai paesi (vecchi e nuovi) delle vallate industrializzate, osserveremmo innanzitutto un doppio movimento: 1) verticale, dalla cima dei colli alle pianure pedecollinari, andando talvolta a costituire un fenomeno di sdoppiamento toponomastico (paese alto-paese basso; paese vecchio-paese nuovo); 2) orizzontale e centrifugo, dal nucleo moderno cittadino verso la dilatazione post-moderna, industriale e commerciale, del reticolo ex-agrario: quel che si chiama, nella geografia contemporanea, il “non luogo”, la “città diffusa”: la “periferia senza centro” dei pendolari.
La mia “Via del sale”, la Salaria che unisce Porto d’Ascoli ad Ascoli Piceno (e che poi procede per Roma), è già oggi, dal punto di vista di un viaggiatore esterno, un unico agglomerato urbano, cementizio, spezzato solo dagli incroci attraverso cui si sale ai paesi vecchi (in via di disabitazione) e costellato da benzinai, supermercati e bar, che sono poi gli unici luoghi laici di incontro e socializzazione che attualmente offre questo habitat in fieri.
Da questo “non luogo” secondo me ha oggi origine (ed è la tesi di questo mio intervento) un sentimento poetico legato alla residenza ma non più alla località.
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Siamo all’origine, secondo la geografia contemporanea, di un processo globale di formazione di megalopoli, onde per cui (per rimanere ad uno sguardo sulle Marche) si andranno probabilmente a formare agglomerati urbani costituiti da segmenti di costa marina (attorno a nuclei portuali principali) e da perpendicolari rappresentate dalle cosiddette “Vie del sale”, che uniscono riviera a pedecolle, o a pedemonte, e lungo cui si insedia la nuova città diffusa.
Dal punto di vista linguistico, come ho già scritto in un intervento pubblicato lo scorso anno sul blog di Giacomo Cerrai [3], le Marche non sono mai esistite come identità regionale. Storicamente le Marche sono state quattro regioni culturalmente e linguisticamente distinte: la Marca settentrionale (Pesaro-Urbino) appartenente ai gruppi linguistici dell’Emilia, la Marca di Ancona vicina ai gruppi umbri, la Marca maceratese, da Macerata al fiume Aso, l’unica linguisticamente omogenea e forse per questo fatta spesso coincidere nella percezione linguistica nazionale con la “varietà marchigiana”, e infine la Marca del Sud (Ascoli Piceno), a sud del fiume Aso, appartenente ai gruppi dialettali meridionali [4].
Le conclusioni che traevo lo scorso anno erano le seguenti:
1) Dalla generazione dei nati negli anni ’40 e ’50 le regioni, che antropologicamente esistono solo in virtù di un’appartenenza linguistico-culturale, non esistono più se non come retaggio o rimpianto tramandato.
2) Le Marche, che non sono esistite come “regione linguistica” neppure ai tempi delle identità dialettiali, a maggior ragione oggi si offrono come puro non-luogo. Basti analizzare un qualunque breve elenco di poeti marchigiani dai venti ai quarant’anni: nessuna identità comune, poche vicinanze e tutte di carattere extra-geografico (si potrebbero rintracciare in qualunque altro poeta lucano o piemontese).
3) Oggi per la nuova generazione poetica italiana il dialetto può avere solo due funzioni: una funzione ermetico-elitaria (il lucano di Domenico Brancale) e una funzione polemico-politica (il friulano di Flavio Santi).
Aggiungo ora che sono entrambi utilizzi concettuali della lingua dialettale. Il dialetto oggi viene cioè “imparato”, si decide di studiarlo, apprenderlo e di utilizzarlo, come si potrebbe fare con qualunque altra lingua morta, così come fece Rimbaud con il latino o Carmelo Bene con il provenzale.
L’unico “dialetto popolare” utilizzabile oggi senza un fine concettuale, e cioè liricamente, è un gerghetto nazionale di derivazione televisiva: linguaggio mass-mediale sporcato dalle scorie del dialetto, slang che abbiamo già definito “Post-dialetto” [5].
La lingua orale del presente, il vero neo-volgare della storia contemporanea (proseguendo il discorso di D'Elia su "Lengua" [6]), non può essere più considerato il dialetto specifico delle regioni d’epoca moderna, ma appunto questo gergo post-dialettale che delle specificità regionali trae esclusivamente la forza corrosiva con cui va ad intaccare il nucleo linguistico delle comunicazioni di massa.
Cito a proposito un intervento di Raffaello Baldini: «Il dialetto si svapora. I dialetti sono al tramonto […] Il dialetto ha dei confini, cioè certe cose non ha le parole per dirle, è un piccolo mondo autonomo che è andato avanti, in questa autonomia, a lungo, fino a quando non sono cominciate ad arrivare delle cose da fuori […] e a un certo punto il dialetto si è accorto che non era solo difficile, non era solo impossibile, ma era ormai ridicolo tradurre in dialetto tutto» [7].
La domanda linguistica principale oggi da porsi, se vogliamo interrogarci davvero e seriamente sulla “residenzialità”, è dove sta andando, o dove è già andata, la lingua orale. Soprattutto: dove andrà; senza ancorarci alle illusioni dei brandelli linguistici e territoriali, o alla pur sublime e poetica malinconia del canto del cigno che muore.
Io penso anche e soprattutto ai figli ed alle figlie dei nuovi lavoratori extra-nazionali (africani, indiani, est-europei) che iniziano a mischiarsi, ad amalgamarsi culturalmente e linguisticamente nelle conversazioni del giorno e della sera, nei bar o nelle sale giochi, nelle piazzole cementizie o nei supermercati dei nostri quartieri residenziali e popolari.
Il vento delle nostre città, quale lingua trasporta?
La “lingua orale prima” è dialettale? È burocratico-letteraria? È mass-mediale?
O meglio: quale amalgama di queste tre lingue, e dunque di queste tre ideologie, è oggi in atto?
E questo processo in atto, è locale?
Oppure risponde ad un nuovo modello, parallelo e cioè globale, di “residenza”?
Arrivo a due prime conclusioni:
1) Esiste un nuovo “stile di vita” legato alla residenzialità ma non più alla località. Esiste cioè quella che chiamo la “Residenzialità parallela”. Da questa “Nuova residenza” nasceranno, o sono forse già nate, le nuove “linee poetiche”.
2) Linguisticamente è in atto un amalgama nel quale la lingua locale, il dialetto, è solo una delle tre forze in campo (le altre due sono la letteraria e la mass-mediale).
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Concludo con una piccola inversione di rotta. È chiaro che se a questa analisi “teorica” andiamo ad affiancare l’esperienza personale, esistenziale e poetica, non posso non riconoscermi, o non riconoscere molti dei miei amici poeti, nelle categorie letterarie di “marchigianità” individuate da Pagnanelli e da Garufi: la “funzione Leopardi” (e cioè il “pensiero poetante”), la “classicità interiorizzata” (e cioè extra-letteraria), la naturale impermeabilità nei confronti di ogni concettualità avanguardistica. Una tradizione impura, legata alla terra e al canto, che fece dire a Massimo Ferretti che “i marchigiani sono i russi d’Italia”.
Nell'introduzione all'e-antologia Scorie contemporanee [8] Flavio Santi ha scritto, proprio a partire da questa definizione di Ferretti: «Ecco dunque il carattere del marchigiano-russo: un senso profondo e lancinante di “manque” che innesca una ricerca continua e inesausta del reale, un’esplorazione spasmodica del mondo, mai doma, mai prona. Questa premessa è essenziale per capire il vostro spirito, e pazienza poi se non siete tutti marchigiani. Vorrà dire che siete tutti “russi”. Lo spirito è quello, per osmosi e contaminazione. Lo spirito famelico della poesia. Poesia vissuta come dannazione. Come ossessione. Come follia. E dunque come salvezza. Qualcosa di fisico. Di violento.».
Ora, al di là dell’effettiva affinità marchigiano-russa, quello che credo sia importante è riconoscere, come ha fatto Flavio Santi con un gioco di trasposizioni terminologiche, una “marchigianità extra-territoriale”.
Qui mi ricollego ai punti precedenti e concludo.
Le analisi sul “territorio parallelo” e sulla “nuova residenzialità post-moderna”, vanno chiaramente ad innestarsi con tutto un imprinting culturale di processi storico-antropologici di lunga e lunghissima durata, che non sarà certo la tendenza megalopolitana in atto a sterilizzare dall’oggi al domani.
Dal punto di vista culturale, il sincretismo tra le tre diverse ideologie linguistiche individuate, e cioè tra tre diversi modi di vivere l’identità residenziale, coincide con quel che Gramsci definisce «il canto del cigno del vecchio uomo rinnovato negativamente».
Voglio con questo dire che le varietà regionali sono oggi contenute in questo canto del cigno che continua a tessere il proprio ordito musicale all’interno dei nuovi disegni culturali ed estetici.
È questo ordito musicale inconscio che continua a rappresentare una identità.
Da un altro punto di vista, e cioè dal punto di vista di chi cerca umanisticamente di immaginare il futuro, io credo che pur estinto il “cigno” della varietà regionale e linguistica, la “marchigianità” si imporrà come “categoria parallela” tramandabile extra-geograficamente.
Queste conclusioni, che non parlano di abolizione delle identità del Moderno ma di una loro trasformazione, sono già oggi in atto e fanno sì che Flavio Santi, non potendo ancora parlare di “marchigianità” a proposito di un poeta piemontese, è costretto al gioco linguistico, allo slittamento terminologico del «pazienza poi se non siete tutti marchigiani. Vorrà dire che siete tutti “russi”».
Io credo, e qui concludo, che si dovrebbe invece iniziare a parlare di “linea marchigiana” non come di una identità pura e territoriale, ma come di una funzione trasversale, che si intreccia e innesta ad altre, e che magari è possibile rintracciare anche in poeti piemontesi, come Raimondo Iemma, o veneti, come Danni Antonello o Andrea Ponso.
La “marchigianità” di Pagnanelli e Garufi sarà dunque salvaguardata come tradizione estetica, come “funzione marchigiana” svincolata dal territorio, e la riflessione sulla “Residenza” di Scataglini (con D'Elia, Raffaeli e Scarabicchi) sarà rinnovata in una riflessione sui nuovi “territori paralleli” e sulla nuova “marginalità pendolare”.
[1] da Una interminabile partita a scacchi. Omaggio a Massimo Ferretti. Dialogo con Massimo Raffaeli, a cura di Adelelmo Ruggieri, in Porta marina, viaggio a due nelle Marche dei poeti, di Adelelmo Ruggieri e Massimo Gezzi (PeQuod, 2008).
[2] “Residenza”, rivista culturale radiofonica ideata e diretta da Franco Scataglini con Gianni D'Elia, Massimo Raffaeli e Francesco Scarabicchi, prodotta e diffusa dalla “Rai - Sede regionale delle Marche” negli anni 1980 e 1981.
[3] Davide Nota, Non esiste nessuna linea marchigiana (regioni, dialetto e post-dialetto), in “Imperfetta Ellisse”, 11 giugno 2007.
[4] da Il dialetto, di Flavio Parrino, in La provincia di Macerata. Ambiente, cultura e società (Provincia di Macerata, 1990).
[5] vd. Davide Nota, Le “Satire cyborg” di Flavio Santi, in “La Gru” n.5 (Lulu, 2008).
[6] "Lengua", rivista di critica e poesia fondata e diretta da Gianni D'Elia, con Katia Migliori, Stefano Arduini e Attilio Lolini, dal 1982 al 1994.
[7] Raffaello Baldini intervistato da Ennio Cavalli, RadioRaiUno, in Contemporanea: leggere raccontare riflettere (1 maggio 2005).
[8] Scorie contemporanee - I poeti de “La Gru”, a cura di Gianluca Pulsoni (e-book, 2007).
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