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[di Loris Ferri]
1. Al posto dell’introduzione
«... fare del male non è, in verità, così diabolico quanto… il suo rinominarlo bene. Ciò significa togliere a tutte le morti la loro importanza, capovolgerle leggerle all’inverso… Capovolgere e da dentro abbattere i criteri della verità. E alla fine, nella bocca della verità mettere la menzogna…». (Denis de Rougemont, La parte del diavolo)
Questa è l’epigrafe che Drazan Gunjaca sceglie come porta d’entrata (o forse di non ritorno) al suo dramma: Roulette balcanica (Rimini, Fara 2003)…
«Molti di noi, fino a poco tempo fa, vivevano in una pace che si dava per scontata, come una conquista della civiltà che non era in questione e a cui non c’era alternativa. Molti continuano ancora oggi a vivere nell’inganno che sia così. Ma non lo è. Piano piano stiamo entrando in un nuovo-vecchio mondo, nel quale di scontato ci sono solo le guerre, e per la pace si deve combattere. In ogni momento, in ogni angolo di questo nostro unico pianeta. Solo quando la maggioranza lo capirà, le visioni apocalittiche potranno forse rimanere solo delle visioni, e l’uomo potrà continuare a vivere una vita degna dell’uomo». (Drazan Gunjaca)
2. Nota bio-bibliografica
Drazan Gunjaca è nato nel 1958 a Sinj, dove ha terminato la scuola media. Conclusa l’istruzione militare a Spalato, ha prestato servizio per una decina di anni nell’ex marina militare jugoslava. Si è laureato in Giurisprudenza a Fiume, per poi lasciare l’ex armata popolare jugoslava. Vive e lavora come avvocato a Pola. Nel 2001 è stato pubblicato il romanzo: Congedi balcanici (Fara editore), vincitore del premio internazionale sul tema della pace: Satyagraha 2002, Riccione. Questo suo primo romanzo è stato pubblicato in Germania, Stati Uniti, Bosnia, Australia. Nel 2002 viene alla luce la raccolta di poesie: Quando non ci saro più, e il romanzo: Amore come pena (seguito ideale dei Congedi balcanici). La prima parte di una trilogia sulle guerre balcaniche è A metà strada dal cielo, seguito da I sogni non hanno prezzo e Buona notte, amici miei. Nel 2003 viene pubblicato il dramma: Roulette balcanica (Fara editore).
3. Roulette balcanica
Il titolo, molto suggestivo, da cui trae origine il dramma, anche se non solo di dramma si dovrebbe parlare (appunto Roulette balcanica), rappresenta nell’immaginazione visionaria dei protagonisti, il correlato oggetto stesso della catastrofe irreversibile, a cui Petar, serbo, capitano dell’APJ (Armata Popolare Jugoslava) non può sottrarsi, né sfuggire. Un destino già scritto, sin dalle prime parole del protagonista, che raggiunge l’acme tragica in un finale- turbine dove viene messo in scena l’ineluttabile:
Petar: Hai mai giocato alla Roulette russa?
Mario: Non sono mica matto. Visto la fortuna che ho,
anche se fosse scarica riuscirei a spappolarmi
le cervella.
Petar: E alla Roulette balcanica?
Mario: Cos’è la Roulette balcanica?
Petar: Come quella russa, solo che si fa con la pistola,
quella che ho in mano.
Mario: Sei matto? Per prima cosa la roulette russa è
di per sé un’idiozia, e poi si usa la rivoltella
e non la pistola. Con la pistola sei morto di certo,
non c’è alternativa.
Petar: È quello che ti sto dicendo, la roulette balcanica,
quella senza alternativa.
Ciò che nel testo porta alla materializzazione dell’apocalisse, ha già seminato da tempo, ovvero il proposito del suicidio viene esplicitato da subito, e coincide con l’ineluttabilità della fine come perdita della condizione dignitosa dell’essere umano. Per questi motivi, non solo di dramma si può parlare. Gunjaca mette in scena una pièce attraverso un racconto dialogico statico, il cui luogo di azione resta sempre un soggiorno di un condominio a Pola, poco arredato mentre il tempo di azione ricade a fine settembre del 1991, verso mezzanotte, in piena guerra balcanica. Ma lo sguardo che l’autore pone, si dilata dall’interno, come chi avesse vissuto in prima linea gli accadimenti (e non può essere altrimenti, dato che l’autore ha servito per dieci anni la Marina Militare); eppure l’inquadratura di tutta la visione, pone un occhio di disincantato sulla realtà, quasi ad indagare il tessuto umano dal quale il dramma prende corpo. Dunque il dramma non è l’opera, quanto la materia trattata. Lo spostamento di significato è tangibile, e si decuplica (si vedranno poi i Congedi balcanici) attraverso un linguaggio mimetico, cui vengono sottoposti i protagonisti del testo, innesco che fonda, pirandellianamente, il carattere costitutivo dei personaggi. Dunque “Creature di sangue caldo e nervi” (Anton Cechov).
Petar: Esatto. Questi nuovi politici serbi continuano
a gridare che i serbi sono un popolo eletto, e
se le cose stanno così, allora…
Mario: Ma che asino di un militare che sei! Non
capisci assolutamente il loro delicato senso
per la metafora! Non ti sei nemmeno accorto
che loro non ci sono mai in questa metafora.
Così hanno prenotato lassù il posto per gli
scemi come te, per facilitare loro la partenza,
mentre loro non rinuncerebbero alle loro
poltrone per tutto l’oro dell’aldilà. Anche i
politici croati gridano che Dio è con noi, ed
è la stessa merda, soltanto detta con parole
diverse.
Petar: Povero Iddio con noi. Non c’è da stupirsi
che ci abbia scaricato.
Mario: Non puoi aiutare un pazzo, puoi soltanto
impazzire con lui.
E ancora:
Petar: Infatti. Fino a ieri tutti noi, come insetti
notturni, volavamo liberi e felici attorno
al fuoco, ma qualcuno lo ha irresponsabilmente
alimentato con vaneggiamenti nazionalisti,
e allora addio alle ali, amico mio. Per primi
si sono bruciati quelli che erano i più vicini
al fuoco. Va bene, cazzo, non possiamo
stare insieme? Ognuno per la sua strada, e
sarà quel che sarà. Ma separiamoci da esseri
umani non come si fa con il bestiame.
Andiamocene dignitosamente, così che un
giorno potremo guardarci negli occhi, senza
paura. E se proprio mi devo separare dalla
famiglia, perché non farlo da marito e da padre
che abbia il diritto di salutare i suoi ragazzi?
Perché non mi si consente di vederli una volta
al mese, all’anno, una volta ancora? Come si
chiama l’amore quando diventa un onere?
Come dimostrare a qualcuno che non puoi
più nemmeno vedere? È forse umano questo?
Mario: … Io capisco i miei compatrioti che vogliono
essere uno stato. Cazzo, così ci hanno educato
fin dall’infanzia. E anche voi, del resto, solo
che il vostro stato è un po’ più grande del nostro.
Ma i principi sono gli stessi. L’unico problema
è quanto questi principi costano.
Petar: Esatto. I nostri governanti, dal medioevo fino
ad oggi, hanno sempre gridato che lo stato non
ha prezzo. E non lo ha, finché non si tratta dei
tuoi bambini. E quando li perdi, qual è la frontiera,
quale la bandiera, lo stemma o il simbolo che vale
tanto? Che cosa farai quando d’inverno sarai
sferzato dal vento gelido, lì da solo? Ti avvolgerai
nella bandiera e dirai: sì, ne è valsa la pena, ho la
mia bandiera e posso andare dove voglio. Che cosa
sono i miei due bambini in confronto a questo?
Cazzo, nessuno ragiona in questo modo: ciascuno
pensa che sarà un altro a doversi avvolgere nella
bandiera, e che i figli suoi rimarranno vivi per
sbandierarla chissà dove. È un calcolo errato.
Qualcuno dovrà pur soccombere, perché un altro
possa sventolare! E quanti dovranno cadere perché
pochi possano sbandierarla? Non capisco come
questi nostri cretini in calore non se ne rendano conto.
Dragan Gunjaca compone, una vera e propria tragi-commedia balcanica, in perfetto stile anti-sublime. Il rovesciamento di tono, rispetto alla tragedia classica è palese. Ciò che distingue la roulette balcanica è il tono aspro, a volte colloquiale, speculativo, con inflessioni a intercalare (cazzo, scemo, cretino…), perfettamente funzionali ai personaggi protagonisti (che hanno avuto un’istruzione militare); Ratislav Durman (scrittore) sottolinea come questi anti-eroi non si confrontino più con gli dèi, ma in primo luogo con la storia.
A ognuno la sua. A ognuno la propria, roulette balcanica:
«Non c’è problema, vecchio. Per noi, nati nei Balcani, la seconda vita è una garanzia, perché la prima non conta un cazzo. Annullata in anticipo…».
«Se ogni casa in fiamme che vedi in tivù la percepisci come fosse tua, allora sei spacciata. Però, siccome sai che non è tua, quando finisce il telegiornale, se proprio non puoi fare a meno di vederlo, ti siedi nella comoda poltrona del tuo soggiorno, che non è stato bombardato né lo sarà, ti rilassi quanto puoi e continui a tirare avanti…» (Drazan Gunjaca, da Congedi balcanici)
4. Dadaismo ritmico (dramma e racconto)
La struttura a incastro di voci che subentrano una dopo l’altra sia nella Roulette, che nei Congedi sembra dimostrare un procedimento caratteristico dell’autore, una nota distintiva nella costruzione logica di una trama interna. Se considerassimo in primo luogo il dramma, direi che si riscontri una cadenza ritmica quasi cardiaca. All’iniziale staticità del ritmo, in cui si condensa il materiale speculativo sulla vita in un dialogo a due, tra Petar e l’amico Mario (croato, anch’egli capitano dell’APJ), si intrecciano nuove voci, a caduta, in cui la tragedia prende forma attraverso una accelerazione verbale, una akmè cardiaca, per giungere, verso la fine, alla dimostrazione speculativa e verbale della scelta incondizionata della morte, per mutare la semantica del dramma, nell’azione del tragico. Così si compie l’atto.Una climax a cui segue una normalità piena di inquietudine, che a sua volta si apre alla definitiva climax corale che prelude alla fine; l’assenza, il vuoto. Il suicidio finale di Petar. Si potrebbe parlare di una costruzione cubofuturista come costante semiologia di Gunjaca per costruire il dramma. Così, queste strutture, consentono all’autore di osservare i vari personaggi nella mutevolezza degli avvenimenti, cioè sotto una luce o inquadratura prospettica nuova, differente. In tutto ciò, quello che resta costante nell’architettura compositiva risulta il surrealismo tragico del reale.
Come ha ben inteso Ratislav Durman, sui Congedi balcanici: “la trama è lavorata a spirale – i personaggi entrano nei vari episodi che sono completi, e una volta spauriti, si ha l’impressione che non torneranno più, e invece dopo una decina di pagine rientrano nuovamente nel racconto in un nuovo episodio che si ricollega a quello passato, entrano cambiati offrendo a Gunjaca la possibilità di aggiungere altro”…
«Spesso penso che lui è l’unico ad essersene andato in tempo, quando ancora valeva la pena di andarsene. La cosa più importante nella vita è andarsene in tempo. Ora c’è un fuggifuggi generale. Merda, anche se ti ammazzassi nessuno se ne accorgerebbe. Se ne sbattono tutti! Abbiamo pianto più noi due per Toni che tutti gli altri per noi, se ci fottono in questa pazza guerra. Una questione di statistica, come dicono i nostri generali. Se muore uno, è una notizia, se ne muoiono centomila, allora è statistica. Toni è stato una notizia e noi saremo statistica. Una fottuta statistica balcanica…» (Drazan Gunjaca, da Congedi balcanici)
e ancora, prima che due nuovi personaggi, il poliziotto e Jovica, (Roulette balcanica) entrino in casa di Petar e facciano esplodere il movimento corporale e ritmico:
Mario: Proprio così. E molti si lasciano travolgere dalla corrente.
Cazzo, non tutti siamo guerrieri, eroi: parecchi di noi sono
persone semplici a cui non interessano né le conquiste,
né le medaglie al valor militare. Ogni volta che vedevo
i veterani decorati con quelle patacche, mi chiedevo
quanto sangue fosse stato sparso per ognuna. Quante
vite umane fosse costata quella con le spade incrociate
e quante quella senza. Quanti di quelli che sono caduti
per quelle medaglie sono stati costretti ad andarsene
al fronte?
Petar: Tutti gli stati del mondo dovrebbero introdurre le
medaglie per la pace da consegnare ogni anno come
massimo riconoscimento.
Mario: Nei Balcani dovrebbero consegnarle ogni giorno, fino
a quando tutti non siano diventati pacifisti. Ma anche
a quel punto qualcuno dei decorati combinerebbe
qualche casino. Attaccherebbe il vicino perché si
riterrebbe un pacifista migliore. E così comincerebbero
a combattersi in nome della pace.
A questo punto si inscena nelle opere di Gunjaca una struttura a doppio occhio, ovvero il macabro gioco rovesciato della realtà; così prende forma la riflessione sulla follia umana, che ne ribalta la struttura. La pazzia, ironicamente, non viene più percepita in relazione a chi muove le fila della guerra stessa, ma lo sguardo riflessivo dell’autore pone sempre l’accento in relazione ai soggetti umani rappresentati. Per questo motivo folle o malato diviene irreversibilmente chi la guerra la subisce, chi in guerra è stato costretto ad arruolarsi:
Mario: Non è possibile in una situazione di pazzia generale.
Petar: Giusto. Sarebbe come rinchiudere una persona sana
in manicomio. E a quel punto cerca di spiegarti, con
tutti quei Napoleone, generali, marescialli… Già che
ci siamo, sai cosa la maggior parte dei pazzi si crede
di essere? Generale! Perché non un grande scienziato,
un pacifista, un operaio? Neanche per sogno, sono o
generali o ufficiali di rango superiore. Neanche i pazzi
vogliono essere pacifisti. Anche fusi come sono sanno
che è meglio non esserlo…
V. Congedi balcanici
Questo romanzo è il seguito di A metà strada dal cielo, romanzo rimasto non pubblicato, che Gunjaca scrive una ventina di anni fa e che descrive le vicende degli stessi protagonisti dei Congedi, in un paese che non esiste più, la Jugoslavia. La rappresentazione viene ambientata nel periodo storico 1978-1983. Ora i personaggi sono cresciuti, hanno cambiato vita, nello stesso modo in cui la terra nella quale vivono ha mutato confini e geografia politica: ci troviamo negli anni che vanno dal 1991 (inizio della guerra nei Balcani) fino al 1994. In realtà il filo rosso che unisce il romanzo alle altre opere di Gunjaca è l’attenzione per i destini della gente comune. Il punto di partenza della narrazione è autoreferenziale; l’autore descrive avvenimenti vissuti in prima persona, o che hanno coinvolto amici di vecchia data. Gunjaca scrive nell’introduzione al romanzo (Pola, agosto 2001): «Ringrazio tutti coloro che sono stati il soggetto di questo romanzo, soprattutto il mio amico Luka, senza il quale il capitolo 5 non sarebbe mai stato così com’è»… Ora Gunjaca decide di raccontare la vita nella ex Jugoslavia attraverso una struttura narrativa, nella forma del racconto più epica che possa esistere: il romanzo di guerra! Eppure a differenza della tragedia, anche in questo caso, si può parlare di “un’epica dei disperati”. Ciò che il reale ci lascia in eredità è un “eterno ciclo dei vinti”, ciò che la storia ci consegna è terra bruciata, sia geograficamente, sia sentimentalmente. Con la guerra nei Balcani, alla separazione sanguinosa dei territori, è corrisposta una frantumazione totale dell’anima. Eppure ai protagonisti non viene mai meno il tono ironico, surrealista nell’affrontare le situazioni, il modo di vivere sull’orlo continuo dell’apocalisse con un sorriso irriverente di chi ha compreso che quello è l’unico modo per sopravvivere alla tragedia (da mutilati emozionali): «Se Dio non ci avesse dato il mare, la nostra gente l’avrebbe creato con le lacrime. Il mare di lacrime croato!»…
L’acme epica, si ha nella parte centrale del romanzo, quando i protagonisti sulla scena si moltiplicano e il centro del movimento diventano i bambini: «Mentre le lacrime mi scendevano senza interruzione, capii chi erano le vittime più assurde di questa guerra. I bambini: non erano colpevoli di nulla, per loro i confini di stato non volevano dire un bel niente, e come tutti i bimbi su questa terra volevano soltanto avere i loro genitori accanto a sé»…
VI. “qui la storia si ripete”…
«Qui la storia si ripete. Historia est magistra vitae, direbbero gli antichi romani. Imbecilli! Non sapevano un acca di come si fa la storia. Non avevano capito che la storia la scrivono sempre i vincitori: verità che i nostri fantastici leader hanno ben chiara, a dire il vero anche troppo, per cui si sono messi subito a scriverla. E finché non avranno finito, volenti o nolenti, sulla storia della nostra nazione non sapremo nulla. O ancora peggio, non sapremo la verità…» (Drazan Gunjaca, da Congedi balcanici)
Lascio ai lettori questa ultima osservazione di Dragan Gunjaca, e per dire la verità, neppure così “originale”, eppure forse più di uno ancora non se ne è reso conto…Lascio ai lettori queste opere tragi-comiche sulla vita e la guerra, con un’ultima parola di Zoran Raicevic (Teatro nazionale di Belgrado): “Raccomando di leggere”…
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