Allora la domanda iniziale può essere riformulata in questi termini: l’università di oggi (in particolare mi rivolgo alle Facoltà così dette umanistiche che sono oggetto di studio in questo articolo) è in grado di garantire ai giovani “nicandri”[3] suddetta scelta e libertà culturale? Stando alle attuali riforme sull’istruzione, contenute nella legge del 28 marzo 2003 che la Camera dei Deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato, si può solo rispondere negativamente.
In questa riforma sarebbero molte le questioni indegne da affrontare che minano dall’interno la cultura dei nostri atenei ma, per quanto riguarda questo articolo, mi limiterò a riportare un solo esempio: ogni persona munita di buon senso riterrà assurdo che, nei moduli, si obblighino gli insegnanti a realizzare dei piani di studio i quali, oltre alle lezioni frontali, limitino le letture destinate agli studenti ad un numero massimo di duecento pagine. In questo modo, molto probabilmente, anche quegli allievi muniti di buona volontà non leggeranno più un classico per intero od una qualsiasi opera che superi questo numero “divino”; poi, gli stessi studenti verranno attrezzati di dispense e le case editrici, preoccupate di questo limite cartaceo, pubblicheranno solo testi estremamente brevi per non turbare la psiche dei poveri ragazzi.
Si stanno facendo osservazioni ridicole perché tutto ciò è ridicolo; infatti, come si può sperare di trasmettere la cultura ad un giovane, se nemmeno lo si vuole mettere di fronte alla faticosa passione di leggere dall’inizio alla fine un libro, senza dover contare il numero delle pagine da contrattare all’esame? E quegli artisti, quei pochi geni sopravvissuti all’esplosione della banalità, come possono sperare un giorno di essere riconosciuti da una massa di studiosi diseducata e impreparata?
Sì, proprio qui sta il punto di tutta la questione, nel fatto che le nostre università dovrebbero educare, o meglio, perfezionare e sensibilizzare gli animi alla genialità. Ciò non significa insegnare a diventare dei geni perché questi, quasi mai, hanno bisogno d’essere istruiti; per il genio, infatti, la tendenza è piuttosto quella di liberarsi dalle strette vesti dell’istruzione. Il genio non ha bisogno di conoscere ciò che già è. Ma egli cos’è? Il genio è quello che io definisco un “oriundo”, cioè quell’uomo che, nato come tutti in una determinata epoca, sembra dover vivere nell’impossibilità del proprio presente e questo, secondo quanto pensa anche Kierkegaard, lo rende l’essere più infelice: «L’infelice è sempre assente a se stesso, mai presente a se stesso. Ma assenti si può evidentemente essere o nel tempo passato o in quello futuro […] Così va per le individualità speranti e ricordanti»[4].
L’oriundo è sempre rivolto al passato, alla ricerca dell’originarietà, di un maestro ideale che non appartiene al suo tempo e che possa indicargli la strada; al tempo stesso l’oriundo è sempre rivolto al futuro, alla ricerca dell’originalità che solo i posteri, forse, potranno capire. In questo senso il genio è quell’eterno vagabondo (Saunterer), quel senza terra (sans terre), che vaga nella solitudine di un tempo presente che non può comprenderlo; allora egli sprofonda le sue radici in un passato ideale e slancia i suoi rami pieni di nuovi germogli in un futuro ideale. Nulla in lui appartiene al presente perché egli ha l’arduo compito di orientare la storia dell’uomo in direzione di un punto chiamato verità e bellezza.
Educare alla genialità, allora, significa dare alle nostre università la possibilità di svolgere il proprio lavoro, quello di coscientizzare e acculturare i giovani studenti, fornendo loro tutti gli strumenti utili a cogliere la rarità di questi spiriti unici; infatti, credo che i geni non smettano mai di nascere, mentre il rischio – ed è ciò che della nostra epoca più mi preoccupa – è piuttosto quello di non preparare persone che siano all’altezza di riconoscere la genialità. In questo senso mi avvalgo di una frase di Lichtenberg, citata da Eric Weil, il quale «diceva che certi libri sono come gli specchi: quando vi si specchia una scimmia è impossibile vedervi un angelo»[5]. Quello che oggi accade nei nostri grandi centri di cultura, così male istituzionalizzati, è proprio questo: si addestrano scimmie incapaci di cogliere il vigore della genialità.
Nell’affrontare queste tematiche, non finisce mai di essere attuale il pensiero di Nietzsche che, nella sua splendida opera dal titolo Schopenhauer come educatore[6], mette in calce queste eterne parole: «già Kant fu, come noi scienziati solitamente siamo, pieno di riguardi, sottomesso e, nei suoi rapporti con lo Stato, senza grandezza: sicché in ogni caso, se la filosofia delle università dovesse essere accusata, egli non potrebbe giustificarla. Se vi sono, però, delle nature che potrebbero giustificarla – appunto come quelle di Schopenhauer e di Platone – temo soltanto una cosa: non ne avranno mai l’occasione, perché mai uno Stato oserebbe favorire tali uomini e metterli in quelle posizioni. Perché dunque? Perché ogni Stato li teme e favorirà soltanto i filosofi dei quali non abbia paura […] Se qualcuno, quindi, tollera di essere filosofo per grazia dello Stato, deve anche tollerare di essere considerato come colui che ha rinunciato a inseguire la verità in tutti gli angoli più riposti»[7].
Ma allora, proprio in un periodo lacerato dalla precarietà culturale e lavorativa, dov’è il coraggio che i nostri cari maestri hanno tanto profetizzato? Dov’è, dunque, la difesa della cultura? Certo, a tutto questo si aggiunge la fretta di laurearsi, dove le così dette lauree brevi probabilmente acquisteranno nuovi adepti, con cui s’intende numerosi iscritti uguale a numerosi disoccupati e disorientati “nicandri” che, per dirla con Robert Walser, tutto ciò che hanno appreso dai loro studi è di essere «qualcosa di molto piccolo e subordinato […] un magnifico zero, rotondo come una palla»[8]; dunque, si tratta di formare umili servitori, per giunta anche disoccupati perché il padrone da servire, lo Stato, non ha il modo di offrire loro un lavoro. Tutto questo fa dell’università un vero e proprio «Istituto Benjamenta», in cui «s’impara ben poco»[9].
E’ ciò che vuole il padrone: molti servi obbedienti, innocui, riempiti come vasi vuoti da tante nozioncine frammentarie che non fanno del male a nessuno, ma nemmeno fanno del bene a qualcuno. «Proprio così – dice Nietzsche – bisognerebbe scrivere nella tomba della filosofia delle università: “non ha mai turbato nessuno”»[10]. Tale mancanza di turbamento ci annoia e da questo stato d’animo può generarsi tanta gratuita violenza.
Dove sono allora i maestri che esortano i pigri a risvegliarsi dal sonno? Dove sono quelle “anime belle” che dovrebbero insegnarci a bruciare di passione e, al tempo stesso, a controllare quel fuoco divoratore con gli strumenti della ragione? La domanda è dove sono i maestri. A proposito di maestri, Plutarco conclude il suo trattato sull’arte di ascoltare con questa immagine che ogni autentico insegnante dovrebbe fare propria: «la mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma piuttosto, come legna, di una scintilla che l’accenda e vi infonda l’impulso della ricerca e un amore ardente per la verità»[11].
Oggi, nelle cattedre di lettere e di filosofia, di quale uomo si parla? «Può ben darsi – dice Eric Weil – che i giovani richiedano da noi una vera educazione invece che una semplice istruzione»[12]. Alla base di ogni vera educazione sta una vera “cultura” e, con questo termine, non intendo l’idea di “civiltà” che si esprime col tedesco Kultur; infatti, la cultura alla quale mi riferisco – che in un certo senso ha già la sua origine nell’idea di paideía dell’epoca ellenistica – valorizza e aiuta a perfezionare il carattere di ogni singola persona, essendo slegata da quell’ideale di uomo eroico ed al contempo servile (oggi soprattutto e solo servizievole) nei confronti della propria società. Qui si tratta di pretendere una vera cultura che possa educare alla genialità, fosse anche e soprattutto incivile.
Oggigiorno, la prima cosa che si dovrebbe domandare ad uno studente di discipline umanistiche è se egli sia disposto ad accettare la propria solitudine nell’essere educato alla genialità. Persino Platone, il grande maestro dell’uomo ideale della polis, nel suo ultimo periodo ha ammesso l’insuccesso del filosofo nella civiltà mondana; definendolo per questo come un uomo solo ma anche come il solo uomo veramente libero (Thaeet. 173 c - 176 a).
E’ indubbio però che tanti sapienti e amanti della sapienza del passato, in un modo o nell’altro, abbiano servito la politica del loro tempo: si pensi per esempio al «molto saggio centauro» Chirone (Omero, Il. XI, 832) e al «buon vecchio babbo» (Il. IX, 434 sgg.) di Fenice, entrambi educatori di Achille, cioè di quella figura ideale dell’uomo-eroe sulla quale si è costruita gran parte della nostra antica cultura occidentale, fondata su di un’etica cavalleresca. Oppure Licurgo, che nel periodo della decadenza culturale degli spartani insegnò ai cittadini a non dover vivere da soli, come persone libere, ma ad essere sempre uniti al servizio dei loro capi (Plutarco, Lyc. 17-18). Oppure si pensi ai Sofisti, la cui prima preoccupazione era quella d’istruire i giovani ad essere dei buoni cittadini, attraverso insegnamenti che non miravano a tecnicizzare o specializzare la loro conoscenza ma ad educarli (Platone, Prot. 312 b), attraverso la dialettica e la retorica, a quell’arte del persuadere o dell’aver sempre ragione su tutto e tutti. Si tratta di quella regola della dóxa che lo stesso Isocrate, vivace antagonista dell’epistéme platonica, dice essere il metro migliore per diventare un uomo colto e pratico nella vita politica; infatti, egli crede che valutando in ogni circostanza la migliore “opinione”, si può raggiungere anche la migliore posizione o “fama” sociale (Ant. 271; Panath. 30-32)[13].
In sostanza uno dei ruoli del sapiente, o di chi si riteneva tale, già nella Grecia pre-ellenica era quello di educare i giovani alla vita sociale e politica della città; una tendenza, questa, che in tutte le epoche ha generato e tuttora genera quella perbenista sottocultura statale. Oggi, qualunque professore insegni in una Facoltà umanistica, dovrebbe rigettare proprio questa finta cultura dell’uomo-eroe, cultura di Stato, per dichiarare apertamente guerra a quei governi che vogliono il crollo dell’educazione personale, sostituita da un assoggettamento alla civiltà impersonale. Le università dovrebbero perfezionare questi giovani, dall’incerto o quasi inesistente futuro sociale, all’insuccesso della genialità. Sì, proprio così, perché le future generazioni dovranno prendere atto di quanto impotente sia un’anima superiore di fronte alla banalità del senso comune.
Educare i giovani alla genialità significa prepararli alla solitudine e all’altrui incomprensione, solo così potranno riconoscere quel loro “fratello maggiore” che oggi non ha nulla di eroico né di civile, al quale sono precluse tutte le vie della gloria mondana perché egli, il genio, è l’immagine a noi più prossima di tutto ciò che è eterno. Ecco, dunque, che cosa non s’insegna nelle università; però, concedetemi di concludere questa esortazione con una precauzione nietzscheana che il vecchio filosofo rivolge al giovane discepolo.
Giovane discepolo «Il vero segreto della cultura deve ritrovarsi qui, nel fatto cioè che innumerevoli uomini aspirano alla cultura e lavorano in vista della cultura, apparentemente per sé, ma in sostanza solo per rendere possibili alcuni pochi individui».
Vecchio filosofo «Ecco il principio […] eppure tu hai potuto dimenticare il suo vero significato a tal punto da credere di essere tu stesso uno di quei pochi? Hai pensato a questo, lo vedo bene. Ciò d’altronde fa parte delle caratteristiche spregevoli della nostra epoca, che pretende di possedere la cultura. Si democratizzano i diritti del genio, per sfuggire al proprio lavoro culturale e alla propria miseria culturale. Tutti, quando sia possibile, preferiscono distendersi all’ombra dell’albero che è stato piantato dal genio. Ci si vorrebbe sottrarre alla dura necessità di lavorare per il genio, in modo da rendere impossibile il suo sorgere. Come? Sei troppo orgoglioso per voler essere un insegnante? Disprezzi la moltitudine di coloro che si accalcano, desiderosi di imparare? Parli con dispregio della missione dell’insegnante? E ti piacerebbe allora, staccandoti ostilmente da quella folla, condurre una vita solitaria, copiando me e il mio modo di vivere? Tu credi di poter raggiungere senz’altro, con un solo balzo, ciò che io sono riuscito finalmente a conquistare, dopo una lunga lotta ostinata, condotta all’unico scopo di poter vivere da filosofo. E non temi che la solitudine si vendichi contro di te? Provati dunque a essere un solitario della cultura! Quando si vuol vivere con le sole proprie forze, e si vuol vivere per tutti gli altri, occorre possedere una ricchezza eccedente! Bizzarri discepoli! Voi credete di dover sempre imitare proprio la cosa più difficile e più alta, quella appunto che è stata possibile soltanto per il maestro, mentre proprio voi dovreste sapere come ciò sia difficile e pericoloso, e come molti talenti di prim’ordine possano andare in rovina per questo»[14].
[8] R. Walser, Jakob von Gunten, Adelphi, Milano 1992, pp. 11, 12.