[di Riccardo Fabiani]
Il lavoro più noto e maggiormente accreditato per
quanto riguarda la ricostruzione storiografica del periodo che va dal 1945 agli
anni ’80 è la ricerca svolta dal Senatore dell’allora PDS Giovanni Pellegrino
come presidente della Commissione d’inchiesta su terrorismo e stragi e
sintetizzato nella sua proposta di relazione finale (che però non fu approvata
dagli altri partiti) e in altri libri-intervista pubblicati negli anni
successivi. Proprio per le esigenze specifiche di una commissione che ha dovuto
abbracciare un periodo di circa 40 anni, l’opera di Pellegrino è allo stato
attuale l’unico tentativo di interpretazione sintetica (oltre che analitica)
della cosiddetta notte della Repubblica.
Il
percorso metodologico
Ed è proprio il contesto storico-politico a
dominare la metodologia seguita dal senatore leccese: sia nella relazione che
nei libri pubblicati Pellegrino parte dallo scenario della nascita e dello sviluppo
della Guerra Fredda e delle sue conseguenze sull’Italia repubblicana uscita
sconfitta dal conflitto mondiale e appartenente al blocco occidentale. Come
ripete egli stesso nella relazione, il compito della Commissione (e di
Pellegrino come autore-intervistato successivamente) è quello di fornire una
versione politica e non strettamente giudiziaria dei fatti. È questa “libertà”
di ricerca che permette all’ex senatore di ricostruire le pagine oscure della
Prima Repubblica delineando scenari plausibili, altamente probabili o solo
ipotetici, oltre a quelli già dimostrati da inchieste giudiziarie o riscontri
documentali.
In realtà, quello che meraviglia leggendo i vari
lavori di Pellegrino è come la ricostruzione storica di un periodo di tale
importanza (e ancora ampiamente coperto da silenzi e dubbi) sia stato lasciato
esclusivamente ad un parlamentare (e avvocato), mentre la comunità accademica
italiana abbia preferito in tutti questi anni tralasciare l’analisi di questo
periodo o soffermarsi semmai su alcuni aspetti più chiari e meno controversi.
Nessuno storico si è mai cimentato con un lavoro di analisi e sintesi di un
periodo storico che (almeno fino agli anni Ottanta) è attraversato da tensioni
caratterizzate da svariati elementi di continuità: dal ruolo della Mafia e
della criminalità organizzata all’ordine di Yalta, passando per la strategia
degli Stati Uniti, il ruolo senza precedenti dell’intelligence, delle “covert
operations” e della guerra psicologica (si pensi solo alla creazione dell’OSS durante
la Seconda Guerra
Mondiale e alla sua trasformazione in CIA) e la presenza in
Italia del più grande partito comunista dell’Europa Occidentale, solo per fare
alcuni fra gli esempi classici.
Dal contesto dell’epoca e dalla sua evoluzione
Pellegrino è in grado di colmare secondo un criterio probabilistico i vuoti
lasciati dalla mancanza di documenti, dai depistaggi o dalla reticenza delle
fonti orali consultate. In virtù di questo approccio, il senatore pidiessino
pone Gladio e le altre organizzazioni di natura privata che sono state accusate
di aver avuto un ruolo ambiguo durante la Guerra Fredda come un naturale
frutto della strategia americana. Allo stesso tempo può affermare con
ragionevole sicurezza che le deviazioni rispetto al ruolo di insurrezione in
caso di invasione sovietica, come ampiamente dichiarato da varie fonti
“ufficiali” dopo la caduta del Muro di Berlino, non avrebbero costituito
un’ipotesi inverosimile né un’eccezione rispetto ad una dottrina della guerra
psicologica coerente con quanto affermato in sede ufficiale (documenti del
National Security Council) o teorizzato in altre sedi (convegno dell’Istituto
Pollio nel 1965). È il contesto storico-politico a rendere verosimili una serie
di accuse riguardanti le sistematiche deviazioni dei servizi segreti e le loro
connivenze con progetti eversivi e strategie della tensione.
In maniera simile, la contaminazione di ampi
settori dello Stato e del terrorismo di destra e di sinistra con la malavita
organizzata è un’ipotesi avvalorata dalla modalità di svolgimento della
liberazione del Paese durante la Seconda
Guerra Mondiale e il ruolo giocato dalla Mafia negli
equilibri internazionali del bipolarismo USA-URSS. Questi ed altri filoni di
ricerca riemergono con un’impressionante regolarità nelle inchieste giudiziarie
sulla strategia della tensione, rendendo possibile la formulazione di
congetture politicamente e storicamente valide che vanno al di là dei
meccanismi giudiziari che per loro natura non possono sempre fornire risposte
certe. Si pensi solo al sistema di garanzie dell’imputato o all’onere della
prova – istituzioni che giustamente mirano alla difesa dei diritti individuali
e che inevitabilmente possono portare ad assoluzioni che nella stampa e
nell’opinione pubblica equivalgono a buchi neri nella ricostruzione della
verità. Pellegrino sottolinea invece come spesso le sentenze contengano formule
dubitative e circostanziate che testimoniano come manchi sì un numero adeguato
di prove giudiziarie, ma come gli indizi raccolti e la ricostruzione logica
degli eventi porti a ricostruire con relativa certezza storica l’accaduto.
Se è possibile evidenziare una prima debolezza
nell’opera del senatore leccese, è proprio nella mancanza di un’adeguata e
persuasiva premessa riguardante proprio la distinzione fra verità giudiziaria e
ricostruzione storica. Purtroppo il lettore può solo intuire fra le righe ciò
che Pellegrino delinea nei suoi scritti (e che, come vedremo poi, egli sviluppa
nella proposta di un’amnistia), ovvero la differenza fra giustizia e storia e
la relativa libertà e responsabilità dello storico nell’affrontare questi temi.
Una distinzione che peraltro sembra sfuggire a larga parte del mondo accademico
italiano, ancora intimorito dall’idea di affrontare temi “politici” o
“giudiziari” invece che propriamente “storici” (e pertanto neutri – una
concezione sterile ed inverosimile della storia da condannare).
La ricerca storica di Pellegrino e i
suoi limiti
In questo ambito metodologico, Pellegrino conduce
la propria ricerca storica (coadiuvato da vari ricercatori che hanno
collaborato in questi anni ai lavori della Commissione Stragi) ricostruendo i
vari spezzoni di una narrazione che si muove dalla liberazione del Paese fino
alle stragi di Ustica e della stazione di Bologna. Chiaramente non è stato
possibile gettare luce su tutti i periodi presi in esame allo stesso modo:
l’immediato dopoguerra sembra essere stato compreso quasi con completezza,
rimanendo poche zone d’ombra sull’organizzazione di una serie di strutture
parallele o aggiuntive che avrebbero dovuto limitarsi ad entrare in funzione in
caso di invasione o golpe comunista (ma che così non avrebbero fatto, andando
al di là di questi compiti per operare invece preventivamente); la storia del
terrorismo nero e rosso è stato anch’essa ricostruita in maniera efficace,
almeno per quanto riguarda l’evoluzione del pensiero strategico dei gruppi
principali e le loro responsabilità dirette negli attentati più importanti
degli anni 60 e 70; anche i vari tentativi di golpe che hanno avuto luogo in
quegli anni sono stati accertati, anche se permangono degli scenari poco chiari
riguardo a collaborazioni e organizzazione.
Diverso è il discorso che riguarda il rapimento di
Aldo Moro e le stragi degli anni Ottanta. Nel primo caso, i dubbi e le reticenze
sono tali da non permettere di poter affermare che gli aspetti più importanti
siano stati chiariti. Nel secondo caso il mistero è ancora più fitto, poiché i
depistaggi, la manomissione delle prove documentali e soprattutto il
cambiamento del contesto storico-politico non permettono di formulare con
certezza o probabilità un’accusa precisa sulla responsabilità del disastro di
Ustica o della strage di Bologna. Come accenna anche Pellegrino (cedendo però
forse un po’ troppo alle conclusioni giudiziarie su Bologna) nella sua proposta
di relazione finale, l’avvenuto mutamento nelle condizioni internazionali e la
conseguente evoluzione del dibattito ideologico negli ambienti di destra e
sinistra non permette di collocare queste stragi nel continuum che investe gli attentati precedenti. Le perplessità
restano, mentre le rivelazioni si susseguono a ritmo quasi quotidiano, non
aiutando però a chiarire se ci sia un collegamento fra le due stragi (come
ipotizzato da molti), il perché delle omissioni e coperture dell’Aeronautica
italiana a Ustica, dei depistaggi del massacro di Bologna e i dubbi riguardanti
gli autori materiali di quest’ultimo caso.
Al di là dell’ottima ricostruzione effettuata, le
tesi discusse da Pellegrino sembrano poggiarsi a volte su concetti inesatti o
costruzioni ipotetiche interessanti ma da specificare meglio. Ad esempio, la
“mitizzazione” dell’ordine di Yalta che viene compiuta dal senatore salentino
merita di essere approfondita. Fu Yalta davvero quell’equilibro intangibile e
quasi metafisico che viene descritto nella relazione e nei libri-intervista?
Possiamo ascrivere tutti gli eventi del periodo alla “logica di Yalta”? Lo
stesso Pellegrino rivisita parzialmente questa tesi successivamente,
introducendo anche elementi di tensione provenienti dal bacino Mediterraneo
(una sorta di rapporto Nord-Sud legato al conflitto arabo-israeliano e
all’egemonia americana in questo mare), per arricchire la sua analisi e non
ridurla al meccanismo automatico Est-Ovest. D’altronde, non sembra eccessivo
ricordare come Yalta non abbia mai rappresentato un accordo segreto di
spartizione dell’Europa né un linguaggio comune fra americani e sovietici. Si
pensi solo ai tentativi di violare quest’ordine durante la guerra civile greca
o al progetto di neutralizzazione e riunificazione della Germania proposto
dall’URSS; o ancora alle crisi di Berlino (“i testicoli dell’Occidente”,
secondo Kruscev) o alla situazione di incertezza del Portogallo dopo la Rivoluzione dei
Garofani, quando il partito comunista portoghese sembrò vicino alla presa del
potere. Ovviamente si tratta di periodi differenti, ma tanto basta a dimostrare
come non sia mai esistita una logica di Yalta quanto piuttosto diverse
interpretazioni dei limiti e della libertà d’azione delle due superpotenze in Europa
durante la Guerra Fredda,
dagli accordi di Yalta fino alla crisi del blocco sovietico, passando per la
conferenza di Helsinki negli anni ’70 (una violazione di questa logica con
altri mezzi?), il congelamento della distensione o il breve avvicinamento della
Iugoslavia allo schieramento atlantico negli anni ’50 (un’ennesima
dimostrazione che non esisteva nessuna ferrea logica di Yalta). Assieme ad un
certo discorso “autoapologetico”, in cui Pellegrino a volte cade difendendo la
democraticità del PCI e quindi sostenendo l’assenza di una minaccia
all’ordinamento costituzionale da sinistra (tesi senz’ombra di dubbio
condivisibile, ma che non prende in considerazione il variegato contesto
internazionale – in cui anche durante la distensione la concorrenza rivoluzionaria
non venne mai meno – e soprattutto il ruolo delle percezioni di entrambi gli
schieramenti nel determinare la realtà politica) col senno di poi, questa tesi di
fondo sembra rappresentare uno dei punti di maggiore debolezza della ricerca
svolta.
Più convincente, ma meritevole di ulteriori
chiarimenti, è la teoria del “doppio Stato” portata avanti da Pellegrino
coerentemente in tutta la sua ricerca. Benché venga presentata come una sorta
di corollario alla logica di Yalta, questa interpretazione sembra essere valida
se limitata al campo della doppia lealtà degli Italiani e quindi di ampia parte
di settori dello Stato. Il senatore pidiessino usa questo strumento per negare
l’esistenza di settori deviati dei servizi e della Repubblica: nessuna deviazione
isolata, bensì bisogna parlare di una lealtà filo-atlantica che entrava in
gioco in fasi di tensione più acuta, organizzata attorno ad una rete (ancora
oscura) di gruppi privati, connivenze statali, collegamenti malavitosi ecc.
Questo Stato “altro” da quello noto a tutti (la Repubblica dei partiti
e delle istituzioni pubbliche) avrebbe valicato ampiamente i limiti della
Ragion di Stato (che giustifica determinati atti e silenzi inerenti ad essi per
questioni di sicurezza e sopravvivenza dello stesso ordinamento democratico),
rappresentando una vera e propria patologia italiana. Ma mentre può sembrare un
elemento di confusione il concetto di “doppio Stato” (perché induce a pensare
che questo livello “altro” sarebbe intervenuto col consenso della Repubblica,
mentre invece è dimostrato come vari ministri e uomini di Stato siano stati
depistati ed ingannati in alcuni casi), la tesi sembra utile soprattutto in
considerazione della debolezza intrinseca delle istituzioni italiane.
Restano però da spiegare alcuni aspetti di
quest’idea: la “sovranità limitata” del nostro Paese fu una condizione
impostaci dal nostro status di potenza sconfitta in guerra e perciò condannata
al ruolo di partner minore e privo di libertà dell’alleanza atlantica? O forse
questa “doppia lealtà” merita di essere cercata altrove, soprattutto guardando
al caso tedesco – dove gli anni di
piombo, pur carichi di sangue e tragedie, non hanno mai prodotto
quell’intreccio unico e patologico di connivenze e amnesie statali che hanno
portato alla doppia lealtà delle istituzioni? La nostra sovranità limitata
appare oggi come una scelta italiana e non come un’imposizione atlantica (anche
coerentemente con la tesi dell’”impero su invito” espressa da molti storici
riguardo alla natura dell’egemonia americana in Europa). Ma ancora più
importante sembra essere la distinzione fra il contesto storico e il suo
impatto sulla scena italiana da una parte e i fattori costanti della cultura
politica italiana dall’altra, ovvero il ricorso allo straniero, la scarsa
legittimità dello Stato, la faziosità degli italiani – in poche parole, la
mancanza di senso dello Stato e l’”anarchismo clanico” di un Paese che ha
conosciuto una situazione praticamente unica in Europa Occidentale. Perché solo
in Italia si è sviluppato questo peculiare intreccio fra doppia lealtà e
stragismo? Non basta dire che il nostro Paese è stato una frontiera fra
tensioni geopolitiche europee e mediterranee; è sufficiente il raffronto con
altre esperienze continentali (e non – si pensi all’America Meridionale come
altro estremo di uno spettro ideale di esperienze di guerra psicologica e
terrorismo all’interno del mondo occidentale) per capire che il caso italiano
ha potuto svilupparsi in maniera speciale grazie al contesto internazionale e
alle proprie costanti culturali.
La
proposta di un’amnistia per la verità
Ritornando alla distinzione fatta precedentemente
fra verità storica e giustizia, giungiamo infine al tema più originale ed
interessante affrontato da Pellegrino al termine del libro-intervista “Segreto
di Stato. La verità da Gladio al caso Moro”. Purtroppo si tratta di un tema
trascurato e che meriterebbe invece maggiore attenzione, soprattutto ora che la Commissione Stragi
ha terminato il proprio lavoro e che continuano a restare ampie zone d’ombra
nella ricostruzione della verità. Il senatore delinea brevemente la proposta di
un’amnistia per tutti i reati politici compiuti durante la Prima Repubblica (la
periodizzazione è sicuramente un problema che andrà affrontato con più calma
per poter rendere maggiormente credibile quest’idea) in cambio di un contributo
definitivo e senza ambiguità all’opera di ricostruzione storica.
Questa proposta sembra nascere proprio da
quell’area di indicibilità che circonda in particolare il rapimento Moro. Sembra
infatti plausibile ipotizzare che la stagione del terrorismo abbia lasciato
dietro di sé dei “sommersi” e dei “salvati”, per parafrasare Primo Levi, e che
proprio la necessità di non disturbare coloro che ce l’hanno fatta e che sono
sfuggiti alla giustizia abbia condizionato finora molte persone che sanno ma
che ritengono inopportuno parlare. Una sorta di patto del silenzio (tra l’altro
emerso in dichiarazioni rilasciate da Renato Curcio, ad esempio, o nelle
reticenze del personaggio più controverso, Mario Moretti, e di Francesco
Cossiga, che ancora oggi sostiene di non poter dire tutta la verità sul caso
Moro) che unisce i protagonisti della doppia lealtà, ovvero terroristi e uomini
di Stato, nel negare una ricostruzione esaustiva del periodo.
L’idea di costituire una commissione che si occupi
di raccogliere testimonianze esaustive e prive di omissioni in cambio di
un’amnistia generale (da concedere dunque solo a chi collabora), ispirata e
riadattata rispetto al modello del Sudafrica post-apartheid, è oggi l’unica
prospettiva percorribile in questo senso e verrà rilanciata in futuro da “La Gru” e tutte le personalità
che vorranno unirsi a questa proposta. Soprattutto adesso che sono passati
vent’anni dalla fine della Guerra Fredda e la giustizia si è dimostrata in più
occasioni incapace (perché spesso ostacolata) del suo compito, la necessità di
una verità storica che diventi memoria condivisa del Paese e monito per il
futuro rappresenta la vera priorità. L’idea di un’amnistia permetterebbe di
interrompere il cortocircuito di omissioni e depistaggi che impedisce alla
giustizia di svolgere la propria funzione e ridarebbe all’Italia una storia
finalmente unitaria e non più suddivisa in decine di rivoli faziosi che tendono
ad anteporre il proprio interesse di parte e la propria narrative anti-statale e clanica all’interesse nazionale e all’idea
di contribuire ad una memoria collettiva che rafforzi le istituzioni, invece di
screditarle e minarle alla base.
Per questo motivo lanciamo da queste pagine un
appello affinché la proposta di un’amnistia per i reati politici dell’epoca
venga raccolta da altre riviste e organizzazioni ed entri in funzione prima che
il tempo renda inutile questa operazione e ci condanni ad una memoria frammentaria
e incompleta del Paese.
|