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[di Umberto
Pascali]
“Who killed Homer?” [Chi ha
ucciso Omero?]: questo è il titolo del celebre libro di due docenti
universitari californiani che denunciava la progressiva marginalizzazione di
Omero e dei classici greci dal sistema scolastico statunitense (Hanson e Heath,
1998). Subito dopo la sua pubblicazione, il libro superò le trentamila copie
vendute. “Homer lives!” [Omero Vive!] è invece il titolo di una recensione
polemica dello stesso libro pubblicata da The New York Review of Books (Green,
1999).
Questi non sono che due esempi degli innumerevoli libri, saggi, articoli
universitari e di giornali, dissertazioni, documentari e film prodotti ogni
anno in tutto il mondo per soddisfare la richiesta riguardo tutto ciò che sia
“omerico”. Non c’è dubbio che Omero, almeno nell’interesse che ancora suscita,
sia ancor oggi vivo. Ma e’ altrettanto vero che ci sia – e che ci sia stato per
molto tempo – un tentativo di “uccidere” il poeta universalmente riconosciuto
come la pietra angolare di quella che viene denominata come cultura occidentale. Questi tentativi, la cui fortuna
è dipesa non poche volte da pura ignoranza o da mancanza di un vero interesse,
risultano molto più insidiosi ed efficaci quando si servono delle armi fornite
dalle teorie erudite che diventano mode accademiche e culturali. Il più grave
tra questi tentati omicidi è stato quello operato dalla scuola critica omerica
legata a Giambattista Vico, il filologo settecentesco che diede alla luce la
cosiddetta “Questione Omerica”.
Gli Eterni Ritorni e la Questione Omerica
Vico sosteneva che Omero non
esistesse come poeta individuale: “Omero” era semplicemente l’espressione con
cui veniva designata la “poesia” primitiva e barbarica delle prime popolazioni
greche; la persona o le persone che redassero una collezione dei miti popolari
e delle leggende nella forma dei poemi omerici non erano, in alcun modo, i veri
autori di questi poemi. Cantastorie avevano usato per molto tempo il materiale
legato alla guerra di Troia per recitarlo e cantarlo nelle strade e nelle
piazze come ancora fino a poco tempo fa era normale vedere in Sicilia per
quanto riguarda il ciclo di Orlando. Poi, uno o più di loro (chi, quando, come,
per quale scopo non sia sa e, soprattutto, non ha importanza) avevano
collezionato casualmente e acriticamente i vari pezzi in forma scritta ed erano
nati i poemi omerici.
Quello che conta in questa teoria
e’ che, avendo annullato l’esistenza di un poeta compositore dei poemi, veniva
liberato il campo per celebrare Iliade e Odissea come il frutto spontaneo del
vero spirito delle “primitive” popolazioni greche. Quindi, quello che troviamo
nei poemi omerici è questo spirito naturalmente poetico proprio perché
“barbaro”, “puro” e “innocente”; non toccato dalla civiltà posteriore. In
questa teoria estetica barbaro, primitivo e poetico si identificano. La
spontanea e naturale forza poetica di questo spirito barbaro, il suo
incontaminato piacere per la violenza, la guerra, il sangue sono tutti elementi
che caratterizzano la vera poesia che è il marchio splendente della
pre-razionalità (guerra igiene del mondo?).
Una volta che questo stadio
primitivo e creatore e’ superato e subentra un’era di razionalità e civiltà,
questi doni naturali del barbaro fanciullino vanno persi. I felici amorali
selvaggi che godevano e esprimevano le loro passioni istintuali liberi dalle
catene moralistiche, vengono civilizzati e perdono sempre più la loro potenza
creatrice. Una volta civilizzati – e la civiltà e’ un passaggio inevitabile
poiché gli immutabili ciclici ritorni della Storia ( il Fato?) governano il
comportamento degli uomini -- questi fanciullini felicemente feroci vengono
corrotti, si intellettualizzano. Gli uomini perdono l’innocenza primitiva,
pensano troppo e sentono poco, perdono la volontà di ricercare un piacere senza
limiti al di là dei concetti di bene e male. Nasce la civiltà che poi,
necessariamente in un processo meccanicamente biologico, maturerà e poi cadrà
nella decadenza e l’umanità’ ritornerà al punto di partenza primitivo.
I poemi
omerici dovettero apparire come la cavia perfetta per sperimentare il ritorno
alla filosofia dei cicli storici. Diventò una, se così posso dire, moda
culturale che polemizzava contro il noioso classicismo senza vedere di quanto
la nuova rivoluzionaria e deterministica teoria privasse la storia umana della
idea di libertà. La creatività veniva ripresa dalle mani degli uomini e
riconsegnata a entità olimpiche quali la “Storia” o lo “spirito del tempo” e
“del popolo”. Così, la civiltà umana diventa per definizione nemica della creatività.
Scienza, cultura, intelletto sono manifestazioni di decadenza. Si dovrebbe, in
un contesto diverso da questo breve scritto, guardare attentamente a dove ha
portato questa teoria. Il momento in cui essa tenta di farsi egemonica e’ anche
l’epoca dell’inizio del moderno imperialismo coloniale e del laissez faire
barbarico e senza rimorsi. E’ l’epoca del malthusianesimo, del “la forza dà il
diritto” E’ anche l’epoca che darà le radici al Fascismo e Nazismo.
Ma
torniamo agli aspetti epistemologici della teoria che generò la “Questione
Omerica”. Le implicazioni culturali e filosofiche di una tale teoria sono
devastanti. Se si postula che non ci fu mai un’individualità poetica che
concepì e scrisse i poemi su cui è radicata la nostra identità culturale e il concetto
stesso di poesia che oggi abbiamo, se questi poemi fossero solo una spontanea
celebrazione di emozioni barbariche ed irrazionali, allora sottovalutare le sue
conseguenze culturali, filosofiche e morali sul nostro modo di concepire la
poesia e la civilizzazione risulterebbe davvero difficile.
Vico
aveva presentato la sua teoria nel terzo capitolo – “la discoverta del vero
Omero” – del libro Principii di una Nuova Scienza (The New Science), scritto
nel 1725 e pubblicato postumo nel 1745. La teoria che Omero non fosse esistito
come individualità poetica e che “le popolazioni greche fossero questo Omero”
era frutto della sua concezione della storia e della civiltà come cicli
continui e ripetitivi da un’era primitiva, barbarica – e in questo senso “poetica”-
ad una civilizzata e razionale. Per definizione, dunque, la creatività poetica
era da considerarsi come l’opposto della civilizzazione. Col passare del tempo,
la Weltanshauung
di Vico si diffuse come un fiume in piena, fiorendo sia negli ambienti del
Romanticismo che in quelli della dialettica hegeliana. Da un lato, una delle
chiavi che fecero da ponte intellettuale per la concezione vichiana fu il
filologo tedesco Friedrich August Wolf (1759-1824) attraverso il suo influente
articolo “G.B. Vico su Omero”. Dall’altro, la concezione che Vico aveva della
storia e del suo meccanicismo “oggettivo” si inserì facilmente nel determinismo
dialettico di Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Furono queste le basi che
portarono alla nascita della questione Omerica (Vico).
Questa
idea che una fantastica ed elusiva “era barbarica” si possa trovare agli albori
di qualsiasi civilizzazione portò all’invenzione ex novo della “poesia antica”
– come nel caso dei cosiddetti Racconti di Ossan, di James Macpherson – e ad
un’ansia di ritorno ad eccentriche “tradizioni” mitologiche.
Sfortunatamente,
la teoria vichiana non è rimasta circoscritta al passato. La battaglia delle
idee infuria tuttora, e con rinnovato vigore. In “The Cambridge Companion to
Homer” di James I. Porter, recentemente pubblicato, l’autore attinge,
estremizzandola, alla tradizione vichiana, sostenendo che “Omero non può essere
esistito anteriormente ai dibattiti che su di lui sono stati fatti e
indipendentemente da essi” e che “Omero non è altro che l’idea moderna di cosa
di antico ci sia nell’antichità”. (cit. in Powell). Barry B. Powell, una dei
più autorevoli esperti su Omero e
le
origini dell’alfabeto greco, reagisce a queste affermazioni con ira accademica:
“Porter sembra ignaro del ruolo di Omero nella cultura greca... Evidentemente,
Porter è uno di quelli che seguono la scuola di pensiero secondo cui ‘Omero era
solo un mito’... Da figura leggendaria per gli antichi, Omero divenne, in epoca
moderna, l’oggetto di speculazioni da parte di Vico, che ne negò persino
l’esistenza...” (Powell). La polemica si è riversata anche in pubblicazioni
meno accademiche. “Cos’era Omero?Un’esibizione solista o una schiera di bardi?”
era la domanda canzonatoria della rivista US News & World Report (Tolson).
L’Audace Polemica di Omero
E’ tuttavia sufficiente
analizzare la logica interna di uno solo dei poemi omerici, l’Iliade, per
concludere che, non solo non e’ la “fotografia” di una popolazione naϊf e
barbarica, ma e’, al contrario, il lavoro maturo, penetrante e profondamente
compassionevole di un individuale e geniale poeta che perseguiva un audace
progettomorale e pedagogico. Il suo scopo era l’educazione e l’elevazione della
società, non diversamente da quello che compirono attraverso le loro opere
scrittori come Dante Alighieri, William Shakespeare, Miguel de Cervantes e, in
misura minore, Virgilio. L’autore dell’Iliade non redasse una più o meno
accurata antologia di leggende e miti antichi; i miti e le leggende che
popolano l’Iliade non sono che il materiale grezzo da cui Omero attinge per
raggiungere il suo intento. E il suo intento è una denuncia intransigente della
debolezza culturale, morale ed ideologica propria non di un’era arcaica, ma
della sua società contemporanea in carne e ossa. La raccapricciante descrizione
della brutalità della guerra non è indice della propensione dell’autore per
sangue, torture ed uccisioni, così come la descrizione delle gesta ferine del
protagonista, Achille, non implica la predilezione emozionale che l’autore ha
nei suoi confronti; esse sono, al contrario, strategie che Omero adotta per
scatenare contro il suo pubblico una catartica polemica.
In realtà, una vera comprensione
dell’Iliade è possibile unicamente se, oltre a presupporre la presenza di un
compositore geniale, riusciamo a penetrare la mente di tale compositore e a
porci la domanda: <<cosa intendeva fare?>>. Per provare questa tesi
basterà analizzare alcune delle caratteristiche chiavi della struttura
dell’Iliade. Caratteristiche quali: l’economia del poema, lo “scontro delle
civiltà” Greco-Troiana (ingegnosamente rappresentato dal confronto tra Achille
ed Ettore e dalla posizione palesemente “filo-Troiana” del greco Omero), gli
improvvisi interventi del narratore nella storia (come nel caso della singolare
ed estremamente estesa descrizione del “filo-pacifista” scudo di Achille o del
mito di Menelao) e la finale epifania di Achille durante l’incontro con il re
Priamo, padre del nemico ucciso.
55 Giorni a Troia
L’economia del poema è la prova
principale e più diretta del fatto che l’Iliade non sia né una collezione
casuale di leggende relative alla guerra di Troia, né la semplice espressione
delle primitive popolazioni greche.
La guerra durò dieci anni, di cui
l’Iliade copre non più di 55 giorni relativi all’ultimo anno. Gli episodi più
famosi della guerra furono quelli che ne costituiscono lo sfondo (il rapimento
di Elena da parte del principe troiano Paride), la conquista e la distruzione
della città in seguito allo stratagemma del cavallo di legno inventato da
Odisseo, e la morte di Achille colpito da Paride sul suo leggendario tallone.
Mentre molti secoli più tardi, Virgilio, nel secondo libro dell’Eneide,
descriverà l’incendio della città, ma nell’Iliade – il “poema di Troia”- non
c’è descrizione diretta di nessuno di questi tre eventi.
Il
poema segue invece una narrazione singolare che fa del principale eroe greco,
l’invulnerabile Achille, il protagonista dei 55 giorni, e si focalizza non
tanto sulle sue prodezze in guerra – (come ci si aspetterebbe se la storia
fosse il frutto spontaneo dalle popolazioni ataviche greche) – quanto sui danni
provocati dalla sua rabbia incontrollata. Il celebre inizio dell’Iliade recita:
Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira
funesta che infiniti addusse
lutti
agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose
travolse alme d'eroi
e di
cani e d'augelli orrido pasto
lor
salme abbandonò
Gran parte del poema è dedicato
alla meticolosa ricostruzione delle conseguenze scaturite dal rifiuto di
Achille di combattere dopo che il suo onore è stato ferito dal comandante
supremo della coalizione greca, Agamennone, che lo ha privato della sua
schiava, Briseide. Ancor più profondamente, il poema si concentra su quella che
possiamo chiamare l’educazione emotiva e morale di Achille. Esattamente il contrario
dell’apologia del ”buon selvaggio”.
E’ da sottolineare che l’Iliade,
nel tempo in cui assunse uno status istituzionale ad Atene, non era l’unica
opera che trattasse della guerra di Troia. “Verso la metà del sesto secolo
a.C., più o meno nello stesso periodo in cui i Pisistrati [560-510 a.C.] ordinarono la prima
“edizione standard” dell’opera di Omero, c’erano almeno altri sei poemi epici.”
(Epics for students 189). Presumibilmente, contenevano altre parti delle
leggende sulla guerra troiana, anch’esse espressione, secondo la logica
vichiana, delle primordiali popolazioni greche, ed ingentilite dalla stessa
“bellezza barbarica” che si trova nell’Iliade. Ad ogni modo, nessuna di esse
sopravvisse, mentre l’Iliade ed Omero divennero l’oggetto di una venerazione
culturale in Grecia e in altre parti del mondo durata fino ai nostri giorni.
La
conclusione necessaria è dunque che l’economia dell’Iliade, nella sua struttura
narrativa, potrebbe trovare un senso solo presupponendo l’esistenza di un
intento preciso e di un autore che organizzò il poema in modo tale da
realizzare tale intento e comunicare il suo messaggio.
Achille il Barbaro
Nell’analizzare il modo in cui l’Iliade è stata
costruita, nemmeno al lettore più svogliato può sfuggire la sorprendente
profondità psicologica e abilità poetica mostrata dall’autore nel creare il
contrasto tra i due eroi principali, Achille ed Ettore. Tale contrasto è sia
diretto, come nella descrizione del duello mortale, che indiretto, come nel
confronto tra i comportamenti dei due eroi presi separatamente. L’attenzione
del lettore è costantemente richiamata ad osservare e riflettere su questo
scontro come rappresentazione dello scontro di civiltà, non tanto tra greci e
troiani, quanto tra la concezione barbarica dell’onore come sete narcisista per
il potere e il riconoscimento sociale da una parte, e onore come universale
riconoscimento per un dirigente responsabile capace di sacrificare se stesso
per proteggere e guidare la popolazione a lui affidata. Il confronto tra i due
eroi non solo implica un autore cosciente, ma anche un autore geniale, che
parla con voce potente attraverso le immagini e le situazioni da lui create.
Nel
primo libro, Omero ci presenta un Achille furioso, il cui “onore” è stato
brutalmente ferito da Agamennone alla presenza di tutti i comandanti greci.
L’onore di Achille è rappresentato dal bottino di guerra, Briseide. Come in una
discussione tra ladri, Achille reclama “giustamente” che e’ stato lui a
catturare Briseide e nessuno può privarlo del suo diritto alle spoglie.
Urla fuori di sé ad Agamennone:
Ma sol
per tuo profitto, o svergognato,
e per
l'onor di Menelao, pel tuo,
pel tuo
medesmo, o brutal ceffo, a Troia
ti
seguitammo alla vendetta. Ed oggi
tu ne
disprezzi ingrato, e ne calpesti,
e a me
medesmo di rapir minacci
de'
miei sudori bellicosi il frutto,
l'unico
premio che l'Acheo mi diede.
Accusa Agamennone di vigliacccheria, lo
chiama “anima invereconda”, “anima avara”, “ebbro”, “cane agli sguardi e cervo
al core”, “del popol tuo divorator tiranno”. É attraverso questo brutale
confronto che al lettore viene presentato lo stato maggiore greco: Agamennone
mostra perfidia, arroganza e disprezzo. Come in un moderno romanzo di Mafia,
egli dice, io sono il capo supremo e posso togliere ad ognuno di voi il bottino
che voglio per me. Achille cade in preda alla sua rabbia cieca. Gli altri capi
greci sono paralizzati.
L’implacabile
“ira” di Achille si offre all’attenzione del lettore in differenti contesti.
Assale il suo padre adottivo e tutore Fenice che cerca di convincerlo.
Per farti
grato
all'Atride non venir con pianti
né con
lagni a turbarmi il cor più mai.
Non
amar contra il giusto il mio nemico,
se
l'amor mio t'è caro
Taglia corto con l’eroe Aiace, che e’ parte di una
delegazione mandata da Agamennone che promette un largo numero di schiave a una
parte maggiore (e negoziabile) del bottino di guerra.
ottimo io sento il tuo parlar; ma l'ira
mi
rigonfia qualor penso a colui
che in
mezzo degli Achei mi vilipese
come un
vil vagabondo. Andate, e netta
la
risposta ridite
Ulissse riporta ad Agamennone il
fallimento della missione. L’ira di Achille e’ insormontabile, egli non
combatterà per i suoi compagni, anche se questo significherà la loro rovina.
non che gli sdegni
ammorzar,
li raccende egli più sempre,
e te
dispregia e i tuoi presenti, e dice
che del
come salvar le navi e il campo
co'
duci achivi ti consulti.
L’eroe cambia idea solo quando la sua
ira è sopraffatta da una furia ancora più grande, vale a dire, quando Ettore uccide
il suo più caro amico Patroclo. Achille deve essere trattenuto da Antiloco, che
teme che l’eroe si tagli la gola.
Antìloco pietoso
lagrimando
dirotto, e di cordoglio
spezzato
il petto rattenea d'Achille
le
terribili mani, onde col ferro
non si
squarciasse per furor la gola.
L’“insulto” di Ettore che gli ha tolto
con la forza il “suo” amico ferisce l’ego di Achille più di quanto non abbia
fatto l’affronto di Agamennone. Achille mostra i sintomi dell’isteria suicida.
Una negra a que' detti il ricoperse
nube di duol; con ambedue le
pugna
la cenere afferrò, giù per la
testa
la sparse, e tutto ne bruttò il
bel volto
e la veste odorosa. Ei col gran
corpo
in grande spazio nella polve
steso
giacea turbando colle man le
chiome
e stracciandole a ciocche.
Una volta gettatosi nella battaglia,
Achille diventa letteralmente inumano – simile a un dio. “E’ così che odiano
gli dei,” osserva Bernard Knox (56). Va aldilà di ogni legge umana e olimpica
fino al punto di provocare la reazione del dio del fiume Scamandro le cui acque
sono intorbidite dal sangue delle troppe vittime dell’eroe. In una sorta di
cupio dissolvi Achille uccide con fredda determinazione e parla come di un
fatto non importante della sua stessa morte: tutti dovranno morire. Nella scena
più cruenta di questo stadio sadomasochista, Achille dice allo sconfitto
troiano Licaone che implora per la sua vita e fa l’usuale offerta del pagamento
di un riscatto in cambio della vita:
Non parlar, stolto, di riscatto, e
taci.
Pria che Patròclo il dì fatal compiesse,
erami dolce il perdonar de'
Teucri
alla vita, e di vivi assai ne
presi,
ed assai ne vendetti: ora di
quanti
fia che ne mandi alle mie mani
Iddio,
nessun da morte scamperà, nessuno
de' Teucri, e meno del tuo padre
i figli.
Muori dunque tu pur. Perché sì
piangi?
Morì Patròclo che miglior ben
era.
Poi, mentre l’avversario inerme si
inginocchia e allarga le braccia, procede a massacrarlo in modo metodico, senza
emozioni apparenti, per poi gettare il cadavere nel fiume e dichiarare la sua
soddisfazione che la madre di Licaone non potrà piangere sul corpo del figlio
che sarà invece spolpato dai pesci.
Sentì mancarsi le ginocchia e il core
a quel dir l'infelice, e
abbandonata
l'asta, accosciossi coll'aperte
braccia.
Strinse Achille la spada, e alla
giuntura
lo percosse del collo. Addentro
tutto
gli si nascose l'affilato
acciaro,
e boccon egli cadde in sul
terreno
steso in lago di sangue. Allor
d'un piede
presolo Achille, lo gittò
nell'onda,
e con acerbo insulto, Or qui ti
giaci,
disse, tra' pesci che di tua
ferita
il negro sangue lambiran securi.
Né te la madre sul funereo letto
piangerà, ma del mar nell'ampio
seno
ti trarrà lo Scamandro impetuoso,
e là qualcuno del guizzante
armento
ti salterà dintorno, e sotto
l'atre
crespe dell'onda l'adipose polpe
di Licaon si roderà.
Un’immagine così estrema potrebbe
apparire addirittura caricaturale e gratuita, a meno che non vediamo dove
l’autore ci sta conducendo; a meno che non riconosciamo che l’Achille è un
mezzo pedagogico per costringere il lettore a fare i conti con un problema
culturale, psicologico e morale non tanto in un personaggio di un’antica
leggenda, ma nella stessa società di Omero.
Perché Omero e’ Dalla Parte di Ettore?
In contrapposizione a questo
“esempio negativo” Omero costruisce l’eroe troiano Ettore. La “provocazione” di
presentare il capitano nemico come l’eroe superiore era chiaramente destinata a
lasciare un segno nel pubblico greco. Sarebbe difficile spiegare come sia
possibile che i popoli greci primitivi e barbari che, secondo Vico, avevano
“creato” questo poema, avrebbero riservato ai nemici il ruolo dei “buoni”.
Non c’è episodio più
rappresentativo in questo senso dell’incontro, alle Porte Scee, tra Ettore, la
moglie Andromaca e il figlioletto Astianatte. Il contrasto tra questa scena, da
un lato, e la disputa brutale nell’accampamento greco o il sadomasochismo di
Achille, dall’altro, non potrebbe essere più chiaro. Lo scopo di un tale
contrasto è fin troppo evidente: il lettore non può fare a meno di vedere in
Troia una società umana. I troiani non parlano di bottini, violenza o rabbia.
Nel mezzo della guerra regna una cultura di pace. Per delineare il personaggio
di Ettore, Omero gli fa fare un’allusione all’imminente distruzione della
città. E in questo contesto l’eroe troiano presenta il suo codice d’onore.
Sebbene Ettore vorrebbe stare con la sua famiglia e non ha alcuna particolare
attrazione per la guerra, egli tuttavia deve combattere perché ha una
responsabilità verso gli uomini e le donne (messi sullo stesso piano) di Troia.
Contrariamente ad Agamennone, egli e’ il primo nel combattimento;
contrariamente ad Achille egli mostra tutti gli attributi della pietas che poi
saranno mutuati da Virgilio per costruire la figura di Enea come guerriero
riluttante che tuttavia deve adempiere la sua missione. Ma il modello, Ettore,
appare più efficace e convincente. Egli adempie la sua missione non perché c’e’
un qualche “colà dove si puote ciò che si vuole” che lo impone, ma perché e’
responsabile verso il suo popolo che lo riconosce come condottiero e
governante. Mai potrebbe deludere le donne e uomini che in lui hanno fiducia e
da lui dipendono.
Ettore sospetta quale sarà il destino
di Troia, ma spiega ad Andromaca che lo esorta ad evitare la battaglia perche’
non puo’ farlo:
Dolce consorte, le rispose Ettorre,
ciò tutto che dicesti a me pur anco
ange il pensier; ma de' Troiani io temo
fortemente lo spregio, e dell'altere
Troiane donne, se guerrier codardo
mi tenessi in disparte, e della pugna
evitassi i cimenti. Ah nol consente,
no, questo cor. Da lungo tempo appresi
ad esser forte, ed a volar tra' primi
negli acerbi conflitti alla tutela
della paterna gloria e della mia.
Giorno verrà, presago il cor mel dice,
verrà giorno che il sacro iliaco muro
e Priamo e tutta la sua gente cada.
Ma né de' Teucri il rio dolor, né quello
d'Ecuba stessa, né del padre antico,
né de' fratei, che molti e valorosi
sotto il ferro nemico nella polve
cadran distesi, non mi accora, o donna,
sì di questi il dolor, quanto il crudele
tuo destino, se fia che qualche Acheo,
del sangue ancor de' tuoi lordo l'usbergo,
lagrimosa ti tragga in servitude.
Omero ha già creato un potente
pathos drammatico, ha già tracciato una chiara distinzione tra due opposte
concezioni di gloria ed onore. Tuttavia, a questo punto, Omero fa qualcosa di
più. Qualcosa di inimmaginabile in un lineare poema epico. Come in una grande
sinfonia, l’autore risolve la tensione finora accumulata in un contrappunto
ironico. Evita l a scena da repertorio ed introduce il sorprendente, dolcissimo
“dialogo” tra Ettore e il figlioletto. Invece che con una pomposa uscita da
eroe, la scena termina con una nota, gioiosa, familiare ed ironica. Quando il
“prode Ettore” con tanto di elmo ed armatura, cerca di baciare suo figlio
acuto mise un grido il bambinello
e
declinato il volto, tutto il nascose
alla
nudrice in seno, dalle fiere
atterrito
armi paterne, e dal cimiero,
che di
chiome equine alto sull’elmo
orribbilmente
ondeggia...
Ettore getta l’elmo a terra e per un istante non è
più un guerriero, ma solo un padre e un marito. Improvvisamente siamo
trasportati via, lontano dalla guerra e dall’imminente tragedia; Omero ci cala
nella semplice intimità di una famiglia felice, amorevole. L’ironia creativa e
la denuncia della guerra non avrebbero potuto essere più intense se Omero ci
avesse presentato un manifesto:
Sorrise il genitor, sorrise anch'ella
la veneranda madre; e dalla fronte
l'intenerito eroe tosto si tolse
l'elmo, e raggiante sul terren lo pose.
Indi baciato con immenso affetto,
e dolcemente tra le mani alquanto
palleggiato l'infante, alzollo al cielo,
e supplice sclamò: Giove pietoso
e voi tutti, o Celesti, ah concedete
che di me degno un dì questo mio figlio
sia splendor della patria, e de' Troiani
forte e possente regnator.
[...]
Così dicendo, in braccio alla diletta
sposa egli cesse il pargoletto; ed ella
con un misto di pianti almo sorriso
lo si raccolse all'odoroso seno.
Di secreta pietà l'alma percosso
riguardolla il marito, e colla mano
accarezzando la dolente: Oh! disse,
diletta mia, ti prego; oltre misura
non attristarti a mia cagion.
[...]
Or ti rincasa, e a' tuoi lavori intendi,
alla spola, al pennecchio, e delle ancelle
veglia su l'opre; e a noi, quanti nascemmo
fra le dardanie mura, a me primiero
lascia i doveri dell'acerba guerra.
Raccolse al terminar di questi accenti
l'elmo dal suolo il generoso Ettorre,
e muta alla magion la via riprese
l'amata donna, riguardando indietro,
e amaramente lagrimando.
Il Duello: Scontro di Civilta’
Lo scontro tra le due filosofie
rappresentate da Achille ed Ettore raggiunge il suo climax nel duello tra i due
eroi. Achille, favorito dagli dei e dal Fato può infine affrontare Ettore sotto
le mura di Troia. Non ha paura, non ha alcuna responsabilità verso il suo
popolo, e persino verso se stesso. E’ dominato da un’unica passione: appagare
la sua sete di sangue e la sua furia con la vendetta.
In una
scena che non può che rivelare l’eccellenza poetica e drammatica del poeta che
l’ha concepita, Ettore non è presentato come un eroe altrettanto impavido: egli
è umano, ed ha paura. Per tre volte fugge attorno alle mura della città, e solo
successivamente si ferma ad affrontare Achille. La causa apparente di questa
decisione è l’intervento di Atena che, nelle sembianze di suo fratello Deifobo,
riesce a convincerlo a fermarsi. E’ chiaro, tuttavia, che in realtà stiamo
assistendo ad una più profonda manifestazione della natura dell’eroe: Ettore è
un eroe non in quanto invulnerabile o sovrannaturalmente senza paura, ma in
quanto capace di vincere questa paura. Contrariamente ad Achille, è capace di
domare la sua passione.
Si
volge ad Achille e dice:
Più non fuggo, o Pelìde. Intorno
all'alte
ilìache mura mi aggirai tre
volte,
né aspettarti sostenni. Ora son
io
che intrepido t'affronto, e darò
morte,
o l'avrò.
Ettore è pronto ad accettare il suo destino.
Tuttavia, nell’affrontare il suo nemico mortale, è conscio della comune umanità
che entrambi condividono; ed è nel nome di questa umanità che chiede ad Achille
di giurare che chiunque sia il vincitore, egli rispetterà il cadavere
dell’avversario Non sta né implorando né supplicando; la sua richiesta è nobile
perché basata sul suo modo di concepire il mondo e il genere umano.
Ma gli Dei, fidi custodi
de' giuramenti, testimon ne
sièno,
che se Giove l'onor di tua caduta
mi concede, non io sarò spietato
col cadavere tuo, ma renderollo,
toltene solo le bell'armi,
intatto
a' tuoi. Tu giura in mio favor lo
stesso.
Ed è questa concezione che Achille
rifiuta con bieca efferatezza. Non c’e’ commune umanita’ tra noi, dice.
Non parlarmi d'accordi, abbominato
nemico, ripigliò torvo il Pelìde:
nessun patto fra l'uomo ed il lïone,
nessuna pace tra l'eterna guerra
dell'agnello e del lupo, e tra noi due
né giuramento né amistà nessuna,
finché l'uno di noi steso col sangue
l'invitto Marte non satolli.
Nella descrizione della carica finale
di Achille, non possiamo non cogliere una traccia delle emozioni personali di
Omero: “Scagliasi del pari, gonfio il cor di feroce ira, il Pelide impetuoso”.
Achille ucciderà Ettore e ne
deturperà il corpo trascinandolo dietro al suo cocchio davanti agli occhi dei
parenti e dei genitori che guardano dalle mura di Troia.
Numerosi critici (come ad esempio Samuel Butler)
hanno concluso che le “simpatie” troiane di Omero debbano voler dire che
quest’ultimo fosse nativo di quella regione. Ma spiegare la poetica narrativa
di Omero con motivazioni da “terra e sangue” sarebbe ancora voler vedere il
poema in una vaga prospettiva vichiana, negando così la creatività e la
soggettività dell’autore. In realtà, nell’Iliade non c’è una semplicistica
divisione tra troiani buoni e greci cattivi. Subito dietro ad Achille troviamo
Patroclo. Il suo duello finale con Ettore, che affronta impugnando le armi di
Achille e impersonando spontaneamente il grande guerriero, ci dice che, dal
punto di vista dell’autore, Patroclo ha il ruolo dell’“alter ego” di Achille.
Egli va in guerra e sacrifica se stesso, il che è un modo per Omero di
sottolineare le colpe di Achille. I greci “positivi” non mancano: dal saggio
Nestore, al paterno Fenice. Ma ancora, il focus emotivo e poetico è sull’ “ira”
di Achille, un chiaro ulteriore segno che questo non era il risultato di
un’involontaria redazione di antichi miti né tantomeno una caratteristica
superficiale.
Dove
l’interpretazione vichiana diventa letteralmente inconsistente è nell’analisi
dell’incontro tra il padre di Ettore e re di Troia, il vecchio Priamo ed
Achille. Priamo si è recato solo, disarmato e travestito da mendicante nella
tenda dell’uccisore di suo figlio. Consapevole delle difficoltà cui va
incontro, è tuttavia determinato a chiedere il corpo di Ettore che Achille ha
lasciato preda degli animali e delle intemperie. Qui, nel vero finale
dell’Iliade, Omero ci descrive l’epifania di Achille.
L’intero
poema conduce a questo incontro: Achille supera infine la sua rabbia bestiale
in nome della pietà per un uomo che gli ricorda suo padre e che, infatti, gli
farà da padre nella sua epifania. Una nuova filosofia ed una nuova civiltà
emergono qui davanti ai nostri occhi. La distanza tra l’ira implacabile,da un
lato, e l’umanità anti-eroica di Priamo, dall’altro, è enorme. Infrangendo
infrange ogni regola dell’onore primitivo di cui Achille è stato schiavo fino a
quel momento, Omero rende la scena in modo avvincente, commovente e
psicologicamente vero.
Il venerando veglio
entrò
non visto da veruno, e tosto
fattosi
innanzi, tra le man si prese
le
ginocchia d'Achille, e singhiozzando
la
tremenda baciò destra omicida
che di
tanti suoi figli orbo lo fece.
A quella vista, Achille mostra
meraviglia. E’ un fenomeno per lui sconosciuto questo di un padre che bacia la
mano che ha ucciso il figlio. Priamo, antieroe e mendicante, e’ descritto come
“deiforme”, un dio opposto a quello feroce e barbaro impersonato fino a quel
momento da Achille. Da questo momento in poi, Omero ci mostra l’aprirsi di un
nuovo mondo. Achille abbandona con sforzo e senso di paura, ma senza
indietreggiamenti, la sua ira. I presenti mostrano la stessa sorpresa. I due si
guardano e Achille riconosce finalmente la sua comune umanità.
Come avviene talor se un infelice
reo del sangue d'alcun del patrio suolo
fugge in altro paese, e ad un possente
s'appresentando, i riguardanti ingombra
d'improvviso stupor; tale il Pelìde
del dëiforme Prìamo alla vista
stupì. Stupiro e si guardaro in viso
gli altri con muta maraviglia, e allora
il supplice così sciolse la voce:
Divino Achille, ti rammenta il padre,
il padre tuo da ria vecchiezza oppresso
qual io mi sono. In questo punto ei forse
da' potenti vicini assediato
non ha chi lo soccorra, e all'imminente
periglio il tolga. Nondimeno, udendo
che tu sei vivo, si conforta, e spera
ad ogn'istante riveder tornato
da Troia il figlio suo diletto.
[...]
Mi restava Ettorre,
l'unico Ettorre, che de' suoi fratelli
e di Troia e di tutti era il sostegno;
e questo pure per le patrie mura
combattendo cadeo dianzi al tuo piede.
Per lui supplice io vegno, ed infiniti
doni ti reco a riscattarlo. Achille!
abbi ai numi rispetto, abbi pietade
di me: ricorda il padre tuo: deh! pensa
ch'io mi sono più misero, io che soffro
disventura che mai altro mortale
non soffrì, supplicante alla mia bocca
la man premendo che i miei figli uccise.
E Achille piange; non di rabbia, ma di commozione:
A queste voci intenerito Achille,
membrando il genitor, proruppe in pianto,
e preso il vecchio per la man, scostollo
dolcemente. Piangea questi il perduto
Ettore ai piè dell'uccisore, e quegli
or il padre, or l'amico, e risonava
di gemiti la stanza. Alfin satollo
di lagrime il Pelìde, e ritornati
tranquilli i sensi, si rizzò dal seggio,
e colla destra sollevò il cadente
veglio, il bianco suo crin commiserando
ed il mento canuto. Indi rispose:
Infelice! Per vero alte sventure
il tuo cor tollerò. Come potesti
venir solo alle navi ed al cospetto
dell'uccisore de' tuoi forti figli?
Non c’è niente di stereotipico
nel processo di umanizzazione percorso da Achille. La perspicacia psicologica
di Omero è sorprendente. Achille e’ cresciuto, si e’ civilizzato di fronte ai
nostri occhi. Non per questo ha perso capacità emotiva, poetica o comunicativa.
Al contrario le sue emozioni sono emozioni più profonde. Fa i conti col
passato, chiede al morto Patroclo di comprendere la motivazione che lo ha
condotto a restituire il corpo di Ettore a suo padre. Ordina alle ancelle di
non mostrare il corpo a Priamo prima che sia lavato e coperto di balsami. Il
particolare non e’ casuale. Omero vuole sottolineare quanto fragile sia il
processo di umanizzazione. Achille non è sicuro della sua stessa nuova identità
umanizzata.
Indi chiamate
le ancelle, comandò che tutto fosse
e lavato e di balsami perfuso
in disparte dal padre, onde il meschino,
veduto il figlio, in impeti non rompa
subitamente di dolore e d'ira,
sì che la sua destando anche il Pelìde
contro il cenno di Giove nol trafigga.
Achille e’ tra due mondi, Attraverso questa descrizione, Omero mette il lettore
e le folle che ascolteranno per secoli la recitazione dell’Iliade, nei panni di
Achille, spingendoli a fare lo stesso salto di civilta’.
La citta’ della Pace
E come giustificherebbero i critici che negano
l’esistenza del poeta dell’Iliade la stranezza che una larga parte di un Libro,
il diciottesimo, sia dedicata alla dettagliata descrizione dello Scudo di
Achille?
Lo
scudo funge da gigantesca metafora della guerra e della pace, mostrando
chiaramente i vantaggi e la superiorità della seconda. Come possono fingere di
non vedere il volto del poeta che concepisce la bruciante ironia di un simbolo
di pace che diventa l’emblema del rabbioso massacratore?
Efesto,
il dio-fabbro, ha forgiato le nuove armi per Achille.
Il suo
capolavoro è lo scudo le cui raffigurazioni e bassorilievi costituiscono una
sorta di storia nella storia, una metafora plastica attraverso la quale Omero
ripete il suo messaggio e la sua concezione di come una società dovrebbe
funzionare. Lo scudo rappresenta due città. La prima è una città in pace. Ci
sono festose cerimonie di nozze. La violenza non e’ magicamente esclusa, ma i
cittadini hanno creato leggi e istituzioni capaci di derimere e sanare gli
scontri. Nella zona del mercato, c’è una disputa improvvisa provocata
dall’uccisione di un uomo. Due uomini si affrontano, ma lo scontro non porta ad
ulteriore violenza ma solo alla richiesta che sia applicata la legge.
Finir
davanti a un arbitro la lite
chiedeano
entrambi, e i testimon produrre.
E gli
“araldi” rappresentanti della legge della città, intervengono formando il
“sacro circo” dentro al quale i vegliardi della città terranno un’udienza del
tribunate.
Poi c’è
l’altra città, quella in Guerra, divisa in due fazioni: “Era l’altra città
dalle fulgenti armi ristretta di due campi, in due parer divisi, o di spianar
del tutto l’opulento castello, o che di quante son là dentro ricchezze in due
partito sia l’ammasso.” L’assedio si trasforma in un massacro.
Nei 161
versi dedicati allo scudo, Omero insiste verso dopo verso nella descrizione
delle attività di pace, del raccolto, dell’allevamento degli animali e della
gioia di una società che lavora unita per il bene comune. Non ci fa
dimenticare, tuttavia, il pericolo costante di un’esplosione di furia bestiale
rappresentato da due leoni affamati che attaccano una mandria di buoi che i
custodi non sono capaci di difendere. A voi spetta la scelta tra le due città:
il poeta ha continuato a ripetere al suo lettore per venticinque secoli.
Ai
lettori dell’Iliade è concesso persino di vedere Omero direttamente nel ruolo
del cantastorie che rielabora antichi miti per sanare le passioni distruttive
dell’ascoltatore. Accade nel nono libro quando il precettore di Achille,
Fenice, ri-racconta il mito di Meleagro al furibondo eroe (al quale si rivolge
come ad un bambino capriccioso) cercando di convincerlo a combattere per il suo
popolo. La storia fa parte di un ciclo mitologicodelle origini che Fenice/Omero
adatta alla situazione specifica per trarne una conclusione morale: se i membri
di una società non sono uniti e non collaborano per uno scopo comune, quella
società è votata alla distruzione.
Possiamo
concludere che, nonostante gli attentati alla sua vita poetica, Omero vive;
vive e dialogia con noi attraverso le sue opere. La sua voce è più chiara che
mai per coloro che si si avvicinano a lui per ascoltarne il messaggio. La
chiave dell’Iliade non sono i particolari miti e leggende che Omero usa, ma il
modo in cui l’autore del poema li usa per comunicare una verità più alta, la
sua verità poetica. Nessuno degli studiosi che meglio conoscono Omero e il
mondo ellenico hanno dubbi sulla sua esistenza come poeta individuale, e questo
non è dovuto all’esistenza di prove segrete o esoteriche; e’ dovuto alla forza
della sua poesia. “Dietro questi poemi c’e’ un genio morale di tale grandezza
che non posso credere che ce ne fosse più d’uno,” affermava Barry B.Powell
(Tolson), facendo risuonare le parole del maggiore traduttore inglese
dell’Iliade, Robert Fagles, che confessò: “Come traduttore, sono diventato
sempre più convinto che i poemi di Omero non siano un lavoro
collettivo.”(Tolson)
C’e’ un
grande poeta ed un messaggio universale dietro all’Iliade. Wallace Grey lo ha
spiegato così:
L’Iliade
non riguarda la guerra di Troia… La guerra imbarbarisce uomini e donne, ne
ferisce i corpi e le menti, li rende schiavi e li uccide. Questo è il messaggio
di Omero che, focalizzandosi su un solo eroe, Achille, afferma come la collera
porti alla distruzione di sé stessi e degli altri. Il viaggio morale di Achille
nell’Iliade lo mette faccia a faccia con la sua stessa umanità, spingendolo ad
un atto sorprendente ed essenzialmente non eroico: nel dare a Priamo il corpo
senza vita e mutilato di Ettore, egli si trova per qualche istante sulla soglia
di una civiltà altra, mentre la compassione, ci mostra Omero, dissolve la
collera e l’umanità sconfigge il severo codice eroico dell’integrità.
[traduzione
dall'inglese di Claudia Ortenzi]
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Opere citate:
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Streatfeild. Project Gutenberg eBook released June 18, 2004. December 3, 2005. http://www.gutenberg.org/files/12651/12651-h/12651-h.htm#citation59
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https://www.nybooks.com/articles/article-preview?article_id=550
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http://www.usnews.com/usnews/doubleissue/mysteries/homer.htm
Vico, Giambattista. “Giambattista Vico”. Stanford Encyclopedia of Philosophy.
December 3, 2005. http://plato.stanford.edu/entries/vico
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