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[di Luigi-Alberto Sanchi]
Mi è stato chiesto di
dar vita su questo sito ad una serie di articoli internazionali sullo stato del
Mondo, o di “geopolitica” secondo l’espressione oggi di moda. Per quanto il
tema m’interessi grandemente, non mi sento per niente un esperto in materia e a
chi volesse approfondire la conoscenza della politica internazionale
consiglierei la lettura del « Monde Déprimatique », come suona il
nomignolo scherzoso di quest’ottima pubblicazione che esprime un punto di vista
borghese illuminato, e la frequentazione dei siti internet quali
« resistenze.org » (del milanese Centro di Cultura e di
Documentazione Popolare) o, per chi legga l’inglese,
« solidnet.org », costruzione comune di vari Partiti comunisti ed
operai dei cinque continenti.
Potrei chiudere qui;
ma forse la funzione di questo mio intervento potrebbe essere quella di
spiegare un poco la cosa, in generale: a che può servire d’interessarsi alla
politica mondiale, e perché una rubrica di questo tipo su un portale di
« poesia e realtà » ad uso degl’italofoni. Si potrebbero sviluppare
tre tematiche da sottoporre ad una discussione. Innanzitutto, la relazione tra
il nostro Paese, l’Italia, e l’esterno ; in secondo luogo, la critica del
concetto – a mio avviso fuorviante – di « globalizzazione (degli scambi
commerciali) » ; infine, l’apporto di queste conoscenze al lavoro
degli scrittori e dei poeti italiani.
1. Partiamo
dall’Italia, che è pur sempre un Paese del mondo. Per sommi capi, affermerei
che in materia politica l’Italia ha dato al pianeta tre grandi
contributi : la mafia, il fascismo e il papato. Cioè: insisterei sul fatto
che, se vogliamo guardare al nostro ruolo storico come Paese e prendere
coscienza di come siamo percepiti, occorre partire da queste tre colonne
portanti, che non ci fanno proprio onore. Ma tant’è! È con questa realtà che
dobbiamo fare i conti. Non è questo il luogo per sviluppare dei temi cosí
vasti; ognuno ne sa qualcosa e può agevolmente approfondirli. Quel che conta è
uscire mentalmente dagli schemi soliti sull’italianità e percepire quel che può
essere uno sguardo, un punto di vista estraneo su di noi.
C’è poi un altro punto
da chiarire, se vogliamo spostare l’accento dall’Italia come Paese e penisola
agl’italiani come popolo: la presenza massiccia, a partire dal dopo-1848
(abolizione dell’ultimo retaggio feudale di servitù della gleba) di cittadini
di origine italiana in moltissimi Stati delle Americhe, d’Europa occidentale,
ma anche dell’Africa bianca (pensiamo ad Ungaretti…). In altri termini, c’è
un’Italia e che resta e un’Italia che se ne va. Sono pur sempre italiani, e da
poco si son visti proporre il diritto di partecipare alle elezioni italiane dall’estero,
senza dover ritornare al seggio d’origine. Come considerarli? Disperati morti
di fame che fuggono dalla miseria? Individui, famiglie particolarmente
intraprendenti, desiderosi di prendere iniziative precluse in patria? E non va
dimenticata la motivazione politica, l’esilio prima antifascista e poi, dopo il
1943-45, fascista.
Dall’emigrazione
all’immigrazione. Con il dopoguerra, Jalta e poi la CEE si è rafforzata la
compattezza del blocco di nazioni detto della Triade imperialista :
Europa, Stati Uniti e Giappone, anche in reazione ai movimenti anticoloniali in
Africa ed Asia e come contrappeso alla vittoriosa avanzata del blocco
socialista. L’Italia sfrutta e consuma come gli altri Paesi imperialisti,
definiti « Paesi industrializzati » o « Sviluppati ».
Comincia allora un normalissimo movimento di popolazioni verso le nostre terre,
che s’è accelerato dopo il crollo del sistema sovietico. Ciò ha portato il
Mondo in Italia : suppongo, ad esempio, che nel nostro Paese si parlino
oggi quasi tutte le principali lingue del pianeta. Che è una cosa
straordinaria. Spero vivamente che quest’afflusso disordinato e vitale riesca a
sprovincializzare le contrade italiane e che la spinta fascista e razzista di
rigetto non finisca per prevalere, altrimenti avremmo una nazione davvero
noiosa ed ancor piú bacchettona del solito (a Parigi, abito un quartiere
meraviglioso, dove gli ebrei hassidici contendono la maggioranza ai cinesi ed
ai magrebini, senza dimenticare le maestose “mamas” d’Africa nera con i loro
svolazzanti e colorati abiti dalla fogge europee settecentesche… ma c’è anche
tanta gente conciata in modo banalmente casual…).
2. Chiariti questi
punti, veniamo ora all’esame della nozione di « globalizzazione degli
scambi ». Qui dobbiamo subito uscire dall’illusione della neutralità
scientifica. Si tratta infatti di un fenomeno davanti al quale occorre prendere
posizione, e verso cui i punti di vista politici sono inconciliabili. Chi dice
che oggi nel mondo c’è la « globalizzazione » presuppone una cosa che
a mio parere è falsa, e cioè che tutti gli Stati sono globalizzati allo stesso
modo, che tutti hanno dei vantaggi da trarre da questi scambi e che la prosperità
aumenta dappertutto. A me – e a qualcun altro ! – pare invece che il
fenomeno « globalizzazione » sia una versione attuale del vecchio
imperialismo che ha schiavizzato il mondo durante quella che per noi fu la
“Belle Époque” e che si concluse in bellezza con la guerra mondiale (e con la
nascita del primo grande Stato socialista, novant’anni fa). A questo proposito,
suggerirei l’analisi di quella struttura del mondo compiuta un secolo fa da
Lenin ne L’imperialismo, fase suprema del
capitalismo: per molti versi, si ha l’impressione che sia stato scritto
ieri, per esempio per quanto concerne la finanziarizzazione dell’economia, lo
sviluppo dei monopoli, lo sfruttamento globale da parte degli stessi Paesi che
agiscono anche oggi e la loro accentuata tendenza all’invasione militare e
all’occupazione di Stati sovrani, con la scusa di portare civiltà, democrazia
ed altre gioiose “libertà”. Bush non ha inventato niente…
C’è ovviamente
qualcosa di nuovo nell’imperialismo attuale. Intanto l’asse portante è
sbilanciato verso gli Stati Uniti, che – per dirla con l’economista Samir Amin
– detengono il controllo dei cinque poteri-chiave mondiali: militare,
mediatico, economico (finanza e risorse naturali), politico-diplomatico e
tecnologico. L’Europa è subalterna. Ma soprattutto il cambiamento è sul piano
dell’industrializzazione: oggi i principali “Paesi emergenti” forniscono una
produzione industriale locale, in seguito alla scelta di delocalizzare tante
fabbriche del mondo ricco. Ciò è stato possibile perché molti di questi Paesi
oggi hanno le infrastrutture ed il personale qualificato per svolgere le
mansioni richieste. Mi riferisco a tante realtà, fra cui però spiccano Russia,
Cina, Brasile ed India per ampiezza territoriale e densità di popolazione. Si
determina quindi una dinamica tra schema “unipolare” (gli S. U.) e schema
“multipolare”. Sempre citando Amin, se oggi queste quattro potenze si
mettessero d’accordo per precluderci l’accesso alle loro risorse o per
rinegoziare la spartizione delle materie prime, avrebbero il peso politico e
tecnologico sufficiente per imporsi. E a quel punto i nostri consumi si
ridurrebbero in modo ben altrimenti efficace di tutte le prediche ecologiche
sul “consumare meno” e prendere la bicicletta. Un corollario a questa linea di
riflessioni: la nostra non è in realtà una società consumistica. Piú
semplicemente, è una società imperialista. L’occidentale oggi si sente
dominatore, padrone, e vede nell’immigrato un essere inferiore, da odiare se osa
venire nelle nostre terre o da compatire, specie se sta a casa sua: basta
inviare un po’ di danaro alle organizzazioni caritative e la coscienza è a
posto.
3. E ora veniamo a noi
letterati. Forse da quanto ho esposto, brevemente, qui sopra, è ora evidente il
perché sia necessario avere una certa conoscenza, critica, dei meccanismi
mondiali. O forse chi legge dirà: ma che ci azzecca con la mia vita e con la
mia scrittura? Porterei due esempi: il primo è quello del nostro amatissimo
Pasolini, che pur rappresentando continuamente l’Italia e la sua gente ha
svolto un’amplissima attività di documentazione, inchiesta e cinematografia ai
quattro angoli del mondo, dall’India alla Palestina, dallo Yemen all’Africa.
Vorrei porre l’accento su questo aspetto a volte dimenticato del nostro autore
di riferimento: la sua apertura sul mondo. Lo spalancamento del mondo, la
finestra aperta sulla sua umanità cosí diversa eppur cosí fondamentalmente
simile. Spero di non aver bisogno di sviluppare il mio discorso in merito. Come
secondo esempio porterei la frase del coreografo Maurice Béjart rivolto ai suoi
ballerini: “Leggete la stampa quotidiana e danzerete meglio!” Frase
inspiegabile, ma comprensibile. Per riassumere, si potrebbe dire che è un
problema di proporzioni nell’inquadratura (come in una fotografia) e di
percezione esatta della propria posizione nel mondo. Anche se la politica
internazionale non entra direttamente come tema nella propria scrittura, è uno
sfondo irrinunciabile, che solo può rendere autentico, umano, storico (cioè
attuale) il senso di quel che si crea sulla pagina.
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