[di Gianluca Pulsoni]
Se si fosse
almeno un indiano, subito pronto e sul cavallo in corsa, torto nell’aria, si
tremasse sempre un poco sul terreno tremante, sinché si lasciavano gli sproni,
perché non c’erano sproni, si gettavano via le briglie, perché non c’erano
briglie, e si vedeva la terra appena innanzi a sé come una brughiera falciata,
ormai senza il collo e la testa del cavallo!
Franz Kafka, Desiderio di diventare un indiano
I
Non sarò mai al sicuro dentro la parola. L’epigrafe dell’ Ossario è la lapide dell’io, l’inferno sepolto
del poeta, la dannazione dell’eternità mai morente dell’ eroe: la condanna a
morte del linguaggio, l’estrema persecuzione che producono le parole,
marchiandoci con i loro segni di
vanità il corpo-mondo della nostra
voce, che, invano, è sempre caduta e sempre altrove.
Ma le parole non sono che una
delusione continua… e così, in questo
scavare e scartare la forma, sottrarre il colore, il ritmo, la traccia della
lingua, e cioè i fondamenti di ogni melodia linguistica, che si arriva ad
assediare l’assenza e restituire il motivo della creazione che pervade lo
spirito e la risonanza di questa voce scritta,
ma mai così scintillante: così, perché è solo così che poi si arriva ad
accendere un tono…
La Voce apre, infatti, il luogo
del linguaggio, ma lo apre in modo tale, che esso è già preso in una negatività
e, innanzitutto, sempre già consegnato a una temporalità. In quanto ha luogo nella Voce (cioè nel non-luogo della voce, nel suo
essere-stato), il linguaggio ha luogo nel tempo. Mostrando l’istanza di
discorso, la Voce
apre, insieme, l’essere e il tempo. Essa è cronotetica.
E non è un caso allora ma è un segno
necessario di destino se Domenico Brancale chiama, oggi, lo spazio-tempo
del suo pensiero-in-voce ossario del sole:
“luogo del vedere senza la vista”. Proprio per una crudele ragione poetica:
cercare di recuperare una dimensione transitoria fra parola e verso, nel
momento della profondità del pensiero, e cioè nel suo cuore e nel suo altrove, dove
ancora tutto è epifania ed epica: lì, ribolle il sangue. Lì, anche l’occhio
caldo del cielo cola a picco…
“Tutto ciò che
ha suoni neri ha duende”. E non esiste una verità più grande. Questi suoni neri
sono il mistero, le radici che affondano nel limo che tutti conosciamo, che
tutti ignoriamo, ma da cui arriva ciò che è sostanziale nell’arte.
L’indicazione dell’epigrafe allora ci spinge
verso l’interno di una lungo incunabolo che forse porta ad una caverna, dove le
luci che riaffiorano dalla folla del nero
dell’immaginario non sono altro che illusioni di uscite, di vie di fuga
ulteriori.
Qui la parola è un analogon del
disastro, segno preludio e visione di terremoto, in cui le visioni rupestri che
si stagliano nel nero non sono che eco irrapresentabile. Un segno di incisione del nulla, il cui
rimbalzo simbolico è assente.
Qui la parola finalmente cade…
senza possibilità di essere decantata come simbolo. Qui, nei fiori di fuoco di
queste poesie, la parola è la leopardiana siepe:
in cui l’indicibile, l’indicibile del dettato
è sempre al di qua e al di là di essa.
Qui, la parola nasconde.
E lo stesso stile compositivo del dettato avalla l’idea di parola come
buco nero della lingua poetica e quindi buco nero del linguaggio tout court, facendosi cuneo di una scrittura che procede per
“blocchi”, sottrazioni di senso, accumuli grafici e fonetici, ripetizioni,
inversioni, ellissi, iperboli e molecole prosastiche, saturazioni, cesure
“criptiche”. Ma, più in generale, la scrittura agisce qui come una sorta di
processo di desertificazione linguistica e musicale: come dispositivo di
nascondimento e stratificazione dei significati che distilla i suoni. E ciò porta a indicare il linguaggio ossario; la lingua, loculo. E la voce, luce:
e, in quanto simbolo, sole.
Questo processo letto come scrittura
produce allora tanto un punto di vista sull’immaginario della poesia di
Domenico Brancale quanto un punto di fuga siderale sulle implicazioni e le correlazioni
tra linguaggio e mondo: qui, scocca definitivamente la notte, la notte dei tempi…
L’insistita prosecuzione-persecuzione della contraddizione a tamburo
battente e a tutti i livelli, semantici lirici concettuali, fissa un motivo che va ad intaccare due relazioni
fondamentali della cosmologia del mondo: l’accordo tra immagine e pensiero; la traducibilità delle cose, ivi compreso
l’ “essere” ed ogni suo nulla.
Scocca la tua
notte/ e mi trafigge il buio/ la carne// Sempre di più/ a non finire notte//
Solo le ossa restano/ bianche
Tra immagine e pensiero è la voce a dettare i
tempi, i momenti così come i movimenti e i ritmi della loro scansione
e della loro localizzazione, tra superficie e fondo del testo. Voce, pensiero e
immagine sono la triade che sviluppa, e copre, il linguaggio come mondo, il tempo come essere. Ora, questo incontro nel
forsennato lirismo di Domenico Brancale si riproduce sotto il segno di uno
spericolato e teppistico scontro, in cui è la parola ad essere messa in croce.
Qui, in queste poesie, vi è un tale conato
energetico che incendia e brucia ogni distanza, di tempo e di valore, tra
immagine e pensiero: scagliando queste due istanze nella medesima spirale convulsa ed estatica del
dettato. E l’incidente tra occhio e cervello è sempre dietro ogni angolo di ogni lirica.
Ma più precisamente: il lirismo dell’ ossario del sole cancella la linea della voce che produce lo spazio
della manifestazione dell’immagine e brucia il circolo del tempo necessario allo sviluppo del pensiero.
Così che immagine e pensiero sono presi in
una deriva ulteriore che non ha origine… e non ha fine. E la voce ritorna come assenza: eco e apoteosi del nulla.
Nella
grotta la lingua oscilla/ appesa ai pensieri/ ed è la voce// la fune che
strozza/ quando tradisco per nome le cose
Nd’
’a grutte ’a lenghe tremmelèie/ appinzilàte a lle pinziere/ e i’è ’a voce// ’a
zoche c’affoche/ quanne chiàme ppi nome o cose
Ogni
cosa è irripetibile, ogni cosa è intraducibile: sempre questo il segno definitivo che al legame
linguaggio-mondo oppone con forza questa poesia. Nel claustrum animae dell’ ossario,
Domenico Brancale indovina un gesto-luce che esalta ancora di più la sua
condizione di esiliato illuminato: la
lingua del poeta, imposta nel nominare la soglia che si cela tra cosa e cosa,
essere ed essere, è irreparabilmente deposta nel tentativo di tradurre il mondo in linguaggio, il
linguaggio in mondo. Poiché c’è sempre un ulteriore slittamento di senso, una
ulteriore crepa, un ulteriore muro che si prepara sotto i nostri occhi… cade
nell’invenzione del silenzio ogni nostra possibilità: tradurre è tradire, è
dire irreparabilmente altro. E la
parola che nomina, che porta il nome come
essere dice altro.
Ma allora, la prassi del bilinguismo che si
manifesta in questa opera, ulteriore riverbero del motivo iniziale della
contraddizione originaria, non si può
che leggere come una precisa tecnica per un definitivo scavo e affondo nel
tormento melodico della lingua poetica: due idiomi che mimano l’impossibilità
di una unità, di un senso, di una storia, di una origine. Ma che nello stesso
momento producono un calvario il cui martirio non sta sulla pagina-loculo, ma altrove. Due lingue morte ma sepolte alla luce di un sole
nero, come in Artaud; due lingue che non corrispondono a nessuna voce, ma che pietrificano, e cioè scrivono, suoni in versi anisosillabici. Due lingue in-cantate, ombre della luce.
E da sempre l’esercizio linguistico che sbatte l’italiano prosastico e
mercificato contro il terreno battuto
del dialetto lucano in Domenico Brancale va verso e fa il verso ad una precisa
secchezza espressiva: va verso quello stato che gli stoici definivano come pneuma.
Tra lingua e lingua risuona irreparabile l’infinito nero di una coscienza tradita
dal silenzio.
II
Da sempre la poesia
raccoglie in termini paradossali la sfida della soggettività umana. L’io del
poeta è oggetto e soggetto di tutto il suo universo, come figura al culmine e al limite: stella
variabile di un movimento apolide. Così, come in una certa grande Tradizione che sfida i tempi
proponendosi sempre viva e al contempo anacronistica
alla contemporaneità, dell’informazione e persino della cultura.
I poeti stessi si nascondono dietro le loro
creazioni. Lei, invece, parla apertamente in nome di un “io”.
Prendiamo
Emily Dickinson, che io ammiro, anzi venero. Parla in continuazione di sé
stessa. Il poeta oggettivo non esiste e non può esistere. L’ “io” è
onnipresente in ogni poesia.
Pierro, Caproni, Toma… Michaux, Artaud, la lezione di Cioran… la lezione
di Carmelo Bene… il fatalismo solare iberico, Lorca, il duende… il teppismo eseniniano… la poesia clinica e cinica di Benn…
queste sono alcune tra le malattie
spinte ad un “meticciato” estetico che Domenico Brancale riconosce come intime. Ed è lo stesso suo cammino
poetico, nel fuoco degli inizi, ad aver bruciato una ad una molte di queste
influenze: che divengono occasioni di dialogo e di riscontro. Oppure finalmente
propria cenere: lingua come pelle morta, forma inutile.
Perché se fin dagli inizi della sua produzione poetica la traiettoria
della sua poesia si fa singolare e solitaria, alla ricerca dell’urlo e
dell’invettiva come modo di stare contro un
mondo per destare e detestare qualcosa oltre ché se stessi, ora, con l’Ossario del sole qualcosa è accaduto. E
definitivamente caduto.
È accaduto l’evento di un tentativo di fuga dal mondo, e dunque dal
linguaggio e dal simbolico, dal presente come durata simbolica della vita: ma è caduta nella luce, invece, la
figura e l’istanza dell’io. E quindi il cardine che mantiene visibile il discorso, preda di un lamento in versi, dove l’ “anima” è cancellata dall’ animalità.
Se da Cani e Porci a Canti affilati la “durezza” della poesia
sbianca ogni tentazione di conforto e
confronto dialettico con una visione del mondo, regalando all’io una
esaltazione disperata e vitale, facendo camminare questa sua lotta, questo suo
“fuoco” contro “i pensieri al vento” fin verso il deserto di una kafkiana landa rasata o di un deleuziano spazio qualsiasi, con Frantoi di luce la musica cambia: cade
un ennesimo colpo, un'ennesima cesura, un vento gelido. E il freddo definitivo.
E da questo poema è l’io di Domenico Brancale ad uscirne a pezzi: una introspezione il cui
smembramento in brani è preludio
all’esilio del mondo nella vanitas,
nel locus solus dell’ ossario del sole.
Quando detta
una riga il sentimento/ manda uno schiavo sulla scena/ E qui l’arte vien meno/
Qui respirano la terra e il fato
La poesia allora si rarefa nell’irrapresentabile. Ed è l’alienazione ciò che si capta nella melodia
monodica di questa ultima opera: non
sussiste più la dimensione allucinatoria e apocalittica in preda alle visioni,
il mondo che dissolve l’io; né la dimensione ultima della vitalità e della
disperazione del canto solitario e
irriducibile al mondo, l’io che si spinge verso i suoi limiti più atroci. Non
c’è pace per l’occhio e le sue visioni, né per l’orecchio e le presenze e le
sue allucinazioni.
Come nel taglio di Fontana, come nell’incisione invisibile e urticante
di Giacometti, il tono della voce di Domenico Brancale è rasente alla cesura
tra visibile e invisibile, lingua e pensiero, forma e contenuto. E traduce,
questo tono, le variazioni devastanti della noia
dell’ essere: fino allo spasmo e al gelo delle lingue, fino agli istanti come istinti.
Nell’ Ossario del sole non c’è
più un io lirico, nessuna più istanza o resistenza: l’immaginario si scatena
come un universo lontano e fatale, dal quale arrivano pensieri come dardi. Non c’è più io perché non c’è più la lingua: è un esilio da qualsiasi
patria, da qualsiasi tomba, in una erranza devastata dalla luce.
Ed è questo il cuore della domanda che incide questa voce.
Se la condizione poetica esige uno sviluppo per immagini del proprio
discorso, per argomentare una relazione armonica e dicotomica tra sensibile e
intelligibile, tra prassi e teoria, tra immagine e nascosto, la scrittura senza
lingua e senza patria di Brancale esilia le
forme della vita sospendendole nel verso,
tra il dire e il detto.
Se consideriamo il pensiero assieme al concetto, come spessore invisibile degli eventi e dell’accadere
delle cose del mondo, e l’immagine invece il manifestarsi, il venire fuori, prima
o dopo, delle cose stesse, possiamo
ben intuire come persista un legame tra i due elementi insito nella temporalità del loro sviluppo e nella
loro esistenza nel senso e nella metafora, luogo della loro reversibilità
infinita e metamorfica.
Ma cogliere il nesso casuale che attanaglia concetto e immagine
significa carpire la realtà dell’essere come essere-nel-tempo;
rompere, o meglio, “irrompere” su questo nesso con la volontà di sciogliere il
nodo gorgiano significa prodursi in poesia come esercizio di liberazione
lancinante.
Nell’opera di Brancale, l’immagine vive per sé stessa, e rimanda spesso
al delirio di altre immagini, come una
linea barocca spezzata e ricca di pieghe; il pensiero, invece, affiora in
maniera inaudita e irrapresentabile, e cioè non figurabile
in immagine, ma vicino a farsi sensazione
dirompente: in molte cadute di stile,
nella mancanza di lessico e di parola,
nel basso continuo della melodia dei contrasti accesi, dei paradossi, degli
ossimori, nella marcatura linguistica e fonetica, nel lavorio sintattico…
Nella luce c’è qualcosa/ che mai e poi mai/
la luce potrà dirmi// la forra dove si è raccolta/ l’acqua scura/ e fisso/
lo sguardo/ che non si bagna
L’inizio è folgorante: e il suo segno squisitamente, terribilmente
filosofico, perché senza fondo. Se la luce, istanza del vedere e della vista,
può dire le cose, e quindi le può anche tradire, essa non può dire tutto: non può dire, e cioè illuminare
se stessa. Il “vedere” non può mai esaurire l’ “essere”, ciò che dell’ essere è
oscuro, nascosto, profondo. E inversamente, l’essenza delle cose è indicata qui
come non-conoscibile: congetturandola quasi come non esistente. E continuando…
non si può fissare lo sguardo, non si può dire
e vedere un fenomeno tale nel
discorso e nel linguaggio, eppure è questo il momento in cui la voce della ragione si fa silente, l’immagine non specchia più alcun essere ma rinvia solo ad altre immagini… e il non raffigurabile,
“lo sguardo”, sale fino ad ergersi come impossibile oggetto che rende vana la visione, tradendola. Le immagini non indicano più le cose, ma errano e le errano e, incidendo sui pensieri come loro sostanza, gli danno fuoco. Fino alla tabula rasa della memoria. Fino al pensiero come eruzione distruttiva.
Immagine e pensiero allora si susseguono, si
impastano e si contaminano sul bordo e sul margine di questa scrittura della voce. Che si produce in
risonanze gnoseologiche molto alte, in cui l’essere viene folgorato in certe immagini già tradite nella loro
assolutezza dai rimandi linguistici, dagli artifici retorici e dalla sintassi
stessa. E ciò produce un vero e proprio esilio
della percezione dall’istante: l’istante in cui si svela il nulla delle
cose. Appunto, il loro essere.
Si deve allora considerare l’ Ossario
del sole come non-luogo di valenza mistica, dove tutto è in sospeso. Come
il nada di San Juan de la Cruz, è il cuore dove risiede tutta la potenza
dell’inaudito e dell’indicibile della poesia. Senza io, poiché non c’è lingua poetica, la voce si spegne nei
fuochi arsi tra parola e verso, immagine e concetto, essere e vedere. Il
bilinguismo della voce scrive una
dinamica percussiva che incide e amplifica quel vuoto percussivo tra senso e
suono, mondo e linguaggio, corpo ed essere.
E la stessa linea di fuga dal logos
prospetta questo: lo scavalcamento del silenzio, del limite wittigsteiniano del
linguaggio e del dire.
Nella luce c’è qualcosa/ che mai e
poi mai/ la luce potrà dirmi. Se ci fermassimo qui, l’arresto sarebbe
testimonianza negativa di conoscenza,
empasse e limite. Ma solo nell’attimo che irrompe e che corrompe il tempo tace
il silenzio… nell’attimo della non-consequenzialità del tempo, del non-ritorno,
del non ricordo.
E allora l’immagine potrà diventare anche pensiero; il pensiero, anche
immagine… e da questo chiasmo si potrà liberare la stessa linea di fuga dal logos che incide la lingua e nega il
pensiero come informazione, l’immagine come rappresentazione…
Una incisione, questa, che in-canta le parole e la sintassi: che
nel canto ha la sua dimensione e il suo martirio cieco e non rappresentabile degli eventi del mondo. In cui ogni visione degrada in allucinazione: illuminazioni
che scavano l’assenza…
Poesia è
distacco, lontananza, assenza, separatezza, malattia, delirio, suono, e,
soprattutto, urgenza, vita, sofferenza (non necessariamente cristiana). È
flusso dell’insofferenza d’esserci. È scontento, anche nei casi più “felici”. È
risuonar del dire oltre il concetto. È intervallo musicale d’altezza, lirico,
in che si dice detta la delusione di quell’altro intervallo (distanza) tra il
“pensato” e il suo riporto sulla pagina. È l’abisso che scinde orale e scritto.
Nell’ ossario del sole implode
il mondo come corpo e come senso delle cose. E se qui, la voce diviene
allucinatorio horror vacui di fronte
alle singole presenze evocate, la parola, allora, si fa “osso” torturato e
lavorato di uno smembramento tra il parodistico e l’eroico del corpo del
discorso: osso e traccia di bianco;
manifestazione del legame tra l’inumano del sole e il troppo umano dell’ossario
dell’uomo, in quanto segno di lutto.
Risuonando vuota nel suo nulla, l’apocalisse qui nell’ossario della luce è sempre passata: la “parola” non è salva, la
lingua non è trovata, non c’è alcuna profezia o indicazione… la “parola” è
soltanto l’orma che modella il vento
sulla terra di ogni lingua.
Il vento che risuona in essa; lì, dove abita il silenzio della voce… il
linguaggio, il mondo.
Lì, negare... Non sarò mai al sicuro dentro il silenzio.
Il silenzio è la parola.
Uno dei mezzi
di seduzione più efficaci del male è l’invito alla lotta.
È come la lotta con
le donne, che finisce a letto.
Franz Kafka, Aforismi di Zurau
I
L’unico dialogo possibile
è la lotta, a tutti i livelli dell’esistenza, se la vita è la corda tesa tra
organico e inorganico. E, come nello spirito di Diogene il “cinico”, la poesia
dell’ossario testimonia una lotta con
l’assenza e un indugio, una variazione lirica, sul tema della morte, declinato
nell’eros come sua variante eroica e
mistica.
E la ricerca dell’umano troppo umano è in realtà detournement per abbaiare all’altro; per abbagliare di luce l’altro, ogni qual volta che si fa presenza: per rendere la sua immagine ricordo, il colloquio con essa delirio,
passaggio segreto tra morte dell’io e assenza di Dio.
Se, come detto, l’ordine simbolico è continuamente infiammato e de-formato come cenere,
come forma inutile, da questa voce, si spalanca come un abisso invece tutto un immaginario in cui dettagli ingigantiti
ed esasperati si susseguono come contrappunto e stacco ad elementi base e
desolati della natura, vibranti nella
loro manifestazione come apparizioni d’altrove,
in cui la loro immagine si fa muro di qualsiasi flusso temporale.
Ma la bellezza sconvolta di queste lamentazioni
ghiacciate, di questa confessione da libro d’ore, sta anche e soprattutto
nel desiderio di una liberazione totale da qualsiasi freno inibitore: e quindi,
come detto, anche liberazione
dell’io.
Se difatti accennando al canto,
e cioè alla dimensione a-temporale
del linguaggio e allo spessore della
lingua, ci avviciniamo alla concezione dell’ irrapresentabilità della parola e del segno, la poesia di questo canto si fissa in una culminazione stellare della
luce, che getta una miriade di
visioni erranti, che non posso essere
abitate dallo sguardo.
Gli interstizi della tessitura verbale
sono faglie o cartigli della voce: il timbro della voce è soffocato dalla pesantezza delle
immagini senza parole del dettato… il
“tu”, spesso presente a mo’ di contrappunto, è l’inganno dell’ altro e dello specchio: è sublime finzione. Perché non c’è io, non c’è lingua,
non un fuori, né una intenzione di messaggio anche rivoluzionario né tanto meno una descrizione di uno stato. E solo nella lettura complice si può testimoniare questo:
fino a trovare dentro, dopo l’assenza di dialogo, e quindi l’assenza di approdi
e di un ipotetico fuori, l’assenza,
anche di monologo: di centro, di logos,
di interiorità. Come nelle figure di Caravaggio, la luce si è rubata l’anima,
attraverso gli occhi, cavi e stanchi… e i pensieri fuggono via…
… sotto il
gomito/ tengo molti dardi veloci/ dentro la faretra,/ che parlano a coloro che
comprendono: ma rispetto/ al tutto/ hanno bisogno di interpreti. Sapiente è
colui che sa/ molte cose/ per natura, ma quelli che hanno imparato,/ come corvi
turbolenti che balbettano…
Quest’abisso in Domenico Brancale è abgrund, senza fondo: è, quindi, nella
sua enigmaticità – che cos’è l’ossario, dov’è l’io, cosa sono queste visioni – una
poesia che pone una domanda, e un desiderio inesauribile e dunque
giocosamente rischioso e squisitamente filosofico.
Ed è proprio l’ossessione del pensiero come tormento a fare di questa voce una voce d’altrove,
epigrafica e distante. Perché se stiamo con l’invettiva di Artaud, sulla scia
del pensiero come una matrona che non
sempre è esistita, la scrittura della voce di questo ossario lotta, tra l’informe di un verso in cui
il suono precede e recide la melodia e il subbuglio di un lirismo infestato di
pensieri, per una staticità splendida
e calcarea che, incurante della forma
e del destinatario, fa scoppiare nel
suo lirismo il proprio messaggio, in una evidenza accecante, in barbagli cata-strofici.
Questa lotta tra pensiero e vuoto che
produce poesia, poesia del non detto
e del non rappresentabile, è la cifra essenziale, declinata secondo precisi
dettami, di questa opera il cui destino sembra
quasi quello di riprendere un filo rosso, molto presto abbandonato nel
labirinto del tempo, dalla tradizione della poesia in versi: luogo di transito
della morte del linguaggio.
E questo filo rosso non è nient’altro che la
“memoria” della sapienza, arcaica e anarchica, che si fa eco e spazio nel
lirismo: poiché se il linguaggio è uno
e se è continuamente saltata l’identità tra espressione e rappresentazione, è
la stessa vita vivente ad esigere per sé l’eccesso, per far traboccare da
questi versi il tempo: non più
enigma, non più sfondo e fondo della vita, ma “materia”, lava e cenere del
vulcano di questa voce.
Ed è sotto questo aspetto che la poesia di
Domenico Brancale con l’ Ossario del sole
s’accende: nella sua formulazione in lapidi senza nome ed epigrafi della
voce, nella sua commistione secca e arida, empedoclea e mistica del “gioco
tragico” dell’essere con le immagini e i pensieri senza modo e mondo, nel suo
ri-volgersi a un al di là della fine e del principio - al di là del pensiero e
della vita - nel suo de-formare il
presente come notte ed esilio del proprio essere, e come deserto e mare, acquista una postura scomodamente filo-sofica, ai limiti di una impresentabilità e irraprestabilità
della vita senza pensiero e del
pensiero della vita che ben i sapienti conoscevano e incarnavano: in una parola
che era la loro voce. E che in Brancale è demone e tormento, fin dall’ inizio e fin dopo la sua fine.
Ma a ben “vedere” è così per tutta la grande
poesia, che vive e la scissione delirante tra pensiero ed essere nel lampo e
che in ciò si alimenta: nel momento, nell’istinto dell’ istante... al di là del
pensiero e della vita, come in Caproni, come in Holderin. In un indugio che è
affondo e già canto.
Il
tempo delle origini della filosofia greca è assai più vicino a noi. Platone
chiama “filosofia”, amore della sapienza, la propria ricerca, la propria
attività educativa, legata a un’espressione scritta, alla forma letteraria del
dialogo. E Platone guarda con venerazione al passato, a un mondo in cui erano
esistiti davvero i “sapienti”. D’altra parte la filosofia posteriore, la nostra
filosofia, non è altro che una continuazione, uno sviluppo della forma
letteraria introdotta da Platone; eppure quest’ultima sorge come un fenomeno di
decadenza, in quanto “l’amore della sapienza” sta più in basso della sapienza.
È un problema allora di forma, di
sfondo, di sviluppo e di mondo, di corpo del mondo quello che “inquadra” la
filosofia. Ed è appunto qui che però la poesia, la poesia di Brancale, incide.
Ed eccede.
Poiché se essa nella sua forma degradata e cava, nella sua
de-composizione sommaria del tema e delle sue ossessioni, nella persistenza di
certe “fissate” immagini e “scarnificate” e spesso alluse, come allucinazioni e
vaneggiamenti dell’ossario che si assolvono nel bianco dell’orrore
dell’esistere, nei loro tratti semplici e poveri, quasi polverizzando la scena
e il quadro, rimandando l’occhio ai margini, come veline degli occhi, come vele che fanno e
disfanno il proprio ritratto, spingendo l’immagine come argine del buco nero
del reale, spingendo i suoi elementi “primigeni” come segno che sopravvive,
segno in potenza, il tratto isolato, l’oggetto parziale, il sole… il mare… i
dettagli anatomici scomposti… le pietre… gli oggetti, in una proliferazione
barocca postuma che nasconde l’essenza e ci fa trovare, da trovieri, l’allucinazione della Grecia nel deserto di un altrove,
produce una tensione eminentemente filo-sofica, al limite dello “stacco” e
dell’addio – all’io, al mondo, a Dio – è proprio nella rottura del nesso
causale che si “vede” la folgorazione di un subbuglio, tumultuoso, senza tempo,
senza referenti, senza ritorno, incomprensibile. Immediato. E questo è il segno
di una sapienza poetica, al di là dell’odio e dell’amore: netta, definitiva,
senza orpelli se non quelli che attestano una conquista dell’inutile.
Dove “vedere” ed “essere” sono irrevocabilmente disgiunti.
E in quella faglia, si staglia superbo l’imperativo del poeta, la sua
voce: “non rendere il visibile, ma rendere invisibile”. È il gesto,
inimmaginabile, che dipinge il proprio ritratto.
II
Trovatore e sapiente:
tutto lo scempio anatomico e del simbolico che devasta la pagina bianca di questa opera, i cui versi si legano irrefrenabilmente all’ animalità e al linguaggio
come senso della morte, si abbandona ad una tabula
rasa che è fonte e memoria di ogni dire. Ma tutto è extra tempus: tutto è saltato e sito in un altrove rispetto a
qualsiasi evento o apocalisse.
Ma nessun tono qui è una trovata.
Se la “fonte” non è che un immaginario
sbiancato dall’attrazione per l’horror
vacui, per la paura della parola, nel suo rimando all’interiorità fisiologica,
cieca e pulsionale – vox ed os-oris come le due voci che si incidono nell’
orazione funebre delle idee e che smembrano
l’anatomia del corpo, nel suo trait-d’union
tra universalità e singolarità, tra mondo e Io lirico – la “memoria” invece,
intesa come archivio del mondo nella
soggettività dell’essere si fa eco del
vuoto: così che anche così, la poesia di Brancale, si renda eco del vuoto.
Se il linguaggio è la memoria del
mondo e la memoria come mondo,
fino ad in-globare o, se si vuole, in-corporare in esso persino l’idea di
corpo, fino al delirio della post-modernità e delle ibridazione tra linguaggio
stesso e fisiologia, fino ad una identificazione viscerale tra opera e organismo,
inorganico ed organico, la voce scritta e slavata
trapelante dai loculi dell’ ossario
sconvolge e si sconvolge in una devastazione di tale siffatto “corpo”
linguistico ed espressivo.
Sintomatico allora è già il nome di tale “assenza d’opera”: ossario del sole. Come se si dicesse
ogni corpo cadavere e ogni lingua anatomia
dis-articolata e sconnessa. Come se si avvertisse solo nella morte e nel suo passo tra organico e inorganico il salto e la caduta, e dunque la forma unica e manifestabile dell’inumano
per eccellenza, il sole. Come fonte, come corpo, come “memoria del mondo”.
Ma non basta.
Tutto questo scempio della lingua, della fonesi, dello stile, della
forma, del senso e di chissà cos’altro… tutto questo è un balbettìo di una
mostruosità immane: un balbettìo che non è più silenzio ma non è ancora linguaggio
e mondo, vita e morte, luce ed
oscurità.
Un balbettìo che scortica ed è
poesia: Febbre e ancora febbre,
crudeltà verso l’umano e dunque verso il linguaggio stesso. Come se l’ Io-bambino
si fosse messo stavolta la maschera del misosofo,
fusione della psicologia del sapiente e dell’immagine del trovatore, in grande stile…
A volte ho
paura per me stesso. C’è una certa “acutezza” nella mia anima. È strano, nella
vita non mi sono quasi mai scontrato
faccia a faccia con “questo”. Posso soltanto supporre una delle due cose: o la
definitiva mediocrità delle “emozioni”, ma non è così perché le emozioni della Bellissima Dama erano troppo indubbie;
oppure l’inconsapevole capacità di cacciare i diavoli con mezzi adeguati, con
le loro stesse armi. È questa ultima cosa che temo qualche volta. Mi spavento
fin troppo poco. Non può essere che mi sia esaurito. “Fine della canzone”. Del
resto “i miei pensieri stranamente allegri” sono presenti. Se Tu sapessi come non credo sempre! Ma talvolta, slanciando le mani nell’
“azzurro” posso restare sull’abisso, ed è quasi un volo! Finora ho questa
possibilità. E se anche non credo,
pure ogni tanto sembra baluginare persino la possibilità della confessione. Ma non
posso confessarmi a un prete. Sinceramente, e spesso con seria rabbia contro il
governo, penso: “Certo, occorre una Costituzione”. E qui accorre l’
“io-bambino” e tendendo il dito verso di me grida, scoppiando a ridere: “Vuole la Costituzione!”. Io
prendo in braccio questo bambino e lo bacio e “io e lui siamo una cosa sola”…
Di nuovo una sola. – A stento, con versi piatti, spesso con zelo scrivo il poema. Sono finalmente
arrivato alla parte in cui deve comparire Lei. So come si deve fare…
L’in-fans,
l’infante, il non occupato dal linguaggio e dal sociale… tutto ciò è disumano e
la poesia, questa poesia è allora
disumana: ed è come già in Eraclito, il tempo è soggetto solo a un bambino-tiranno che gioca, perché di lui e della sua vanità è il mondo. E il tempo,
allora, è soggetto esploso in questo
lirismo: in-potenza pura, tra essere e vedere.
Ma lo scavo continua: più martellante e
maniaco che mai.
Il catalogo delle sue folgorazioni è una
variazione mono-manica sul tema della morte
dell’altro: dal congedo al simbolo (“na
voce/ ca non si sènte/ a lle campane d’u viente” ), allo sconvolgimento
patologico che è il proprio immaginario (“Un
carnato di vetri/ arroventato dal latrato dei soli// Come amo la debolezza di
alcune ore/ sapere di non potere più…”), all’amore declinato come ossessione dell’altro e limite e apoteosi del pensiero (“Eppure questo cuore/ non finisce mai/ di
gonfiarsi nel rosso// forse è proprio così/ in questo preciso istante/mi
sotterra l’amore// le vene aggrovigliate/ nel lenzuolo bianco/ scoppiano di
gridi” ), all’eros declinato come “mancanza” dell’altro e “mancanza” di sé
(“Non oso pensare/ alla foglia che stride
nelle ossa// Dove sei// ancora una volta sei/ il reggimento della mia
impazienza/il fuoco della lingua/ che veglia sul nostro accordo// Tutto può
essere// Noi siamo la nostra mancanza”).
Ed è proprio questa l’incisione che squarta il corpo-mondo-linguaggio dell’ essere e degli esseri: fino al fondo…
Ora nell’arte
è come nella vita-come in amore-quando ad ogni
emissione di sperma si inaugura il nulla. E quell’ è tra volere e potere.
Sfracassarsi il cranio contro l’altro, per amore della cata-strofe come musica – perché
l’apocalisse è musica – per amore dell’abbandono e dell’oblio: tutto ciò pone
il sesso come mania e tabula rasa della vita, nell’estrema
collimazione tra ripetizione ossessiva
e riproduzione mancata, dove –
nell’atto – non c’è io e non c’è tu.
Lo sperma, l’invisibilità delle figure, i
dettagli anatomici che cancellano la scena… la mano... le grida… le lenzuola…
l’occhio… lo spasimo… la lacrima… le labbra… i volti: tutto è separato da tutto e senza possibilità di
coniugazione: in questi primissimi piani, la camera da letto contempla non
corpi, ma carni – l’ informe – ovvero
vene aggrovigliate che scoppiano di gridi nel bianco del lenzuolo, che copre la scena. E non si può andare via
da questa assenza, come dice la formula, assoluta e lapidaria, di una delle suite.
Lo stesso appellarsi alle varianti vicine al
tema del corpo – il comico filtrato nel
prosastico, i riferimenti inumani mutuati dal regno animale e da quello divino
(il raglio dell’asino, il Cristo etc.) – vanno al di là di qualsiasi ideologia
e rappresentazione del corpo-mondo e del martirio del corpo-capro espiatore
dell’io, come immagine e figura che rinvia a quella del corpo di Cristo come
metafora e senso del mondo da ritrovare poi nelle opere.
Se l’arte, intesa nei modi occidentali e nei
suoi codici (de)ontologici, è possibile perché
il divino si è incarnato e si è fatto
storia, così che si è dato al mondo
legittimità d’esistere, e cioè spessore, svincolando ogni rappresentazione dal
proprio divenire, la poesia di Domenico Brancale vira verso una più netta alterità assoluta.
Al di là dell’ultima resistenza estetica che
pensa i modi del corpo non come tormento e in-canto ma come
“auto-rappresentazione”, al di là di questo… leggere e leggersi tra le pieghe
dell’ Ossario del sole significa attingere
all’impossibilità di una conoscenza delle cose: ad una impossibilità di vivere il pieno dei corpi ma anche si attinge ad
una frenesia umorale che incenerisce ogni
colore di ogni forma incontrata.
Ma più precisamente: è lo scempio lirico
sulle lingue e sul linguaggio utilizzato rende tali fondamenti resti di una serie di fuochi accesi e
divampati nella mente: più precisamente è il
corpo stesso che viene squartato nella
sua “immagine generale” e nel suo essere snodo e oggetto. Squartata, allora, è anche l’idea di corpo che diviene altro, in-testimoniabile, non dialettizzabile, non rappresentabile: che
diviene suite lirica dove il vuoto
risuona nella scena… nella mano… nelle grida… nelle lenzuola… nell’occhio…
nello spasimo… nelle labbra… nei volti.
E, seguendo nell’istinto la lezione di
Carmelo Bene sullo stacco tra volgarità e
oscenità del linguaggio, Domenico
Brancale trova, attraverso
l’espediente del “tu” – sublime finzione retorica, tra le tante sparse, arse e
nascoste in questa lunga serie di fuochi – l’ apertura, l’ orifizio, il
buco nero latente come “totalità” del suo desiderio di sparire dal mondo. Dalla
luce e dal buio che sigillano un
mondo.
E questo tu
è il neutro che attraversa tutta
la serie di distruzioni dell’altro che, volta per volta, vengono effettuate in
ogni stanza dell’ ossario.
Tu,
tu, tu… ma non c’è io che possa guardare: c’è solo la litania di un
ossessione, la “dama assente”: l’in-creato per eccellenza, il commovente.
Così, nella scia del canto
trobadorico, attraverso la forma aperta
di questa a-vocazione alla propria assenza, come i trovatori e i trovieri,
ispirati, cantavano di per se stessi mossi
nei versi dai soggetti dei loro infrequentabili desideri, la poesia di
Domenico Brancale rende piega questo
spettro d’alterità: piega che s-modula ogni blocco lirico in un singhiozzo
cupo, stridente. Perché inesorabile vi si ritorce contro.
Di qui la sensazione di “sgradevolezza” di questa poesia: di durezza, di
freddo e di pietra.
Di qui, quindi, la sensazione di sconnessione del disegno e di
fissazione dei dettagli, quasi intagliati.
E così, è nell’unione tra
desiderio e mancanza, fino a sprofondare nella porno-grafia declinata come
fissazione dell’immediato sull’ irrapresentabile, che la “poiesi” di
Brancale si avvicina ai modi trobadorici del dire e del sentire l’altro: nella frequentazione maniacale di
un cuore essenziale di temi, nella loro variante
poetica. Ma con una postilla: l’integrità dell’ altro nelle sue forme principali, Dio e la donna.
Laddove nel trobadorismo più
puro la dimensione teologica è assente o al massimo allusa in criptogrammi o simboli, nell’ Ossario del sole l’alone mistico, nel volersi spingere al di là del
silenzio della parola è invece forte, in una collusione tesissima tra
irrapresentabilità e divino, inteso come schiaffo al mondano e al sociale.
E, laddove nel trobadorismo più
puro la donna è il soggetto per
eccellenza, integro e non frequentabile, nelle varianti di dama e bambina, nell’ Ossario del sole essa è solo l’ultimo
stadio di un processo che affronta le figure dell’ altro iscritte nella scrittura: ultimo stadio che la stessa
scrittura non può coprire ma può scoprire come estrema tentazione della
dannazione e scacco mortale, il cui contatto è immediato svanire e, subito, svenire (“ Noi siamo la nostra mancanza”).
Ma c’è di più.
L’assolutezza calcarea del
tono, che si sottrae a ciascuna stringente definizione, l’argomentazione tesa a
schiacciare la modulazione lirica nello scritto epigrafico, l’allusione al
pensiero come malattia vitale,
mescolanza di eros e follia, fa precipitare tutta la voce scritta dell’ ossario verso uno sfondo sapienziale.
Dove l’espressione è deriva del discorso,
manifestazione di una immediatezza che cancella il prima e il dopo e quindi
ogni tentazione di storia: perché è evento, tra vita vissuta e vita vivente. E
l’evento, da sempre, è un buco nero del tempo: perché non insegna, non educa,
non salva.
Ma nessuna nostalgia di miti originari di fondazione e di senso nel
nostro caso, se alludiamo alla sapienza e ai trovatori a proposito di Domenico
Brancale.
Accade piuttosto altro: poesia
trobadorica e sapienza greca sono i margini e le cesure che fanno culminare
l’espressione della parola verso la sua storia, la sua letteratura: declinata nei saperi e divisa nei generi. Ma non sono storia: sono estasi e
punti-limite del prima e del dopo, che traducono l’arte come travaglio irrapresentabile e
irripetibile e la vita come irriducibile al solo vivente e al solo vissuto, dove
c’è in potenza e in latenza tutto, dove tutto
può essere. Anche ciò che non è
stato. E in questo senso l’origine della storia è già la sua fine: ma è da qui
e solo da qui che la poesia si scatena.
Senza direzioni.
E da queste effigi, la poesia di Domenico Brancale acquista un tale odio verso qualsiasi espressione e
rappresentazione – dell’essere e del mondo e dell’ io – da de-formarsi quasi se
andasse in rotta di collisione con il cuore della filosofia libertina più estrema: senza prima e dopo, conta solo un pensiero che per vivere, debba morire…
se l’uomo ha destino ad esso contrario.
Senza prima e dopo… e al di là di tali istanze: laddove l’amicizia – il
dialogo con l’altro – è la fine del dialogo; l’eros la fine dei sentimenti, la
poesia come via postuma al tutto è detto/niente
è mai stato detto… l’arte espressione di odio e di mancanza.
E tutto questo vederlo nell’eternità del fuoco, nell’unica visione
pericolosa e al contempo possibile. Il fuoco, polèmos ercaliteo che è poesia:
e in esso vedere già le sue ceneri, le proprie ceneri. Che eternamente bruciano
e in ciò esistono. E anche le ceneri
sono eternità: esse sono dappertutto. Perché la smania del dire e
dell’afferrare e dell’ingravidare tutto della poesia di Brancale non lascia
scampo e ama il “fuoco” e giocare con esso. Con la sua voce che diventa caverna
e oblio dei pensieri: fonte di fuoco che brucia i pensieri, ovunque. Fino ad illuminare la tabula rasa della memoria…
vuota.
E ovunque il mondo è sempre cenere
e il fuoco, poesia. Fino ai segni del fuoco che incidono la voce:
“memoria” di quanto non è mai e
sempre sul punto di esplodere e non ancora sopito.
I segni del fuoco, le ceneri
dell’oblio.
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