|
[di Davide Nota / Simone Lago]
Poesia informale, orale,
magmatica, tendenzialmente poematica, quella di Simone Lago, nato nel 1983 in provincia di
Padova e di cui pubblichiamo, dopo una prima selezione contenuta
nell’e-antologia “Scorie contemporanee”, alcuni nuovi testi inediti. La volontaria incompiutezza
espressionistica del verso si fa qui cifra di una inquieta ricerca di senso,
di significazione del dato reale. «Da che paese vieni» è la domanda irrisolta e
irrisolvibile con cui il poeta biblicamente apre la silloge. Ricerca
interiore, si faccia attenzione, mai astratta da una dimensione quotidiana
visivamente composta da tutto un repertorio di oggetti desunti dal mondo reale
(teiere, scale mobili, lenzuola, telefoni) e linguisticamente da un uso
coerente di locuzioni colloquiali spesso sfumate in veri e propri discorsi
liberi indiretti.
È certamente legittimo pensare ad
una certa affinità con l’opera d’esordio del toscano Gabriel Del Sarto (1972),
ad una poesia “sublime e quotidiana” in cui i due ordini di significati
universale e lirico si compenetrano e sciolgono in un
dettato denso di ambiguità stilistiche e contenutistiche sino alle vette, in
Lago, di certo manierismo post-moderno, come nella scena tragicomica (e il
manierismo tragicomico, in quanto violenta negazione dell’umorismo
novecentesco, è la cifra più sincera dello stile del post-moderno italiano) in
cui il poeta, nudo come un neofita, dopo aver scorto i nomi degli apostoli in
un’agenda del telefono, s’alza dal letto avvolto nelle proprie lenzuola trovandosi immerso nel “diluvio universale”.
Ciò che però distingue la poesia
di Lago da altre esperienze e sensibilità liriche già sviluppate dai primi
poeti de “L’opera comune”, e che forse caratterizza trasversalmente questa seconda generazione
del post-moderno italiano (i poeti che cioè hanno maturato la propria personalità
poetica dopo il 2001), è l’invadenza, o comunque l’immanenza, del dato
storico.
In Lago, poeta ben distante dalla poesia di impianto
civile, questo si traduce nel costante intervento esterno di macro-movimenti storico-economici che assalgono, disgregano e neutralizzano la
volontà originariamente lirica del dettato, così come le tensioni vitali del
soggetto alienato dal mondo e tradotto in «corpo senza posto».
I centri commerciali, l’invadenza mass-mediale,
l’imbarbarimento pubblicitario, il piallamento del consumo, insomma: la
debordiana “società dello spettacolo” e la conseguente “colonizzazione del
desiderio” (scrive Lago appunto di «costante desiderio»), è la scenografia
ultima, e più profonda, di questa breve ma intensa piece poetica che vede
forse il suo apice sintetico nei due stupendi endecasillabi: «Se dio si
pubblicizza nel miracolo, / la tua immagine è affidarsi alla morte».
Davide Nota
Da che paese vieni e quale terra ha prosciugato
l'estensione del tuo piede, qual è stato
l'uomo che per ultimo, in ginocchio, a te chiese
di affondare la radice nel suo cuore e inaridire?
No, non sono mie queste parole, non è l'ora
di mascherarmi da fantasma del passato mentre sfoglio
la tua agenda capitatami per caso fra le mani e scorro
i numeri elencati sotto Marco, Luca, Andrea. Intanto
fischia la teiera stamattina e ho l'idea
di portarti da mangiare a letto; sai,
ho
staccato
la sveglia tre minuti prima che suonasse
per guardarti arrotolare ancora le lenzuola
come
un'onda
che s'infrange sulla soglia del mattino.
Apri gli occhi e guardi fuori la finestra. Piove.
Saluti e mi sorridi, prendi un sorso dalla tazza,
tingi mezzo granpavese, poi basta. Dico è vero
la sveglia io l'ho spenta, ma non serve preoccuparsi
ché sei in tempo per l'ufficio, per passare prima a casa
prendere Giulia dalla nonna e accompagnarla fino a scuola.
Quando chiudi la porta alle tue spalle è uno stacco
come uno stop dalla regia e bisogna fare presto,
sciogliere la faccia, convincersi che sia
dopotutto andata bene. Me ne resto col mio corpo
ben iscritto nello specchio e un po' ripenso a quell'agenda:
prendo
un lembo del lenzuolo, lo scorro con le mani, l'annuso
poi lo strappo via dal letto e tutto attorno a me l'avvolgo.
Guardo fra le fibre, lentamente
tasto i gradini mentre scendo ed esco in strada.
E'
un diluvio ora.
Spero che quest'acqua possa sostenermi
qualche altra notte ancora, per poi avere
un diritto, una licenza di guardare in faccia il vuoto
come il Deserto di Antonioni: mezzo giro con la macchina
da presa... e fissa un corpo senza posto in cui vagare.
*
Ad
Elisa
Riempimi di significato mentre vado
incontro a questa notte come stessi
tu graffiando il nero di una pagina cosparsa
di cenere e macerie la chiarezza del tuo nome;
poi prenditi un momento, tira il fiato,
soffia forte via lo scarto e fai
sì che su di me si adagi: penserà
in seguito la pioggia delle ore a cementare
sul mio corpo questo vuoto liberato dal tuo segno.
Raccontami come attorno a un fuoco freddo
la storia di noi due che si struttura (perché
tu non credi che di passaggi e accadimenti
si facciano dei nodi, degli intrecci, si catturi
come un ragno la preda i sentimenti?) dimmi
allora della storia se non è la nostra deviazione
dall'informe dei giorni trapassati fra le strade
oppure sai gli incontri inaspettati al banco frigo,
le file in posta, le attese al tavolo del bar
in cui arrivo col mio solito ritardo e dici senti
questa cosa di noi due non sussiste se non come
tangente di un milione di altre vite: è una rete
e ovunque ci si giri vedi un centro, ma la scelta
non sta a noi; dopotutto è dato agli occhi l'amarezza
di guardare solo avanti.
Eppure
in questa tela
la presenza più inquietante è quella
che ci coglie come un soffio fra le spalle.
*
Abbiamo preso decine
di volte le scale
Abbiamo preso decine di volte le scale
mobili del centro commerciale, senza credere
o sentire necessario tenerci a vicenda la mano; abbiamo
contratto le palpebre (temevi la vertigine, o forse
l’ebbrezza di un’ascesa materiale) e ci siamo fatti
alla fine trascinare. E io non so quell’infinito macchinare
dove porti, se sia opportuna allora la memoria, lo sbalzo
umorale che a sé trascina ogni percorso e alla fine
l’appiattirsi
dei gradini, l’invisibile ritorno fin quando è accesa la
corrente.
Noi di certo non passiamo invano: se non altro
permaniamo
nel tape-recording della videosorveglianza.
Te ne vai, al primo piano, a rinchiudere te stessa nello
zero
di un valore scontato metà prezzo (poco importa
se un cappotto lungo fin sulle ginocchia magre, che nascondi
come il grembo del tuo fascino – oh gesù -, il sacrificio,
il darti in pasto al desiderio di più uomini, il
condividersi
per poi raccogliere di sé quanto rimane impenetrabile);
eppure il trucco lo conosci, la favola che fa
novantanove centesimi, uno in resto per la colpa
e mi sorridi e dici vedi caro che non è come dici
che al centro commerciale abita lo zero di noi stessi:
qui ci scontano un centesimo un passo prima della soglia.
*
Essere
I
Essere.
Considera non possa coniugarsi
come
la stella e il lume al cimitero, divisi
in
modi ed apparenze, eppure luce. Potrai
chiederti
cosa spinga l'una o l'altro a perdurare
più a
lungo ad emanare in quale spettro e intensità;
eppure
tu registri le peggiori e le migliori
cose
con la stessa simultaneità - e martedì
la
sera al bar hai detto di tuo figlio e la tv
un
anno dopo le twin towers ed eri incinta:
“al
crollo, un sussulto nella pancia ed ho sorriso” -
E
quindi - dimmi, se sei d'accordo - dopotutto
se
fissiamo l'orologio in un secondo non possiamo
registrare
che uno scatto, uno scarto del presente,
oppure
meglio se lasciamo scorrere lo sguardo
avantindietro,
come l'anno scorso sul calare
di
San Silvestro, sul pendolo in ottone, di riflesso
i
nostri volti assieme deformati in un abbraccio
cadenzato
e senza tempo;
ma
riconoscersi è un inganno? Pensa al vecchio
Freud
un giorno in treno fece un cenno di saluto serio
- come
un buon borghese avvezzo alle maniere
al
suo volto catturato d'improvviso dal riflesso
in
una porta, e il trauma poi del dirsi - sono
davvero
pronto ad accogliere me stesso? Sono
l'io
al di là dello specchio, paradigma mutuato
dal
seme degli incontri? Sono davvero un desiderio? -
II
La
cicatrice è il modo che conosce il corpo
per
coniugare l'essere al passato; il sesso
la
voce che pronuncia ogni accento di una storia.
Al di
là di questo dovrei allora io
considerare
il ricordo dell'altra notte - appunto
è
quello che mi chiedo cosa sia questo pensare
un
ricordo se non rendere il presente virtuale -
l'altra notte – dicevo - qualche nota di
fisiologia?
Ci
siamo incontrati in una nube di altri fatti
(oh! –
bada - questi fatti detta gente)
come
un prodotto della mente di Max Planck?
Forse
ci siamo appassionati troppo al cinema
di
Hitchcock, alle vicende della donna
che
visse due volte, all'uso del flash back
per
poterci mai sganciare dal piacere
delle
cose consuete e travestite in sicurezza;
come
in vacanza sulla costa aspetti sempre
che
la brezza di mare torni dopo
i
sospiri della notte.
III
Ma
credo a volte sia meglio dimenticare
tutto
quanto si conosce attorno al sé; il volume
della
voce, o quello fastidioso della pancia,
il nome
degli amici, il proprio, le sillabe
che
permettono di coglierti adesso in uno spazio
e
chiamare quello spazio lo strappo dello sguardo
sul
tuo corpo ben plasmato.
Dimenticare
e farsi bastare la luce di una gita
al
calare di aprile e distendersi
fra
il maggese in divenire,
(lasciarsi
alle spalle Virgilio e la bella Amarilli - la donzelletta... -
omaggiare
Sophia Coppola e le scene bucoliche in Maria Antonietta)
ed
amarsi se la sera si fa d'oro,
lasciare che la notte sia sigillo.
*
Magranima
Hai
un corpo così magro ma lo specchio
non
affonda il tuo sguardo
con
efficacia sottopelle. Assomigli
all'astronomo
nel pieno di una crisi
che
si affida al telescopio per un posto in paradiso, e pensi
ad
una soglia dove l'anima si possa
oggettivare,
per poi volgersi a te e dire ora
sei
leggera a sufficienza e puoi aderire
al
mio costume buono per la sera, anche se
ti dà
sollievo lo scordare la lezione
sulla
promessa reincarnazione.
Anche
il colore è una moda e pensati
in
autostrada ad osservare i cartelloni
con donne
tinte col gusto di Tiziano e poi
pensa
la pioggia come sgretola la cellulosa e marca
il
passare delle stagioni, considera il telaio
che
sostiene le reclame come un riflesso,
la
struttura del tuo condizionamento e come
questo
porti al tuo umore il fondamento
di un
costante desiderio, la tensione
di un
sempre di nuovo.
Se
dio si pubblicizza nel miracolo,
la tua immagine è affidarsi alla morte.
*
La Notte
Tenera
la notte e in equilibrio quando piove
e
ogni punto sulla mappa sembra il centro
dello
stare, nell'assenza di traiettorie luminose
ed
ombre, percepire l'acqua addosso che ci staglia
in
mille piccole esplosioni contro il corpo,
nel
suo precipitare che fiorisce in un diagramma.
Il
nero della notte, la sua ristretta gamma
noi
due ridotti ad un presagio: la tua voce
senza
fonte, lo sfumare della guancia sullo sfondo,
come
fossi stata immersa, come stesse piano piano
il
tuo volto, i tuoi capelli inghiottendoseli il mare;
allora
fu un prodigio percepire la presenza
della
mano -o forse come credo la propaggine
dell'alba
che avevi un tempo conosciuto e confidavi
sarebbe
un tempo ritornata.
E
quindi qualcosa d'altro
da me
è servito, una fiducia sostanziale
- il
bastarsi da sé è una menzogna senza alcuna attinenza col reale -
per
far scivolare questo nero senza strade, senza porti
in un
reticolo di stringhe illuminate dallo sguardo, il tuo,
quando
annodo le dita ai tuoi capelli e poi li sciolgo, quando
chiudi
gli occhi, senti il male e già prevedi il prossimo
punto del mio precipitare.
Simone Lago
è nato a Cittadella (PD) il 24/12/1983. Vive in un piccolo paese della
provincia padovana, in una delle zone d'Italia col più alto tasso di aziende e
col più basso tasso di quotidiani letti. Studia lettere moderne. Cura in
proprio il blog "Conversazioni private"
ed è collaboratore del Portale di poesia e realtà "La Gru".
|