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[di Davide Nota]
1. Note bio-bibliografiche
Enrico Piergallini è nato nel 1975 nelle Marche. Laureato
in “Letteratura italiana moderna e contemporanea” all’università di Bologna,
vive e lavora a Grottammare (AP). Ha collaborato alle riviste “Filologia e
critica”, “Hortus”, “L’arancio”, “Atelier” e pubblicato testi su molte altre
riviste tra cui “Nostro lunedì”, “Nuovi argomenti” e “La Gru”. Nel 1999 ha vinto la XII edizione del premio
“Sandro Penna” con Tra rocioli disperso (Stamperia dell’arancio, 2000). Nel 2001 ha pubblicato sulle pagine della rivista
“Atelier” una silloge poetica dal titolo Scavi
e scogli. Nel 2006 per le edizioni “La luna”, a cura di Eugenio De
Signoribus, esce invece la plaquette Giacimenti.
2. Un “Bildungsroman” poetico: Tra rocioli
disperso (2000)
Il primo libro poetico del giovane poeta marchigiano
Enrico Piergallini è il resoconto di un’esperienza, quella universitaria, che
si svolge interamente entro le mura di Bologna. Le coordinate geografiche sono
esplicite così come i nomi delle vie, le insegne dei negozi e quelle dei bar.
Non lo fossero, Piergallini apre la raccolta con la lirica “Bologna fu poesia”,
ad illustrare sin dal proemio l’habitat scenico e sentimentale entro cui si
svolge il percorso poetico: Bologna città universitaria, «natale a me
distante», «tavolo sporco di ricordi» da «abbandonare». Tra le pagine di uno
studio vissuto con passione e perizia (tra lecturae Dantis, Canti di Leopardi e
librerie) e relative riflessioni meta-poetiche sullo stile e sul senso della
scrittura, si insinua un universo di esperienze personali, d’amore e
d’amicizia, vissuto con un senso di precarietà sentimentale ed esistenziale che
permea e caratterizza l’intera opera.
Per noi
anime incarbonite,
ad
attenderci sarà anche per noi un’ultima cena
di
racconti nostalgici e finti brindisi.
La
parola che decide, la forbice dell’addio
stringerà
la gola,
tutto
nasconderà una risata
e così
anche noi, come tanti,
sacrificheremo
inutili promesse.
L’ascendenza montaliana è fin troppo chiara: la
parola-forbice che decide e recide, l’ineluttabilità degli eventi, la parola
poetica come consapevolezza amara del sacrificio vitale. Scrive Elio Pecora:
«Dal Novecento italiano Piergallini ha ereditato la nostalgia di un’esistenza
colma, irriflessa. Il pensiero che la parola della poesia sottragga sostanza a
quel che è, e tocca ed esalta e addolora, per trasferirla nell’altrove
dell’arte, lo porta a sentirsi costretto in un limbo, fra “anime incarbonite”».
Eppure «se il timore della fragilità dei sentimenti e la minaccia dell’inerzia
e dell’inedia premono da ogni parte, e il nulla e l’assenza si presentano come
fantasmi invincibili, v’è poi l’amore, come perdita e insieme come ritrovamento
di sé […] perfino nella delusione e nella smentita».
ma se
saettasse un sorriso,
un
cartello indicasse l’inatteso;
se
dietro queste vetrine
– noiosa
domenica crepuscolare
che le
accendi – qualcuno
accusando
la mia inerzia
offrisse
il bivio
[…]
non pone
interrogativi il recidere
ma solo
fiducia e fermezza.
È l’azione vitale che Piergallini, come un giovane Pavese,
brama, e da cui viene invece rigettato dentro ad un «cappotto d’inerzia», nuovo
“osso” montaliano entro le secche di una vita solitaria e aridamente contemplativa.
Per ora
accetto questo vizio:
come
contabile rassegnato,
registro
palpiti d’esistenza
e le sue
finestre
e la mia
avidità.
La “redenzione” verrà, l’inatteso “bivio”, la possibilità
di una “scelta” decisiva: verrà nel pretesto di un’esperienza affettiva, nata
come comunione di solitudini e presto trasformatasi in assenza e distacco:
«Forse è nel vuoto cercarti / che scava la voragine del distacco»; «Tutto
tradisce la tua assenza / e questo nulla ormai non ha più alibi». Eppure è proprio
in questo dolore che si avvera lo scarto agognato, l’anelito vitale che dal
limbo dell’inerzia condurrà il giovane autore al mondo reale degli avvenimenti.
D’improvviso i testi gozzanianamente strabordanti di citazioni (da Dante a
Lacan, da Montale a Sanguineti) vengono abbandonati. Resta un tono
classicamente tragico, bellezziano: un verso che se pure stilisticamente
manierato («scrivo / con la penna d’altri») ha finalmente preso atto, come alla
fine di un vero e proprio romanzo poetico
di formazione, di non essere altro, senza la vita reale, che parola
secca, guscio vuoto:
Se di
tutto un verso dovrà rimanere
non ti
contiene, non ci interessa.
3. La poesia geologica: Scavi e scogli (2001)
Nel giugno del 2001 Enrico Piergallini pubblica sul n. 22
di “Atelier” la silloge Scavi e scogli,
con una nota di Giuliano Ladolfi. Se il punto di vista resta essenzialmente
quello autoriale e soggettivo, l’oggetto della visione si dilata dal
«brulicante formichio» del punto di vista interno, le strade bolognesi, alla
solinga contemplazione di un “paesaggio familiare”, la campagna marchigiana e
la riviera adriatica, che il poeta, conclusa l’esperienza universitaria,
ritrova e canta nelle sue corrosioni fisiche e morali, nelle sue infezioni o
degenerazioni:
La terra
nel fianco del colle
morso
anni fa dalle ruspe
è
annerita come un torsolo marcito.
A proposito di questi testi scrive Luigi-Alberto Sanchi
di «corpo della terra» come «metonimia della Storia» e di, «soprattutto, tema
poetico, poesia geologica, sguardo sulla materia, amore per la morfologia
dell’impasto pietroso dei nostri Appennini […]. Si preannunciano già da questi
brevi esempi i suoni che compongono questa sinfonia della terra, come le vocali
ampie, sovrastate dalle ‘a’ in posizione tonica, il martellare delle consonanti
occlusive, gutturali, spesso geminate, rilevate dalle sibilanti, dalle ‘z’ dure
di alcune parole-chiave come pozzo, spiazzo, palazzo» (da Contro la lingua
di Orfeo, 2006, autoprodotto). Sono soprattutto i verbi utilizzati, aggiungo,
ad esasperare la matericità del dettato (“tossisce sassi”, “s'inserra”,
“s'infossa”, “drenano”) alimentando significativamente la mimesi sonora,
sibilante, di un paesaggio scavato dagli agenti meteorici. È qui l’origine di
quel metodo poetico che rintracceremo soprattutto nell’ultima produzione di
Piergallini e che ho voluto chiamare “Io-mondo” in quanto superamento dell’io
lirico e del soggetto poetico tipico della poesia novecentesca. In Scavi e scogli, pur permanendo l’ombra
del soggetto poetante, questo si traduce a tutti gli effetti in un narratore
poetico onnisciente che introduce il vero protagonista della scena: il suolo.
ormai il
catrame sgrana tra le selci
e
l'asfalto si spella, scopre un lastricato
d'infissi
scorticati
rancidi
panni sporchi
amputati
tricicli dilaniati dissepolti.
Importante è comprendere come la descrizione geologica
del paesaggio naturale coincida in Piergallini anche con il corpo autoriale e
con il dato biografico e psicologico. L’io-mondo che si prefigura è dunque la
coincidenza del tempo soggettivo con quello storico e geologico. Questo lo si
può comprendere sia dal confronto con il primo libro dell’autore marchigiano,
in cui la sensazione di sgretolamento e perdita viene affrontata mediante la
tematica montaliana dello “scarto”, sia analizzando alcuni versi in cui la
complementarietà dei livelli di comprensione è evidente:
forfora
di ghiaie paglia e salnitro
sorreggono
a stento la casa vecchia,
straziata
dalle scosse e dai ricordi
La «casa vecchia, / straziata dalle scosse e dai
ricordi», è un luogo realmente osservato, nella tradizione dell’osservazione
partecipata. Al contempo questa icona del disfacimento naturale si mostra anche
come allegoria di un luogo interiore, pascolianamente soggettivo: la precarietà
esistenziale di un giovane poeta alle prese con un presente metamorfico e con
un passato prossimo già subitamente svanito. A sua volta la medesima immagine
si offre come metafora di un processo storico in atto, la fine dell’epoca
moderna e delle sue tradizioni, i «ricordi», regionali e locali. Scrive difatti
l’autore stesso: «credo di essermi approssimato a quel senso di disfacimento
(di cancrena e di necrosi) che si avverte attraversando i paesi sparpagliati
sotto l’Appennino, soprattutto in pieno inverno. È falsa e superficiale
l’impressione che zone così lontane, rintanate nei fossi, ridotte a qualche
centinaio di abitanti, non siano mai state violentate dalla storia. Al
contrario: esse sono timbrate, ulcerate, masticate anch’esse dai grandi
avvenimenti. Restano sparsi detriti: un miliario, una bandiera lacerata,
qualche distratta allusione in una cronaca mediolatina». Tra «Frantumi,
frattaglie di trattori» e «muri infetti, pustole di vernice, stucchi
sopravvissuti» Enrico Piergallini mette in scena dunque un vero e proprio
“canto della terra” in cui il lavoro antropologico ed archeologico di scavo si
traduce in una compresenza di tracce naturali o antropiche, del passato e del
presente, in uno stato di sospensione della storia e di definitiva “contemporaneità”
di tempo personale, tempo storico e tempo geologico. Così, come fossero memorie
personali, «Pulsano dentro San Giovanni / intestini di macerie…». È il
movimento sotterraneo dei processi naturali che divora, ossidandola, la
presenza storica dell’uomo. Tutto diventa paesaggio: la presenza resto, la vita
osso. Le tracce si disgregano, confondono e compenetrano.
All'improvviso
accanto ad una quercia
un'ossificata
cinquecento s'è inciuffata,
incarnita
d'erba
Anche lo scoglio menzionato sin dal titolo della silloge,
simbolo per antonomasia di resistenza e di forza, è «corroso dall'acido delle
alghe e dal sale» e «Affonderà di questo passo / così, senza sostegno, gonfio
d'acqua». Si prefigura dunque una percezione lucreziana della natura, un sentimento
di precarietà della presenza individuale che si fa ora cifra di una legge
estendibile all’intera storia dell’uomo e dell’universo fisico: la legge
dell’eterna metamorfosi e dei suoi resti.
Un tempo
qui tutto era sommerso dal mare.
Oggi
restano grotte ossibuchi e dentro
quei
tatuaggi di conchiglie...
4. L’io-mondo: Giacimenti
(2005)
“Catalogare i resti prima che si sciolgano […] sarà
senz’altro un’operazione necrofila. Eppure essa tenta di scongiurare la
maledizione che grava ormai sulla natura e sugli uomini”: così scrive
Piergallini ad apertura della breve raccolta Giacimenti, edita per le edizioni “La luna” a cura di Eugenio De
Signoribus. È infatti un conflitto irrimediabile tra l’origine di un disegno
umano, o umanista, e la sua deriva storica, la traccia principale del percorso
poetico, e politico, affrontato dal trentaduenne autore marchigiano: quasi una
traduzione collettiva (e non a caso la forma qui dominante è quella della
vecchia canzone popolare, dagli accenti reiterati e dalla rima sporca a fine
verso) di un discorso già intrapreso su un piano più strettamente lirico e
personale nella precedente silloge Scavi
e scogli.
si
crepano i pontili tramortiti
i
bambini si stringono alle madri
il mare
stupra tronchi tumefatti
e sputa
a riva corpi disperati
nessuno
sulla terra niente ha fondo
né
centro fisso solo lava sciolta
che
sbocca come pus sopra la crosta
e
deforma la geometria del mondo
le
derrate sono salve nella stiva
ma dove
stiperemo i passeggeri?
si
spaccano in più punti gli emisferi
e i
continenti vanno alla deriva
Dove prima era dunque la testimonianza diretta di un
paesaggio marchigiano scavato e corroso dal tempo storico e da quello geologico
(secondo la tradizione dell’osservazione partecipata, dai quadri parigini di Baudelaire alle pasoliniane ceneri di Gramsci) l’io poetico si incarna adesso nell’oggetto
stesso del testo: è la terra-mondo, scavata ed oltraggiata, «cariata e gonfia
d’aria», il corpo del soggetto poetante. Si rilegga il Nietzsche della Nascita della tragedia a proposito del
dato musicale nella poesia popolare: non si tratta più di un soggetto che
analizza un oggetto, ma dell’oggetto stesso che si dispiega mediante il
soggetto. Questa trasformazione dell’io lirico è forse uno dei cambiamenti più
importanti che questo ultimo decennio di nuova poesia italiana ci offre, ed
Enrico Piergallini è certamente uno dei principali e silenziosi artefici di
questa trasformazione. Non ci si stupisca di trovarsi dunque di fronte alla
voce di una terra incarnata, o di una carne interrata, che canta:
al
casolare afflitto dalle pene
serrate
i catenacci delle porte
ha
ingrassato con il sangue queste porche
raccogliemmo
solo acqua dalle vene
ma dove
t’incammini tutta sola
lo
scialle è troppo corto e fino fino
non
perderti nel fosso c’è una gola
dove
muoiono anche i raggi del mattino
«ma dove
siete andati voi lontani
mi sono
fatta cava per accogliervi
se ho
riempito la casa di veleni
era per
conservare gli orti per nutrirvi»
La poesia di Enrico Piergallini si gioca tutta nel segno
di questa tradizione lirica-popolare, pascoliana nella scelta onnivora ed
onnicomprensiva del lessico che può variare dal tecnico-scientifico al
neo-volgare, senza perdere in alcun modo una linearità stilistica che possiamo
definire sabiana. Come ho già scritto altrove: “paradossalmente nel nostro
paese è molto difficile non fare poesia lirica, lo hanno già spiegato in molti;
quello che però non si è detto è che allo stesso tempo farla
è assolutamente impossibile”. Giacimenti,
con le sue banchine abbandonate, i suoi asili gonfi di fango come pattumiere,
le betoniere stridenti e i monti mutilati,
è il frutto estetico più riuscito di questo paradosso. Ha parlato
Luigi-Alberto Sanchi a proposito delle ultime poesie di Piergallini di “corpo
della terra” come “metonimia della Storia”, e queste nove canzoni sono infatti
delle vere e proprie scorie di civiltà sopravvissute al piallamento corrosivo
del tempo: gli ultimi detriti di una storia prossima a sciogliersi
definitivamente nell’oceano acido della contemporaneità. L’autore li raccoglie
e tramanda, senz’altra speranza che non sia quella disperatissima della
testimonianza: da nuovo sopravvissuto, ossessionato da un’idea della morte che
lo perseguita, costringendolo a vivere in una perenne forma di “precariato
esistenziale”. Così come tutti i suoi personaggi: da Renetta, spinta «verso il
fondo», «in un tempo che ci trita come avanzi», ai pescatori «falliti» che
«svendono le barche / tentano lavori altrove» e non sanno se fare alle corde un
«cappio per l’attracco» o «per impiccarsi
alla banchina»; dalla donna «inchiavata dentro la prigione» i cui «resti sparsi
unghiate sulla porta» saranno presto cancellati dal cemento «vomitato» dalla
betoniera, alla perpetua del paese morta «col suo naso schiacciato come un
porco». È questo il mondo testimoniato da Enrico Piergallini: un universo di
«corpi disperati», «tronchi tumefatti» sputati a riva, ferite parziali di un
più ampio movimento tellurico: la deriva dei continenti. Se in Giacimenti possiamo quindi parlare di
“io-mondo”, e non più di “io lirico”, è proprio per questa totale ed assoluta
coincidenza di storia personale, collettiva e geologica. Enrico Piergallini ci
dona con questa brevissima plaquette un tassello essenziale all’interno del
variegato mosaico della nuova poesia italiana, promettendo una sicura
evoluzione, forse traumatica, di questa «vita senza storia» «compressa / dentro
strati geologici e calanchi».
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