[di Raimondo Iemma]
Ai giovani poeti e ai vent'anni
Ho sempre amato le parole di congedo, come fossero le uniche
sincere. “Abolisco la memoria ignoro il rimpianto” recita il primo verso di una
delle poesie di Ruggine, l’ultimo
(forse in tutti i sensi) libro di Nelo Risi, classe 1920, uscito nel 2004. Un
libro imperfetto e bellissimo, proteso, quasi con ostinato orgoglio, verso
l’oblio. Hanno ben poco di cerimonioso (per citare un altro storico congedo, tuttavia lontano dal sentimento
di Risi) questi versi intaccati dalla ruggine, che si è posata insieme con la
vecchiaia, qui arrive brusquement, comme
la neige, come recita Jules Renard in epigrafe al testo. Ma se già a
trentasei anni Risi scriveva
(…)
È vecchia ruggine,
corre le strade
e rode,
solo le armi
unte
lucide e pronte
ne sono immuni:
vien su con passo di
testuggine
e spande
come un sudario di
nafta in acque fresche [1].
vien forse da pensare che in fondo tutto, anche la
vecchiaia, nasca con noi, e si conservi per svelarsi con i suoi tempi, nei modi
suoi. Sarebbe allora errato il giudizio di Maurizio Cucchi quando sostiene che
in Ruggine Risi si presenta come un
poeta “tutt’altro che arrugginito o in dismissione" [2]. È invece
proprio questo a rapirci: quel sublime sentimento di resa. Tutto il libro ne è
pervaso. Ci sono passaggi, brevi istanti, in cui pare che Risi riesca a
contemplare la vita come da un osservatorio neutro. A questo modo nascono versi
imperfetti, come inadeguati, radicati nel presente ma, ugualmente, fuori da
ogni concezione di tempo:
Nell’intrico della mia stanza
il
vento volta le pagine sulle cose del mondo
ci
vorrebbe un ente intermedio
tra
dio e gli uomini
per
parare quest’invasione di fantasmi
oppure:
Oggi
né ali né voli
ho
preso in mano il dolore
oh! niente a che fare
con stati d’animo in prospettiva o percezioni
solo un inciampo con conseguenze ospedaliere
presegio di avvenimenti futuri
nelle fitte che avanzano a gradi
scopro l’utilità della sofferenza
o ancora:
Il passato non è vita
la vita che si vive è quella
che giorno per giorno uno è chiamato
a vivere nell’atto
strofa che istintivamente rimanda al pasoliniano “Solo
l’amare, solo il conoscere / conta”, come ne fosse una macchinosa riedizione.
Non solamente il rifiuto di un inutile tentativo di bilancio con il passato. Quel che emoziona è
soprattutto la deriva verso l’ignoto, un indefinito altrove che sarà tutt’uno
con la materia dell’universo: “già non è più la Terra / tutte le telecamere
puntate / giusto il tempo d’imbarcarsi / liberi dalla gravità il futuro / è
nello spazio”.
Ogni tempo va vissuto, anche in poesia. Ma l’insegnamento di
Risi – involontario, forse – andrebbe accolto con il giusto riguardo. Quello di
scrivere “pur sapendo che consumare la vita da homo scribens / (in parte
disattesa) non sta nella scrittura / o nel cercare rifugio in paradisi di
conforto” [3]. Licenziando ogni testo come un piccolo congedo.
E allora che fare poesia nei vent’anni, negli esordi, significhi davvero non
celare nulla di ciò che anima il proprio disegno poetico. Nemmeno la poca,
forse rada ruggine che si fa strada nei versi.
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[1] da Polso teso, Mondadori,
Milano 1956
[2] dall’introduzione a Di certe cose (poesie 1953 – 2005), Mondadori, Milano 2006.
[3] da Altro da dire, Mondadori,
Milano 2000
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