|
[di Stefano Sanchini]
Aderire o non aderire? La questione non si
pone per me […]. E’ la mia rivoluzione.
Vladimir Majakovskij
… sento i passi nei corridoi della redazione de La Gru,
sono i passi sicuri e determinati di Vladimir Majakovskij
entra nella stanza, non dice nulla non dice buongiorno
si siede su uno sgabello basso e nero; è seduto di lato e
tace,
alle sue spalle una parete ammuffita come deve essere
in una redazione squattrinata che non è scesa a compromessi
con nessuno.
Sul pavimento di tavole chiodate gli stivali in cuoio neri
riflettono la luce seppure bassa della lampada ad olio che
ci divide;
nella mano destra tiene un elegante cappello bianco
nella sinistra una sigaretta accesa; Majakovskij fuma con la
sinistra
tutta la sua ansia eppure è lì, fermo e in attesa
con la sua fronte spaziosa con le sue orecchie attente
con barba e capelli rasati, i suoi occhi sembrano avere
trovato
il varco nei miei, per farmi uscire da dentro la voce…
Stefano Sanchini: Non sono un giornalista, questa
intervista è dovuta per amore, ma entriamo subito nella questione: quali
consigli darebbe ai redattori di una rivista di poesia e realtà quale La Gru?
Vladimir Majakovskij: I
letterati “puri” sbraitano: il giornale svilisce lo stile, il giornale per colpa
della quotidianità distoglie dai temi più profondi […]. Il giornalista è
contrario ai temi profondi. Fesserie! Sì, esigiamo una letteratura basata sui
fatti. La pochezza del tema coincide con l’insignificanza dei dati raccolti.
[…] La differenza fra il giornalista e lo scrittore non è una differenza di
scopi, ma solo una differenza di elaborazione verbale. […] Un’opera poetica
pura, da rivista letteraria, segue un solo criterio: “piacere”. Il lavoro
giornalistico porta il poeta a tenere presenti altri criteri: “giusto”,
“attuale”, “importante”, “generale”, “verificato” e così via. Queste istanze
sollecitano l’inventiva poetica.
S.S.: In Italia oggi vi sono tantissimi “letterati puri”
come lei li ha definiti. Nelle loro riviste le problematiche sociali sono
considerate basse, impoetiche, svilenti. Noi al contrario ci chiediamo come
possa la poesia non occuparsi della realtà, occupandosi dell’esistenza.
V.M.: Bisognerebbe
pregare i signori poeti di scendere dal cielo in terra. Ti vanti di avere una
buona padronanza della parola? Sii buono, scrivi un modello di “Deliberazione
del comitato locale sulla raccolta delle immondizie fuori del cortile”. Non
vuoi? Dici di avere uno stile più elevato? Dunque scrivi un esemplare articolo
di fondo rivolto ai popoli del globo: può esserci forse compito più elevato?
Solo allora crederemo che le tue esercitazioni nel campo della poesia abbiano
un reale significato, che il tuo nobile lavoro possa essere utilizzato per
migliorare la vita degli uomini. Allora nessuno avrà da ridire neanche sulle
tue poesie nebulose e incomprensibili. Ma allo stato attuale, nel campo
dell’arte verbale abbiamo soltanto ingegneri e neanche un operaio o un
artigiano. E allora, che senso hanno i progetti elevati?
S.S.: Molti giovani poeti per uscire fuori, nel senso
etimologico di esistere, partecipano a festival o premi letterari organizzati
dalle “corti della poesia pura” di cui poco fa abbiamo parlato. Come
bisognerebbe secondo lei valutare il lavoro di uno scrittore?
V.M.: Noi dobbiamo
sottoporre a un nuovo esame gli scrittori, prescindendo dal tipo di arma
verbale usata e in base al loro significato sociale. E, una volta effettuato
questo riesame, chissà che non accada che i “plebei” dovranno rivoltarsi contro
gli aristocratici della letteratura? […] E ancora: abbandonare lo spirito
letterario aristocratico, che considera solo il verso pubblicato come poesia,
mentre bisogna sapere che anche un verso non pienamente elaborato è ugualmente
un lavoro poetico, che solo un accademico-aristocratico non chiama poesia.
S.S.: In questa conversazione lei ha parlato di
“letterati puri”, di “aristocratici”. Loro per controparte continuano a
definire lei, come Pasolini, Neruda o Hikmet, solo per citarne alcuni, dei
“non-poeti”. Altre volte con la complicità di grandi case editrici riescono
a cancellare il lavoro di un poeta,
pubblicando di questo, “solo le poesie d’amore” o impedendone la traduzione in
altre lingue. Cosa ne pensa?
V.M.: Una cosa ci è
chiara: siamo stati noi a inaugurare la prima pagina della storia delle arti
contemporanee.
S.S.: Qual è la sua definizione di poesia?
V.M.: Vi sono state
molte definizioni contraddittorie di poesia. Noi formuliamo l’unica giusta e
nuova: “la poesia è una via verso il socialismo”.
S.S.: C’è secondo lei nella tradizione una quartina che
potrebbe esprimere la definizione che ha appena formulato sulla poesia?
V.M.: …l’
Evgenij Onegin…l’incanto della quartina:
Lo so, è segnato il mio destino;
Ma perché si prolunghi la mia vita,
Io debbo essere certo ogni mattino,
Di vedermi con voi prima di sera…
S.S.: Quale senso ha avuto la poesia nella sua vita?
V.M.: In tutta la
mia vita non ho lavorato per creare cosette belline e carezzare l’orecchio
umano, ma le cose si sono sempre disposte in modo da dare sempre dispiaceri a
tutti. Sostanzialmente il mio lavoro si basa sull’ingiuria, sul sarcasmo contro
ciò che mi sembra ingiusto e contro cui bisogna lottare. Venti anni del mio
lavoro letterario non sono stati altro, per dirla in maniera semplice, che un
ceffone letterario non nel senso letterario della parola, ma nel senso
migliore: cioè in ogni istante è stato necessario difendere una determinata
posizione letteraria rivoluzionaria, lottare per essa e contro l’inerzia che si
incontra…
S.S.: Spesso nei suoi interventi critici ha attaccato
aspramente altri poeti della sua nazione. Quale è stato il vero rapporto tra i
poeti russi?
V.M.: Va detto che
né Aseev, intervenuto contro Esenin, né io, né gli altri, abbiamo mai
considerato determinante per la nostra vita nessun personaggio poetico.
Sappiamo che per ognuno di noi la letteratura è un tiro al quale siamo tutti
attaccati, senza distinguere chi sia due, tre o quattro volte più dotato di
forze poetiche o cavalline. Perciò la questione delle valutazioni individuali
ci assilla ben poco.
S.S.: La “Rivoluzione russa” ha introdotto nuovi mezzi e
tecniche. Pensa che questo spirito del “nuovo” sia andato a scapito della
tradizione?
V.M.: No, la
rivoluzione non è un’interruzione della tradizione. La rivoluzione non ha annullato
nessuna delle sue conquiste, ne ha accresciuto la forza con risorse materiali e
tecniche. Il libro non elimina la tribuna. A suo tempo ha già eliminato il
manoscritto. Il manoscritto non è che il principio del libro. La tribuna, il
palcoscenico, saranno continuati, ampliati dalla radio. La radio: ecco un
ulteriore progresso(tra gli altri) della parola, dello slogan, della poesia. La
poesia ha cessato di essere unicamente ciò che si vede con gli occhi. […] Io
non voto contro il libro. Ma chiedo quindici minuti alla radio. Rivendico più
forte dei violinisti, il diritto a incidere dischi.
S.S.: Ecco oltre la radio oggi si aprono nuovi mezzi di
comunicazione che lei non ha avuto modo di sperimentare come Internet, ma al
suo tempo iniziava il cinema…
V.M.: Per voi il
cinema è spettacolo.
Per me, quasi una concezione del
mondo.
Il cinema è veicolo di movimento.
Il cinema è innovazione delle
letterature.
Il cinema è distruzione
dell’estetica.
Il cinema
è audacia.
Il cinema è sport.
Il cinema è diffusione delle
idee.
Ma il cinema è malato. Il
capitalismo lo ha accecato, riempiendogli gli occhi d’oro. Abili imprenditori
lo portano per la manina lungo le strade. Accumulano denaro grazie a soggettini
piagnucolosi che toccano il cuore.
Ciò deve finire.
S.S.: Ricordo queste parole, le scrisse nel 1922 in CINEMA E CINEMA e
ricordo il seguito; in questi anni il problema che lei esprimeva già allora, si
è aggravato, ma con tanta fatica e sacrifici ci sono stati registi e attori che
hanno continuato la loro ricerca artistica, può dire qualcosa per incoraggiarli
a continuare su questa strada?
V.M.: Ai lavoratori
del cinema resta un’unica consolazione: “Le direzioni passano, l’arte rimane”.
S.S.: Grazie di tutto poeta Majakovskij, lei si è
suicidato il 14 aprile del 1930, per congedarmi da lei vorrei leggerle i versi
che Pasternak scrisse quell’anno e che forse in tutto questo tempo nessuno le
ha mai letto:
Morte d'un poeta
Non ci credevano, pensavano: fandonie,
lo apprendevano da due, da tre, da tutti.
Si mettevano a fianco nella riga
del suo tempo fermatosi di botto
case di mogli di impiegati e di mercanti,
cortili ed alberi sui quali
i corvi, nel fumo d’un sole rovente,
urlavano eccitati contro le cornacchie,
perché le stolte d’ora innanzi non ficcassero
il naso nel peccato, alla malora.
Ma c’era sui volti un umido spostamento
come fra le pieghe d’una strappata vangaiuola.
Era un giorno, un innocuo giorno, più innocuo
d’una decina di precedenti giorni tuoi.
Si affollavano, allineandosi nell’anticamera,
come se lo sparo li avesse allineati.
Tu dormivi, spianato il letto sulla maldicenza,
dormivi e, cessato ogni palpito, eri placido,-
bello, ventiduenne,
come aveva predetto il tuo tetrattico.
Tu dormivi, stringendo al cuscino la guancia,
dormivi a piene gambe, a pieni mallèoli,
inserendoti ancora una volta di colpo
nella schiera delle leggende giovani.
Tu ti inseristi in esse più sensibilmente,
perché le avevi raggiunte d’un balzo.
Il tuo sparo fu simile a un Etna
in un pianoro di codardi e di codarde.
_____________________________
Tutte le risposte di Vl. Majakovskij sono liberamente tratte
da Vladimir Majakovskij, “Compagno Governo, Gli Scritti Politici”, ed. Ponte alle Grazie
1998.
La poesia “Morte
d’un poeta” da Boris Pasternak, “Poesie”, ed. Einaudi, traduzione di Angelo Maria Ripellino.
|