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[di Gianluca Pulsoni / Matteo Boscarol]
La sorpresa davanti alla contingenza
non si deve fondare solo sul presente.
Possiamo dare alla sorpresa una base volta verso l’avvenire.
La contingenza è infatti la tangente dell’impossibile col possibile
Shuzo Kuki
[1]
a Matteo Boscarol
Introduzione
La storia della cultura e la stessa antropologia oggi spingono celebri cultural studies ad indagare il contatto presente e assente tra le civiltà contemporanee: con un mondo diventato non luogo, e una continua variazione e oscillazione tra qui e altrove, globalismi e localismi, patria e confine, identità e alterità. Tutto muta, tutto però spesso non torna. E qui inizia se vogliamo l’obiettivo serio dello studioso: nell’intenzione di scoprire i mutamenti che si nascondono dietro le parvenze e le forme del presente.
E se la postura dell’antropologo diventa allora strumento principale del percorso tra le rovine del presente, dove capitale diventa il dogma antropologico della sospensione del giudizio, fondamentale diventa allora la seconda misura per percepire – non spiegare, capire, razionalizzare, ma illuminare, carpire, valorizzare – l’altro: la comparazione. È fatale che sia così. Se poi pensiamo e andiamo indietro con lo sguardo, all’antropologia prima dell’antropologia, a Erodoto, a Platone, ad Hobbes, a Kant… scopriamo già qualcosa di inconscio: che l’umano ha come principio l’atto di condivisione, l’atto di relazione-opposizione. E quindi intuiamo come il primo modo (dall’etimo, “misura”) inerente alla conoscenza, e quindi alla memoria, sia proprio l’atto comparativo. Esso, forzando un po’ le cose, è davvero sempre presente e latente in molti ragionamenti riferiti all’azione. E alla comprensione di una azione.
L’oriente, l’occidente: l’altrove, il qui. Ogni discorso, sia pure quello inerente a mode glocal, oppure di carattere politico, storico, analitico etc. ha bisogno di riferimenti spaziali: limiti o semplici paletti. Ma soprattutto ogni discorso, logo-centrico, etno-centrico, euro-centrico, mostra latenti le proprie contraddizioni come falde primarie dove gli opposti si organizzano come metafore dei non luoghi e orizzonti di senso, estendendo il discorso nell’organizzazione e nello sviluppo. Così allora la metafora dell’oriente funzionerebbe come sineddoche di uno sconfinamento: un eccesso del discorso che, a partire dalle voci di alcune tematiche possa articolare un corpo di relazioni e immagini viventi di un panorama culturale a noi il più possibile vicino.
L’oriente, d’altronde, è stato sempre per l’occidentale meta incontrastata dove andava a finire la frenesia e l’occupazione della vita sociale. E ancora oggi resiste tale luogo comune. Sembra assurdo: ancora europei e americani e dunque la modernità predominante e capitalistica, per non parlare poi dell’industria e dei suoi soggetti più potenti (considerando australiani e anglofoni dentro questo medesimo circo, per affinità di moneta oltreché di lingua) inseguono il sogno di un prolungamento nell’oriente. Di una colonizzazione reale di tale spazio. E non basta più una colonizzazione dell’immaginario: l’occidentalismo come senso arriva allora a riflettersi nel pensiero come risultato e simulacro, a discapito di qualsiasi affermazione e ammonimento davvero tali (cfr. E.Said, Orientalismo). Con esiti simili a scosse telluriche: ma che hanno prodotto fenomeni assolutamente moderni e però estranei alla logica di tale culturalizzazione. Come per esempio il Giappone e la sua modernità [2], oggetto e soggetto di lavori di raffinate esegesi.
L’interesse che mi muove, nella maniera più passionale possibile, è quello a cercare di focalizzare per “La Gru” uno spazio di una rubrica capace di rendersi come una fessura e buco nero, tra i concetti e i discorsi. Una specie di spazio aleatorio e obliquo dentro l’architettura di questo foglio-mondo. Dove l’aura dell’oriente e di un necessario orientalismo della visione – che non vuol dire alambicco formale, filo-islamismo, anti-occidentalismo, anti-cristianesimo – diventi prassi metodologica, come verità-ponte fondamentale per passare da una sospensione del giudizio a un necessario e continuo cambiamento del punto di vista per una moltiplicazione e focalizzazione dello stesso fenomeno, al di là del bene e del male: per una produzione di una vera e propria logica dell’evento. Come diceva Pasternak del poeta,“colui che vede ciò che è visibile a due isolatamente”, così l’antropologo. O meglio, così è lo sguardo antropologico, se abitato. Un esempio? Il cambiamento che scorre nell’indicare una massa di gente un popolo, un pubblico, una “cultura”. Sono tre definizioni che possono essere giuste e applicabili allo stesso soggetto, a seconda delle situazioni a cui noi ci riferiamo (e quindi, per conseguenza, sono tre definizioni che implicano, per l’utilizzo che ne potremmo fare, in questo modo, un significato simile, iscritto ad un medesimo discorso). Ma poi, a ben guardare e leggere la storia di tali parole, esse sono di significato totalmente diverso le une nei confronti delle altre. E scegliere una al posto dell’altra, implicherebbe una certa significazione tale da modificare il senso del nostro discorso. E in maniera decisiva. Ed è proprio tale nucleo-giogo, tale inviluppo di nessi inclusivi ed esclusivi, impliciti nella logica del linguaggio e di ogni discorso, che necessita ogni volta di una nuova interpretazione che riesca a smontare un fenomeno nella continuità dell’osservazione, producendo quell’arte del momento che già in Benjamin, nelle Tesi, veniva chiamata “dialettica in stato d’arresto”: quel momento in cui ricapitolano tutte le partizioni statiche della cultura, in cui linguaggio e politica si “scornano” sulla faglia della rappresentazione e sulla soglia della storia. Solo da qui si può partire ed è qui che spesso il ragionamento finisce: punto di vista e di fuga di nuovi e possibili angoli di osservazione su continuità e discontinuità storiche.
Ma si può dire meglio, si può dire altro. Anzitutto ancora sull’oriente. E a partire dal Giappone. Il lavoro che qui, con l’aiuto di Matteo Boscarol, responsabile di questo campo sperimentale, andremo a fare, riguarderà, attraverso varie forme aperte – l’intervista, l’intervento, il glossario, il saggio, la recensione, il reportage etc. – una indagine volta a produrre costanti riferimenti per una continua verifica dei discorsi-soggetti de “La Gru”. Come se questa rubrica divenisse una sorta di cartina da tornasole dell’engagément redazionale, una specie di prolungamento e limite estremo di tale fuoco. Che renda l’idea di oriente come tale, nei limiti e nella forza quindi di un discorso nato occidentalizzato: ovvero una idea che sia supporto culturale per una ricerca che sia linea di fuga dai dettami e dagli anfratti di una logica occitanica stretta: per arrivare poi ad uno sguardo analitico diverso, come sospeso, in tale orientale punto di vista. Ma che sia anche una specie di muro, su cui tali temi possano rimbalzare e urtare l’altro diversamente. Oppure ritornare al mittente, con forza diversa.
Che ogni soggetto allora, diventi resistenza, inassimilabile, non totalmente inquadrabile, non circoscrivibile: questo sarebbe l’auspicio. L’attributo poi, è una questione di tono.
Oriente, orientalismo, in quanto non detto e ombra della cultura occidentale: in seno alla stessa cultura occidentale, la nostra aliena e materna cultura.
E RESITENZE ORIENTALI è il nome, dunque, di tale avventura.
Gianluca Pulsoni
ASIMMETRIA 1#
[di Matteo Boscarol]
dalla genesi del mondo al mondo in continua genesi
La simmetria ci dà un'immagine già formata, perfettamente stabile, bilanciata, da contemplare. E` un inizio o una fine, una partenza o un arrivo, il bilanciamento degli opposti, la stabilità di un'opera d'arte, la sua compiutezza e quindi la sua morale.
L'asimmetrico ci propone uno sbilanciamento, una mancanza, un vuoto che rivela però la potenza dinamica dell`imperfetto.
"La stanza del tè è il domicilio del non-simmetrico nella misura in cui è consacrata all'adorazione dell'imperfetto - lasciando qualcosa di non finito affinché il gioco dell'immaginazione lo completi"
L'asimmetria ci chiama, ci sveglia dal torpore piccolo borghese di spettatori soddisfatti e ci invita ad essere attivi, a partecipare alla definizione ed al significato dell`opera stessa. Che non significa cedere all`errore dell` interpretazione ma percepire l`arte e il suo corollario chiamato realtà come qualcosa di essenzialmente dinamico, che continuamente va messo in discussione e quindi creato. Dalla genesi del mondo al mondo in continua genesi.
ikebana
metropoli nipponica
haiku
giardino giapponese
la musica noise
calligrafia
metabolisti
Ecco alcuni elementi abbastanza eterogenei che caratterizzano il panorama nipponico contemporaneo ma che in qualche maniera sono tutti legati tra loro, accomunati da un `estetica che ha il suo tratto più peculiare nel binomio asimmetria/imperfezione.
Il pregio più grande che l`asimmetria dona e` quasi soteriologico, ci può liberare infatti da una delle ossessioni più nefaste: l`ossessione totalizzante del centro.
In una composizione floreale (ikebana), la disparità degli elementi usati e la loro collocazione spaziale apparentemente casuale, fa sì che nessuna parte sia a priori la più importante, quella da cui scaturisce il significato di tutto l`oggetto. Ciò che qui importa e` la relazione che i vari elementi creano tra di loro, una dinamica che non può non coinvolgere anche chi osserva e che entra così nella composizione stessa.
Questo processo è molto più facilmente visibile e fruibile quando si passeggia in un giardino giapponese dove il nostro camminare diventa parte integrante delle relazioni che i vari alberi, pietre, muschio e stagni tessono reciprocamente nello spazio.
“La natura dinamica dello zen e della filosofia taoista sottolinea in maniera più marcata il processo attraverso il quale si cerca la perfezione, piuttosto che la perfezione stessa”
Spingendo all`estremo questi concetti si potrà allora percepire anche la grande metropoli giapponese come processo piuttosto che come realtà. Edifici di stile, forma e colori diversi inseriti in un contesto urbanistico folle, quasi privo di piano regolatore formano un caos germinativo in continuo movimento, una seconda natura che scaturisce dall`assoluta artificialità della metropoli. La vita media di un edificio giapponese e` brevissima, anche considerando l`alta sismicità dell`arcipelago nipponico, e un quartiere molto spesso cambia completamente aspetto in meno di dieci anni tanto da diventar irriconoscibile.
Ancora una volta ciò che più salta agli occhi di un osservatore occidentale è la mancanza di un vero e proprio centro: la piazza o la zona storica principale che sono il nucleo delle città europee e` quasi assente, o meglio, la deriva urbanistica ha contribuito a moltiplicarne i centri. La città giapponese probabilmente non e` una città “bella”, manca di omogeneità, di uno stile, non e` una città museo e non va quindi contemplata. Bisogna entrarci, viverla, ma soprattutto parteciparvi per scoprire le mille possibilità che ci può offrire, potenziali che già erano stati intuiti negli anni sessanta dal gruppo dei “Metabolisti”.
“nel vecchio stagno
una rana si tuffa
il rumore dell`acqua”
Asimmetria implica diversità, diversità che non si appiattisce in superamento, 1 + 1 = 2, ma differenze che si affermano, 1 + 1 + 1 …, un ramo + un fiore secco + un pesce che salta dall'acqua + una montagna….
Leggendo un haiku non trovo un'immagine in cui il significato si rapprende e di cui le altre parti sono solo versi ancillari, chiose. Non c'è un climax, è una superficie piatta su cui l'occhio o la mente scivola, passa e va oltre. Peregrinando, lo sguardo ed il pensiero non si fissano e non fissandosi rivelano la nostra assenza. L'asimmetria scava (rivela) la mancanza che noi siamo, un vuoto attivo che ridimensiona la piccola psicologia del quotidiano e ci esteriorizza tra le cose.
“Di solito traggo ispirazione dalle cose casuali, imperfette.
Qui su questo tavolo, questa venatura nel legno ad esempio.”
Parola di Yamamoto Seiichi, musicista d`avanguardia.
"Prima di tutto lasciatemi dire che la simmetria è dannosa, l'asimmetria è dannosa, evitatele tutte e due."
Ando Tadao, architetto.
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