[di Loris Ferri]
1. migrazioni
Eccoci qua. Di nuovo. Mi sembra giusto ripartire da dove si
era chiuso, da dove ci si era fermati
con il cartaceo perché nulla di quello che si è detto, possa andare
perduto. Ora, scavata la patina superficiale va affondato il colpo; in effetti
riparto per una mia innata passione, che potrei definire tensione inevitabile e
umana, verso l’altro lato, l’altra faccia di questa nostra Europa. Guardo ad
est, ai Balcani, all’altra sponda che divide l’Adriatico, nel tentativo di
risalire a poco a poco la risacca mediterranea e la sua perenne e feconda
osmosi culturale…
Quanto siamo poveri.
Io in Italia vivo alla giornata
tu in Lushnje non riesci a bere un caffè nero
la nostra colpa: amiamo la terra
la nostra condanna: vivere soli divisi dall’acqua buia
ritornerò in autunno come Costantino
mentre sulle colline natali tu già hai raccolto l’origano
da portare nella mia stanza ancora sgombra
ora vivo al posto di me stesso
lontano da un paese che divora i propri figli
(Gezim Hajdari, da Stigmate)
2. nota
bio-bibliografica
Tutto questo non è un caso, né tanto meno lo è Gezim Hajdari,
nato nel 1957 a
Lushnje, Albania. Si è laureato in lettere albanesi a Elbasan e in lettere moderne
alla Sapienza di Roma. Nel 1990 dopo cinque anni di censura pubblica la sua
raccolta di poesie Antologia della
pioggia, edita per la casa editrice N. Frasheri, con sede a Tirana. La
raccolta successiva, Il diario del bosco,
viene anch’esso censurato, ma mai pubblicato. Nel 1991 fonda insieme ad altri
intellettuali albanesi il giornale “Il momento della parola” di cui diviene
vice-direttore. Collabora al giornale nazionale “Republika” e insegna
letteratura nella città di origine. Nel 1992 come documenterà nel suo “Poema
dell’esilio” è costretto a lasciare il proprio paese. Da allora vive come esule
in Italia, a Frosinone (di cui è divenuto cittadino onorario per meriti
letterari). Gezim Hajdari scrive sia in albanese che in italiano e tra le sue opere
pubblicate troviamo: Erbamara, Antologia della pioggia, Ombra di cane, Sassi contro il vento, Pietre
di confine, Corpo presente, Stigmate, Spine nere, San Pedro Cutud:
viaggio negli inferi del tropico, Maldiluna,
Poema
dell’esilio e Muzungu: diario in nero.
3. eresia del corpo:
Stigmate (Vrage, Besa 2002)
“Io non vi rubo
né ricchezza né gloria / non voglio possedere altro che il mio corpo”
Nella sua relazione sulle “Differenze culturali di origine:
conflitto o pluralità?” Hajdari espone, a mio parere, un concetto molto
interessante riguardante la genesi della letteratura europea; in effetti viene
ribadito il nesso della non unità pura ed omogenea di tale genesi, ma di una
formazione eterogenea, o “corrispondenza” feconda data da più letterature (mi
correggo e per dirla in maniera esemplare: ecco “les vases communicants”)… Il
presupposto che ne sta alla base è la considerazione del fatto che “L’Europa è
nata dalla migrazione” per ammissione stessa del poeta. Ora tutto questo
potrebbe apparire una ammissione eretica, se analizzassimo la tendenza
ortodossa (sulla falsa riga del secolo appena trascorso) per cui il secolo
ventuno si sta aprendo ad un ritorno formale ed ideologico al nazionalismo più
intransigente; o sottonazionalismo, con tutte le conseguenti spinte di
indipendentismo formalistico. Lo specchio visibile, è riconducibile al
dibattito aperto, in questi anni, sull’implicazione diretta del “concetto di
identità” e alla condizione sempre più palese degli esseri umani a vedersi come
identità monolitiche, granitiche (non pirandellianamente “in potenza”), erette
sui pilastri della nomenclatura burocratica e patriota, etnie macroscopicamente
kafkiane che rivendicano i simulacri dell’intolleranza verso la diversità; del
resto è direttamente proporzionale il sintomo per cui crescendo l’odio nei confronti
di tutto ciò che si tende a credere diverso (badate! centrale è il concetto di
“credenza” in questo discorso) e maggiore, o omologatorio, sarà il
riconoscimento di ciò che vediamo attorno di più simile a noi. Questo compito
al potere è facilitato, vista la prassi secondo cui il rapporto tra gruppi
umani eterogenei viene vissuto e interpretato in primo luogo attraverso la sovrastruttura,
in linea di massima attraverso il “possesso” individuale. Ma si sa: «l’occhio
non vede se non, ciò per cui è stato educato a vedere» (La via del Carnocchio, S. Sanchini). Hajdari sottolinea nella sua
tesi due punti: «il poeta più che
cittadino è ospite del mondo. Rivendicare violentemente una patria è
devastante, ciò che conta oggi è la patria del corpo»; e citando H. Martì: «vengo da tutte le parti e vado da
tutte le parti».
Apro una parentesi. Esaustiva credo, per il percorso che sto
seguendo, e riguarda uno dei temi centrali dell’ultimo lavoro poetico di G. D’Elia:
Trovatori. E mi riferisco ad un
aspetto della teoresi da cui l’architettura compositiva muove le fila;
l’origine dell’Europa è un fatto culturale e poetico. E in quanto tale nasce da
una relazione profonda di lingue e corpi, fisicamente vivi o in memoria (le
stesse voci che compongono il montaggio teatrale del testo).
Ogni giorno creo una nuova patria
in cui muoio e rinasco quando voglio
una patria senza mappe né bandiere
celebrata dai tuoi occhi profondi
che mi accompagnano per tutto il tempo
del viaggio verso cieli fragili
in tutte le terre io dormo innamorato
in tutte le dimore mi sveglio bambino
la mia chiave può aprire ogni confine
e le porte di ogni prigione nera
ritorni e partenze eterne il mio essere
[…]
da fuoco a fuoco da acqua a acqua
l’inno delle mie patrie è il canto del merlo
ed io lo canto in ogni stagione calante
che sorge dalla tua fronte di luce e di stelle
con la volontà eterna del sole
(Gezim Hajdari, da
Stigmate)
Ecco perché insisto, come già per altri autori, in primis
Mandel’stam sul concetto di “eresia del corpo”; prima di tutto perché è lo
stesso autore a codificarne l’esegesi e secondo perché la corporeità si muove
su un doppio livello: 1. il corpo del
soggetto (per Hajdari il passato albanese, il vincolo con la terra dell’infanzia,
la nascita e la condizione umana dell’esiliato, la resistenza strenua e la
lotta poetica) 2. il corpo dell’oggetto; la
partecipazione alla vita degli elementi minimi, o
residenza delle piccole cose ( la risacca adriatica, la
pioggia, i sassi, la sabbia e la marea,
i siliquastri…). Ma tutto questo compone la nostra residenza
sulla terra. Un corpo in quanto tale, in quanto elemento di identità e di
visione- immagine sensoriale, è un organo composto di organi destinati al
“contatto” interno e esterno. Sono testi questi, pervasi da una sensibilità
tenera e al tempo stesso lirica: non certo per il metro, ma per richiamo
evocativo alcuni testi spesso mi fanno tornare in mente le “ Odi elementari “
di Pablo Neruda. Allora, se dovessi definire questa corporeità, la definirei:
“animismo delle piccole cose”…
Io non vi rubo né ricchezza né gloria
non voglio possedere altro che il mio corpo
è scritto anche nella polvere delle arene da cui provengo
e nella memoria degli alberi che mi circondano
le mie strade non ritornano all’acqua
la mia stanza ogni sera prende fuoco
in attesa da anni e non aspetto nessuno
che giunga nella mia dimora
la mia anima è specchio spezzato
uccello caduto nella pioggia
accanto ai ciechi
per questo cerco nuovi sentieri
per fuggire con il segreto che sanguina
(Gezim Hajdari, da
Stigmate)
A volte per costruire, o ricostruire, per farsi
semplicemente capire e intendere come si è, o per il fatto che si è, vivi e
presenti in corpo e anima, occorre abbattere barriere, crepare muri, puntare i piedi,
destrutturate identità stabilite a priori, in quanto non reali, o per meglio
dire, dalle sembianze reali agli occhi ma non esistenti, non vive, educate ad
essere tali identità attraverso una formazione veicolata univocamente dall’esterno. Ecco questo è un modo attraverso
il quale si può rivendicare la propria esistenza nell’essere costruttori di
civiltà.
Hajdari con un occhio appassionato, ma disincantato e
lucido, guarda all’Albania, alla sua origine ed alla fine che sta incombendo su
di essa; e con l’altro occhio si apre all’Europa:
Per voi uomini dell’Europa che vi arrangiate ogni giorno
Per voi donne dell’Est che lavate per terra o accompagnate
a prendere aria i vecchi d’Occidente
Per voi immigrati che dormite sulle panchine e vi svegliate
con un’immensa nostalgia
Per voi barboni
che non
volete padroni e vivete in pace
con l’universo
Per voi prostitute che offrite il vostro sesso a negri
bianchi
gialli fino al sangue
Per voi malati e disoccupati come solidarietà e misericordia
Per voi missionari che portate tenerezza ai deboli prima di
morire
Per voi contadini che fate pascolare il gregge e arate i
campi da
nord a sud
Per voi folli che ci insegnate gratis la follia
Per voi che siete soli e fuggite come me
scrivo questi versi in italiano e mi tormento in albanese
(Gezim Hajdari, da
Stigmate)
4. Poema dell’esilio
(Fara Editore, 2005)
Così ha conclusione la prima edizione del “Poema dell’esilio”; con una invocazione all’Albania,
e all’Europa:
Ahimè, la mia Albania! Che brutto destino l’aspetta.
Tremendi scenari si giocano
sul palcoscenico del suo corpo martoriato. Il mio paese è
alla vigilia di una guerra
civile e di una divisione tra nord e sud. Solo un governo di
unità nazionale potrebbe
salvarlo! L’unico futuro per questa nazione è guardare
all’Unione Europea.
È per questo che annuncio dall’esilio, amici miei.
Così come Pablo Neruda intona il suo “Canto General”
all’America e ai suoi dittatori:
E’ rimasto un odore tra i canneti:
un misto di sangue e carne, un penetrante
petalo nauseabondo.
Tra le palme da cocco le tombe sono piene
di ossa demolite, di ammutoliti rantoli….
L’odio si è formato squama su squama,
colpo su colpo, nell’acqua terribile della palude,
con un muso pieno di melma e di silenzio.
In questo poema Hajdari, alla limpidezza sonora dei testi
precedenti sostituisce una scrittura nomenclativa e digressiva, allo stesso
modo incalzante come un battere di pugni nel motivo ricorrente dell’ultimo
verso di ogni cinquina, dedicato all’esilio:
È per questo che sono in esilio, amici miei….
È per questo che ho scelto l’esilio, amici miei….
È per questo che soffro l’esilio, amici miei…
Non è più l’ora, come per Neruda (o per Hikmet) delle acque,
dei sassi, o dei denti di capodoglio. Come già in “ Spagna nel Cuore “: «venite
a vedere / il sangue per le strade, / venite a vedere…». Credo che la novità di
questo “Poema dell’esilio” sia data dal fatto di una costruzione in divenire;
l’autore stesso precisa che la scrittura del testo verrà aggiornata e ampliata
con versi, di anno in anno, in conseguenza della situazione storico-sociale del
proprio paese. Dunque poema in divenire, in fieri.
In questo caso la storia umana di un singolo e quella di un
intero popolo martoriato e umiliato, coincidono, si uniscono in un unico atto,
in un solo canto possibile (quello del poeta) di rabbia; nel tentativo di
un’epica moderna.
Il “corpo” qui trova la sua muta e diviene corpo poematico,
corpo del popolo.
Tuttavia non ritengo si possa parlare di “storia” o cronaca
in senso accademico e tradizionale. Tutti sappiamo bene di come la storia di
cui ci facciamo vanto, i cosiddetti documenti storici, vengono oramai redatti e
scritti nelle aule accademiche, nei circuiti di giornali affini ad ali politiche,
o riportate (anzi deportate) in notizie Ansa suscettibili ad un giudizio di
utilizzo nella messa in onda o in diffusione.
Questa è un’altra cosa; qui si tratta di un documento
dettagliato, poetico e profondo di memoria storica e bruciante, sull’abuso
umano (uno dei tanti) del secolo a finire.
Direi, in maniera pasoliniana: un poeta sa, perché è il suo
cruccio, ma potrebbe anche non sapere. Egli intuisce, correla i fatti, legge i
nessi; poi li ricompone e scorge oltre:
I ministri corrotti di Nano hanno le famiglie negli USA,
mentre loro fanno
i pascià e gli affari loschi sulle spalle del popolo più
povero e stremato
d’Europa. Ogni mattina, la televisione statale, apre le
trasmissioni con questo augurio
al popolo albanese: “Amate la patria come l’Albania ama gli
Stati Uniti d’America!”
È per questo che la mia patria è l’esilio, amici miei.
Gli ospedali sono stamberghe, se non paghi non ti curano.
Che paradosso,
al tempo del faraone le cure erano gratis. Le medicine sono
scadute, come i cibi.
Non ci sono controlli alla dogana.; le dogane lavorano per
il partito di Nano.
I comunisti più zelanti di ieri, oggi sono diventati
estremisti di destra.
È per questo che mi fa male l’esilio, amici miei.
Anzi, gli ex dirigenti del Partito di Hoxha,a richiesta dell’amministrazione
Americana, sono stati chiamati a risiedere in America,
lasciando lo zio Marx
in un ospizio. Tengono conferenze contro il comunismo,
giurano fedeltà
al capitalismo. Li insegue l’ombra dei dossier e del sangue
sparso in patria.
È per questo che mi affido solo all’esilio, amici miei.
Ed ancora:
Del resto, furono proprio l’America e l’Inghilterra ad
appoggiare la nascita
della dittatura comunista di Hoxha nel mio paese, come
testimoniano
i documenti degli archivi. Questi alleati divisero anche il
territorio albanese
in zone d’influenza, ma gli albanesi, chiamano zio quelli
che scopano la loro madre.
È per questo che ho sposato l’esilio, amici miei.
Nelle prossime elezioni politiche del 3 luglio 2005 gli
americani già stanno
Trafficando per riportare al potere Berisha! In Albania per
nominare un usciere
o aprire un canale in un villaggio, ci vuole il parere
dell’ambasciatore
americano a Tirana! Mio Dio, al mio popolo hanno messo il
cervello dell’asino!
È per questo che inneggio all’esilio, amici miei.
I politici albanesi sono i servi ubbidienti dei giochi
loschi. Passeranno alla Storia
con la vergogna. Gli intellettuali albanesi sono come i cani
pestati
che non abbaiano più. Le facce senza pudore dei politici
sono le più brutte d’Europa;
i volti degli pseudo-intellettuali albanesi sono maschere
tragi-comiche di sé stessi.
È per questo che mi rispecchio nell’esilio, amici miei.
Ecco il tempo ultimo dell’era nuova, del secolo
schizofrenico ventuno e del continuo progresso informatico e globale
dell’informazione disinformata dove ogni cosa è all’occhio di ogni cosa, e dove
niente si sa di niente!
Per noi, italiani che viviamo l’altra faccia delle cose, che
viviamo il contatto con l’emigrazione e la miseria, come sempre ignoriamo,
intellettualmente ignoriamo qualsivoglia causa di qualsivoglia rovina umana: a
noi forse così vicina, quella albanese, eppure così lontana. Ecco gli ultimi
versi agli scafisti:
“Investite i vostri soldi nelle banche (fantasma)”-
consigliava l’ex presidente dalla sua televisione di Stato -
la gente vendette case, terreni, animali,
per investire il ricavato nelle casse dei ladri
democraticimafiosi di Tirana.
È per questo che non rinuncio all’esilio, amici miei.
Migliaia di famiglie furono distrutte, si suicidarono anziani,
giovani e donne,
ingannati dal loro governo; altri annegarono nell’Adriatico
per la disperazione,
l’umiliazione e la fame. Berisha e il suo ex governo
dovrebbero essere giudicati
da un tribunale per la tragedia che hanno causato al popolo
albanese.
È per questo che impazzisco in esilio, amici miei.
I politici delinquenti albanesi sono responsabili
della morte di migliaia di donne, bambini e giovani,
annegati e sbranati dai pescecani nel Mare Adriatico;
mentre loro facevano affari con gli scafisti.
È per questo che abbraccio l’esilio, amici miei….
(Gezim Hajdari, da Poema dell'esilio)
5. epilogo
Così concludo, per ora, in maniera provvisoria, questo primo
tuffo nelle acque profonde dell’Hajdari! Con un augurio, un breve augurio
estorto alle “parole” di Sartre:
“Per molto tempo ho preso la penna per una spada:
ora conosco la nostra impotenza.
Non importa: faccio libri, farò dei libri; ce n’è bisogno;
e serve, malgrado tutto”…
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