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LA GRU - SPECIALE CRISI EUROPEA LA GRU - SPECIALE CRISI EUROPEA
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ANNUARIO 2008-2009. In questo numero: La nuova residenza - La sinistra da rifare - Letture e cantieri - Resistenze orientali - Interventi - Paesaggi e visioni
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mediterranean.jpg[di Loris Ferri]

   

 

1. migrazioni

 

Eccoci qua. Di nuovo. Mi sembra giusto ripartire da dove si era chiuso, da dove ci si era fermati  con il cartaceo perché nulla di quello che si è detto, possa andare perduto. Ora, scavata la patina superficiale va affondato il colpo; in effetti riparto per una mia innata passione, che potrei definire tensione inevitabile e umana, verso l’altro lato, l’altra faccia di questa nostra Europa. Guardo ad est, ai Balcani, all’altra sponda che divide l’Adriatico, nel tentativo di risalire a poco a poco la risacca mediterranea e la sua perenne e feconda osmosi culturale…

 

Quanto siamo poveri.

Io in Italia vivo alla giornata

tu in Lushnje non riesci a bere un caffè nero


la nostra colpa: amiamo la terra

la nostra condanna: vivere soli divisi dall’acqua buia

 

ritornerò in autunno come Costantino

mentre sulle colline natali tu già hai raccolto l’origano

da portare nella mia stanza ancora sgombra

 

ora vivo al posto di me stesso

lontano da un paese che divora i propri figli

                        

                                                                       (Gezim Hajdari, da Stigmate)

 

 

 

2. nota bio-bibliografica

 

Tutto questo non è un caso, né tanto meno lo è Gezim Hajdari, nato nel 1957 a Lushnje, Albania. Si è laureato in lettere albanesi a Elbasan e in lettere moderne alla Sapienza di Roma. Nel 1990 dopo cinque anni di censura pubblica la sua raccolta di poesie Antologia della pioggia, edita per la casa editrice N. Frasheri, con sede a Tirana. La raccolta successiva, Il diario del bosco, viene anch’esso censurato, ma mai pubblicato. Nel 1991 fonda insieme ad altri intellettuali albanesi il giornale “Il momento della parola” di cui diviene vice-direttore. Collabora al giornale nazionale “Republika” e insegna letteratura nella città di origine. Nel 1992 come documenterà nel suo “Poema dell’esilio” è costretto a lasciare il proprio paese. Da allora vive come esule in Italia, a Frosinone (di cui è divenuto cittadino onorario per meriti letterari). Gezim Hajdari scrive sia in albanese che in italiano e tra le sue opere pubblicate troviamo: Erbamara, Antologia della pioggia, Ombra di cane, Sassi contro il vento, Pietre di confine, Corpo presente, Stigmate, Spine nere, San Pedro Cutud: viaggio negli inferi del tropico, Maldiluna,  Poema dell’esilio e Muzungu: diario in nero.

 

 

 

3. eresia del corpo: Stigmate (Vrage, Besa 2002)

 

“Io non vi rubo né ricchezza né gloria / non voglio possedere altro che il mio corpo”

 

Nella sua relazione sulle “Differenze culturali di origine: conflitto o pluralità?” Hajdari espone, a mio parere, un concetto molto interessante riguardante la genesi della letteratura europea; in effetti viene ribadito il nesso della non unità pura ed omogenea di tale genesi, ma di una formazione eterogenea, o “corrispondenza” feconda data da più letterature (mi correggo e per dirla in maniera esemplare: ecco “les vases communicants”)… Il presupposto che ne sta alla base è la considerazione del fatto che “L’Europa è nata dalla migrazione” per ammissione stessa del poeta. Ora tutto questo potrebbe apparire una ammissione eretica, se analizzassimo la tendenza ortodossa (sulla falsa riga del secolo appena trascorso) per cui il secolo ventuno si sta aprendo ad un ritorno formale ed ideologico al nazionalismo più intransigente; o sottonazionalismo, con tutte le conseguenti spinte di indipendentismo formalistico. Lo specchio visibile, è riconducibile al dibattito aperto, in questi anni, sull’implicazione diretta del “concetto di identità” e alla condizione sempre più palese degli esseri umani a vedersi come identità monolitiche, granitiche (non pirandellianamente “in potenza”), erette sui pilastri della nomenclatura burocratica e patriota, etnie macroscopicamente kafkiane che rivendicano i simulacri dell’intolleranza verso la diversità; del resto è direttamente proporzionale il sintomo per cui crescendo l’odio nei confronti di tutto ciò che si tende a credere diverso (badate! centrale è il concetto di “credenza” in questo discorso) e maggiore, o omologatorio, sarà il riconoscimento di ciò che vediamo attorno di più simile a noi. Questo compito al potere è facilitato, vista la prassi secondo cui il rapporto tra gruppi umani eterogenei viene vissuto e interpretato in primo luogo attraverso la sovrastruttura, in linea di massima attraverso il “possesso” individuale. Ma si sa: «l’occhio non vede se non, ciò per cui è stato educato a vedere» (La via del Carnocchio, S. Sanchini). Hajdari sottolinea nella sua tesi due punti: «il poeta più che cittadino è ospite del mondo. Rivendicare violentemente una patria è devastante, ciò che conta oggi è la patria del corpo»; e citando H. Martì: «vengo da tutte le parti e vado da tutte le parti».

 

Apro una parentesi. Esaustiva credo, per il percorso che sto seguendo, e riguarda uno dei temi centrali dell’ultimo lavoro poetico di G. D’Elia: Trovatori. E mi riferisco ad un aspetto della teoresi da cui l’architettura compositiva muove le fila; l’origine dell’Europa è un fatto culturale e poetico. E in quanto tale nasce da una relazione profonda di lingue e corpi, fisicamente vivi o in memoria (le stesse voci che compongono il montaggio teatrale del testo).

 

Ogni giorno creo una nuova patria

in cui muoio e rinasco quando voglio

una patria senza mappe né bandiere

celebrata dai tuoi occhi profondi

che mi accompagnano per tutto il tempo

del viaggio verso cieli fragili

in tutte le terre io dormo innamorato

in tutte le dimore mi sveglio bambino

la mia chiave può aprire ogni confine

e le porte di ogni prigione nera

ritorni e partenze eterne il mio essere

 

[…]

 

da fuoco a fuoco da acqua a acqua

l’inno delle mie patrie è il canto del merlo

ed io lo canto in ogni stagione calante

che sorge dalla tua fronte di luce e di stelle

con la volontà eterna del sole

 

                                                                       (Gezim Hajdari, da Stigmate)

 

 

Ecco perché insisto, come già per altri autori, in primis Mandel’stam sul concetto di “eresia del corpo”; prima di tutto perché è lo stesso autore a codificarne l’esegesi e secondo perché la corporeità si muove su un doppio livello: 1. il corpo del soggetto (per Hajdari il passato albanese, il vincolo con la terra dell’infanzia, la nascita e la condizione umana dell’esiliato, la resistenza strenua e la lotta poetica) 2. il corpo dell’oggetto; la partecipazione alla vita degli elementi minimi, o

residenza delle piccole cose ( la risacca adriatica, la pioggia, i sassi, la sabbia e la marea,

i siliquastri…). Ma tutto questo compone la nostra residenza sulla terra. Un corpo in quanto tale, in quanto elemento di identità e di visione- immagine sensoriale, è un organo composto di organi destinati al “contatto” interno e esterno. Sono testi questi, pervasi da una sensibilità tenera e al tempo stesso lirica: non certo per il metro, ma per richiamo evocativo alcuni testi spesso mi fanno tornare in mente le “ Odi elementari “ di Pablo Neruda. Allora, se dovessi definire questa corporeità, la definirei: “animismo delle piccole cose”…

 

Io non vi rubo né ricchezza né gloria

non voglio possedere altro che il mio corpo

è scritto anche nella polvere delle arene da cui provengo

e nella memoria degli alberi che mi circondano

le mie strade non ritornano all’acqua

la mia stanza ogni sera prende fuoco

in attesa da anni e non aspetto nessuno

che giunga nella mia dimora

la mia anima è specchio spezzato

uccello caduto nella pioggia

accanto ai ciechi

per questo cerco nuovi sentieri

per fuggire con il segreto che sanguina

 

                                                                       (Gezim Hajdari, da Stigmate)

 

 

A volte per costruire, o ricostruire, per farsi semplicemente capire e intendere come si è, o per il fatto che si è, vivi e presenti in corpo e anima, occorre abbattere barriere, crepare muri, puntare i piedi, destrutturate identità stabilite a priori, in quanto non reali, o per meglio dire, dalle sembianze reali agli occhi ma non esistenti, non vive, educate ad essere tali identità attraverso una formazione veicolata univocamente  dall’esterno. Ecco questo è un modo attraverso il quale si può rivendicare la propria esistenza nell’essere costruttori di civiltà.

Hajdari con un occhio appassionato, ma disincantato e lucido, guarda all’Albania, alla sua origine ed alla fine che sta incombendo su di essa; e con l’altro occhio si apre all’Europa:

 

Per voi uomini dell’Europa che vi arrangiate ogni giorno

Per voi donne dell’Est che lavate per terra o accompagnate

a prendere aria i vecchi d’Occidente

Per voi immigrati che dormite sulle panchine e vi svegliate

con un’immensa nostalgia

Per voi barboni

che non

volete padroni e vivete in pace

con l’universo

Per voi prostitute che offrite il vostro sesso a negri bianchi

gialli fino al sangue

Per voi malati e disoccupati come solidarietà e misericordia

Per voi missionari che portate tenerezza ai deboli prima di morire

Per voi contadini che fate pascolare il gregge e arate i campi da

nord a sud

Per voi folli che ci insegnate gratis la follia

Per voi che siete soli e fuggite come me

scrivo questi versi in italiano e mi tormento in albanese

 

                                                                       (Gezim Hajdari, da Stigmate)

 

 

 

4. Poema dell’esilio (Fara Editore, 2005)

 

Così ha conclusione la prima edizione del “Poema dell’esilio”; con una invocazione all’Albania, e all’Europa:

 

Ahimè, la mia Albania! Che brutto destino l’aspetta. Tremendi scenari si giocano

sul palcoscenico del suo corpo martoriato. Il mio paese è alla vigilia di una guerra

civile e di una divisione tra nord e sud. Solo un governo di unità nazionale potrebbe

salvarlo! L’unico futuro per questa nazione è guardare all’Unione Europea.

È per questo che annuncio dall’esilio, amici miei.

 

Così come Pablo Neruda intona il suo “Canto General” all’America e ai suoi dittatori:

 

E’ rimasto un odore tra i canneti:

un misto di sangue e carne, un penetrante

petalo nauseabondo.

Tra le palme da cocco le tombe sono piene

di ossa demolite, di ammutoliti rantoli….

 

L’odio si è formato squama su squama,

colpo su colpo, nell’acqua terribile della palude,

con un muso pieno di melma e di silenzio.

   

 

In questo poema Hajdari, alla limpidezza sonora dei testi precedenti sostituisce una scrittura nomenclativa e digressiva, allo stesso modo incalzante come un battere di pugni nel motivo ricorrente dell’ultimo verso di ogni cinquina, dedicato all’esilio:

 

È per questo che sono in esilio, amici miei….

 

È per questo che ho scelto l’esilio, amici miei….

 

È per questo che soffro l’esilio, amici miei…

 

 

Non è più l’ora, come per Neruda (o per Hikmet) delle acque, dei sassi, o dei denti di capodoglio. Come già in “ Spagna nel Cuore “: «venite a vedere / il sangue per le strade, / venite a vedere…». Credo che la novità di questo “Poema dell’esilio” sia data dal fatto di una costruzione in divenire; l’autore stesso precisa che la scrittura del testo verrà aggiornata e ampliata con versi, di anno in anno, in conseguenza della situazione storico-sociale del proprio paese. Dunque poema in divenire, in fieri.

In questo caso la storia umana di un singolo e quella di un intero popolo martoriato e umiliato, coincidono, si uniscono in un unico atto, in un solo canto possibile (quello del poeta) di rabbia; nel tentativo di un’epica moderna.

Il “corpo” qui trova la sua muta e diviene corpo poematico, corpo del popolo.

Tuttavia non ritengo si possa parlare di “storia” o cronaca in senso accademico e tradizionale. Tutti sappiamo bene di come la storia di cui ci facciamo vanto, i cosiddetti documenti storici, vengono oramai redatti e scritti nelle aule accademiche, nei circuiti di giornali affini ad ali politiche, o riportate (anzi deportate) in notizie Ansa suscettibili ad un giudizio di utilizzo nella messa in onda o in diffusione.

Questa è un’altra cosa; qui si tratta di un documento dettagliato, poetico e profondo di memoria storica e bruciante, sull’abuso umano (uno dei tanti) del secolo a finire.

Direi, in maniera pasoliniana: un poeta sa, perché è il suo cruccio, ma potrebbe anche non sapere. Egli intuisce, correla i fatti, legge i nessi; poi li ricompone e scorge oltre:

 

I ministri corrotti di Nano hanno le famiglie negli USA, mentre loro fanno

i pascià e gli affari loschi sulle spalle del popolo più povero e stremato

d’Europa. Ogni mattina, la televisione statale, apre le trasmissioni con questo augurio

al popolo albanese: “Amate la patria come l’Albania ama gli Stati Uniti d’America!”

È per questo che la mia patria è l’esilio, amici miei.

 

Gli ospedali sono stamberghe, se non paghi non ti curano. Che paradosso,

al tempo del faraone le cure erano gratis. Le medicine sono scadute, come i cibi.

Non ci sono controlli alla dogana.; le dogane lavorano per il partito di Nano.

I comunisti più zelanti di ieri, oggi sono diventati estremisti di destra.

È per questo che mi fa male l’esilio, amici miei.

 

Anzi, gli ex dirigenti del Partito di Hoxha,a richiesta dell’amministrazione

Americana, sono stati chiamati a risiedere in America, lasciando lo zio Marx

in un ospizio. Tengono conferenze contro il comunismo, giurano fedeltà

al capitalismo. Li insegue l’ombra dei dossier e del sangue sparso in patria.

È per questo che mi affido solo all’esilio, amici miei.

 

 

Ed ancora:

 

Del resto, furono proprio l’America e l’Inghilterra ad appoggiare la nascita

della dittatura comunista di Hoxha nel mio paese, come testimoniano

i documenti degli archivi. Questi alleati divisero anche il territorio albanese

in zone d’influenza, ma gli albanesi, chiamano zio quelli che scopano la loro madre.

È per questo che ho sposato l’esilio, amici miei.

 

Nelle prossime elezioni politiche del 3 luglio 2005 gli americani già stanno

Trafficando per riportare al potere Berisha! In Albania per nominare un usciere

o aprire un canale in un villaggio, ci vuole il parere dell’ambasciatore

americano a Tirana! Mio Dio, al mio popolo hanno messo il cervello dell’asino!

È per questo che inneggio all’esilio, amici miei.

 

I politici albanesi sono i servi ubbidienti dei giochi loschi. Passeranno alla Storia

con la vergogna. Gli intellettuali albanesi sono come i cani pestati

che non abbaiano più. Le facce senza pudore dei politici sono le più brutte d’Europa;

i volti degli pseudo-intellettuali albanesi sono maschere tragi-comiche di sé stessi.

È per questo che mi rispecchio nell’esilio, amici miei.

 

 

Ecco il tempo ultimo dell’era nuova, del secolo schizofrenico ventuno e del continuo progresso informatico e globale dell’informazione disinformata dove ogni cosa è all’occhio di ogni cosa, e dove niente si sa di niente!

Per noi, italiani che viviamo l’altra faccia delle cose, che viviamo il contatto con l’emigrazione e la miseria, come sempre ignoriamo, intellettualmente ignoriamo qualsivoglia causa di qualsivoglia rovina umana: a noi forse così vicina, quella albanese, eppure così lontana. Ecco gli ultimi versi agli scafisti:

 

“Investite i vostri soldi nelle banche (fantasma)”-

consigliava l’ex presidente dalla sua televisione di Stato -

la gente vendette case, terreni, animali,

per investire il ricavato nelle casse dei ladri democraticimafiosi di Tirana.

È per questo che non rinuncio all’esilio, amici miei.

 

Migliaia di famiglie furono distrutte, si suicidarono anziani, giovani e donne,

ingannati dal loro governo; altri annegarono nell’Adriatico per la disperazione,

l’umiliazione e la fame. Berisha e il suo ex governo dovrebbero essere giudicati

da un tribunale per la tragedia che hanno causato al popolo albanese.

È per questo che impazzisco in esilio, amici miei.

 

I politici delinquenti albanesi sono responsabili

della morte di migliaia di donne, bambini e giovani,

annegati e sbranati dai pescecani nel Mare Adriatico;

mentre loro facevano affari con gli scafisti.

È per questo che abbraccio l’esilio, amici miei….

 
                                                                       (Gezim Hajdari, da Poema dell'esilio)

 

 

5. epilogo

 

Così concludo, per ora, in maniera provvisoria, questo primo tuffo nelle acque profonde dell’Hajdari! Con un augurio, un breve augurio estorto alle “parole” di Sartre:

 

“Per molto tempo ho preso la penna per una spada:

ora conosco la nostra impotenza.

Non importa: faccio libri, farò dei libri; ce n’è bisogno;

e serve, malgrado tutto”…