|
[di Fabio Monti]
1. Dallo sbarco
in Sicilia a Portella delle Ginestre
Inevitabilmente, se ci si sforza di ricostruire la storia
dell’Italia repubblicana, ci si trova davanti ad una impressionante sequela di
fatti di sangue, omicidi, attentati, stragi dinamitarde e tentativi di colpo di
Stato (non a caso Giovanni Pellegrino, presidente della “Commissione
parlamentare sul terrorismo e sulle stragi”, parla di “guerra civile”). Mi sono
sempre chiesto se esista un trait d’union
tra questi episodi, un filo rosso che da Portella delle Ginestre conduca
direttamente a Via D’Amelio o, in altre parole, se sia operazione possibile e soprattutto
lecita studiare la Storia
dell’Italia del dopoguerra tenendo nella dovuta considerazione non solo
l’azione politica dei vari governi che si sono succeduti in base a normali
processi democratici, ma anche l’azione di tutte quelle forze il cui fine
politico fu deliberatamente quello di minare le basi stesse del neonato sistema
costituzionale.
Per dirla in altri termini: se la storia per così dire
ufficiale è soprattutto storia dello Stato italiano, potrebbe non essere
infecondo ripercorrere anche la storia del “Doppio Stato”, ossia di
quell’intricata rete di cupole di potere, organizzazioni para-militari e neo
fasciste, logge massoniche e criminalità organizzate, che attraverso una
diffusione capillare all’interno della struttura stessa dello Stato, ha di
volta in volta influenzato, controllato se non addirittura condotto l’azione politica
dei governi democraticamente eletti.
Per indagare più a fondo la nascita e la proliferazione di
questo “Doppio Stato”, per capire che cosa potessero avere in comune i
nostalgici della repubblica di Salò con la loggia massonica P2 o con le cosche
mafiose siciliane (si ricordi che Mussolini fu fiero avversario della Mafia e
della Massoneria in quanto organismi che mettevano in discussione l’autorità
assoluta dello Stato fascista e del Duce stesso) mi sono lasciato aiutare dai
testi di Sergio Flamigni (in particolare La
tela del ragno e Trame atlantiche
entrambi editi dalla “Kaos edizioni”) testimone autorevole e attendibile in
quanto membro di molte delle commissioni parlamentari d’inchiesta che si sono
occupate della P2 e degli anni di piombo.
Ma che cosa era la
P2? Quali erano le sue finalità? Quali rapporti potevano mai
intercorrere tra un’associazione segreta – e in quanto tale espressamente
vietata dalla costituzione – e i Servizi segreti? E soprattutto qual’era la
reale importanza della Loggia nel fragile intrigo di rapporti di potere nello
scacchiere italiano?
Ad alcune di queste domande la risposta è gia nella
relazione finale del 12 luglio 1984 della Commissione parlamentare d’inchiesta
presieduta dall’onorevole Tina Anselmi, la quale scrive: «Da tali
Organizzazioni che si muovono nell’illegalità in forma organizzata, la Loggia P2 mutua quella
frammentazione dei rapporti sociali e quella non conciliabilità nei gradi
intermedi, che la stessa non liceità di tali fini rende indispensabili connotati
strutturali». In altre parole la P2
si configura come un’associazione segreta strutturalmente simile per quanto
riguarda il verticalismo gerarchico nella gestione del potere ai clan mafiosi e
alle organizzazioni terroristiche e avente come dichiarato fine l’azione
eversiva o come scrive la
Anselmi «Un progetto politico teso a colpire con
indiscriminata e perversa efficacia, non parti del sistema, ma il sistema
stesso nella sua più intima ragione di esistere: la sovranità dei cittadini,
ultima e definitiva sede del potere che governa la Repubblica”
D’altronde dagli elenchi degli iscritti alla Loggia
rinvenuti nella residenza di Castiglion Fibocchi del Gran Maestro Venerabile
Licio Gelli nel 1981, elenchi che peraltro la Commissione
d’inchiesta giudicherà autentici e attendibili ma non completi, emerge
chiaramente a che livello di profondità la Loggia P2 fosse riuscita ad infiltrarsi non solo
nel sistema politico, ma negli strati più alti della società italiana.
«Tra i 962 iscritti vi erano infatti: 44 parlamentari, i
vertici dei servizi segreti al gran completo, alti magistrati, 12 generali dell’Arma
dei Carabinieri, 5 della Guardia di Finanza, 22 dell’Esercito 4
dell’Aeronautica, 8 ammiragli, oltre ad importanti banchieri, industriali, imprenditori,
giornalisti, dirigenti della Rai Tv, infine estremisti di destra e militari
pesantemente coinvolti in tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia nel
decennio che va da Piazza Fontana alla
stazione di Bologna»; «Dagli elenchi della P2 risulta evidente come la loggia
massonica segreta di Gelli si sia costituita e articolata mediante l’occulta
infiltrazione in tutti i gangli vitali dello stato – i partiti politici, l’alta
burocrazia statale, i servizi di sicurezza, le forze Armate, la magistratura,
la finanza, l’imprenditoria, i Mass Media – configurandosi come uno stato nello
stato caratterizzato dal vincolo della segretezza in violazione dell’articolo
18 della Costituzione» (Flamigni).
Per analizzare le origini della P2 e del Gran Maestro Licio
Gelli bisogna fare un salto nel passato e tornare al 1943, all’epoca dello
sbarco alleato in Sicilia. Fin da subito l’esercito statunitense stringe
accordi con la Mafia,
unico potere in grado di garantire l’appoggio della popolazione siciliana:
Frank Gigliotti, un pastore protestante italo-americano entra a far parte
dell’OSS (il servizo di contro spionaggio antenato della CIA) e tiene in vita i
rapporti tra esercito Usa e le famiglie più influenti di Cosa Nostra.
Nell’autunno del 1944, quando la potenza del Reich tedesco è
ormai polverizzata e ci si avvia verso la fine del conflitto, la Germania non è più un
problema per gli americani che hanno un’altra grave priorità: contrastare il
pericolo rosso in Italia e in Europa. La prova è la nomina a capo dell’OSS del
filo-fascista e monarchico Terry Eagleton il quale non si accontenta più di
reclutare agenti speciali tra le file della Mafia ma addirittura tra le fila
dei “neri”. Nell’ottobre del ’44, per sua stessa ammissione, il repubblichino
di Salò Licio Gelli viene chiamato a collaborare con il contro-spionaggio
americano in funzione anti-comunista.
Il pericolo comunista è il tema che domina l’attività dei
servizi segreti americani dal 1945
in poi; nel febbraio di quello stesso anno la conferenza
di Yalta aveva posto le basi per la spartizione delle sfere di influenza delle
due super-potenze vincitrici della guerra: Gli Stati uniti d’America e l’Unione
Sovietica con le loro contrapposte ideologie. L’Italia si trovava in una
posizione strategica fondamentale per gli equilibri planetari, in quanto
confine tra i due blocchi contrapposti che ben presto diventeranno la Nato e il Patto di Varsavia.
La specificità del caso italiano e la particolare attenzione che i servizi
segreti USA riserveranno alle attività volte ad impedire l’ingresso dei
comunisti al governo nella penisola è da rintracciare, oltre che nell’imponente
volume d’affari che legava da più di un ventennio i commerci dei mafiosi
siculo-americani, nella profonda incidenza e penetrazione del partito comunista nella società italiana;
dal 1948 alla fine degli anni settanta circa un terzo degli italiani che si
recheranno alle urne si riconosceranno nel PCI o comunque nei partiti della
sinistra anticapitalista
In nessun altro paese d’Europa era così forte il pericolo di
una “via democratica al comunismo”, cioè di una partecipazione del PCI al
governo per via elettiva e parlamentare; un pericolo, questo, che se comprensibilmente
preoccupava la CIA
– la cui attività era volta a rendere l’Italia, proprio in virtù della sua collocazione
strategica in chiave geopolitica, uno dei capisaldi dall’alleanza atlantica –
nondimeno preoccupava l’URSS andando a contraddire uno dei dogmi dell’ideologia
leninista, la dittatura del proletariato, e andando così a costituire un
pericoloso precedente per tutti i paesi satellite che iniziavano a percepire il
bisogno di una maggiore autonomia da Mosca.
Già nel marzo del 1947 il presidente Usa Truman aveva
gettato le basi della dottrina di egemonia politica ed economica, degli Stati
Uniti sugli altri paesi, che da lui prende il nome.
Il primo maggio dello stesso anno, a Portella Delle
Ginestre, in Sicilia, il bandito Salvatore Giuliano con la sua banda, fa fuoco
contro i braccianti e contadini che festeggiano il giorno dei lavoratori uccidendo
11 persone (tra cui 2 bambini) e ferendone 27. Poche settimane prima, alle
prime elezioni regionali il PCI aveva battuto la DC. Ad assoldare Giuliano e
ad armare la sua banda ci pensò la
CIA per tramite del già citato Frank Gigliotti. Quell’eccidio
aveva dei mandanti politici; Giuliano non era altro che un brigante, un bandito
semplice, pura manovalanza da sfruttare e da scaricare nel momento in cui non
fosse più servito, cosa che avvenne puntualmente quando il bandito alzò la
testa e minacciò di denunciare i nomi dei mandanti. Giuliano venne ucciso nel
1950 dal cugino e luogotenente Gaspare Pisciotta il quale racconterà di essere
stato pagato da ambienti vicini ai servizi segreti per l’assassinio Giuliano,
salvo essere ucciso anche lui, 4 anni dopo, in carcere, da un caffè alla
stricnina.
La strage di Portella delle Ginestre presenta già tutti gli
elementi caratteristici delle stragi degli anni Settanta: l’uso di delinquenti
reclutati nella malavita comune, l’uso a scopo politico dell’intimidazione e
della violenza; il velo di silenzio e di omertà volto ad insabbiare le indagini
giudiziarie e storiche che cercano di far luce su quelle vicende. In questo
senso Portella delle Ginestre è stata la prima strage dell’Italia repubblicana,
la prova generale di quella che sarebbe stata poi chiamata “Strategia della
tensione”.
2. La strategia
della tensione
Ancora verso la metà degli anni Sessanta, nonostante le
ingerenze americane e il tanto decantato “miracolo economico”, un terzo
dell’elettorato italiano continua a riconoscersi nei partiti della sinistra. Il
blocco del quadripartito (DC, PSDI, PLI, PRI) che aveva governato durante la
prima legislatura (1948-1953), entra in crisi già a partire dal 1953.
Alle elezioni politiche di quello stesso anno il
quadripartito ottiene la maggioranza relativa dei voti, non sufficienti però
per avvalersi dei privilegi della famigerata “legge-truffa” che avrebbe
concesso i due terzi dei seggi in Parlamento al partito (o alla coalizione) che
avrebbe raggiunto la maggioranza assoluta dei suffragi.
Per un decennio la
DC tenterà ancora di governare estromettendo le forze della
sinistra, ma i governi che si susseguiranno saranno deboli e caratterizzati da
breve durata fino a quando, nel 1962,
nasce il primo governo di centro-sinistra presieduto da Fanfani e
fortemente caldeggiato da Aldo Moro.
Alle elezioni politiche del 1968 Il PCI segna un leggero
incremento dei voti e si assesta al 26,9%, risultato che va sommato al 4,5% del
Partito Socialista d’Unità Proletaria, fuoriuscito dal PSI: la sinistra
parlamentare è ancora forte anche se di lì a poco saranno piuttosto i movimenti
della sinistra extra-parlamentare ad assurgere al ruolo di protagonisti: le
lotte degli studenti universitari sull’onda lunga del maggio francese e quelle
degli operai si salderanno spesso insieme facendo del paese una polveriera sul
punto di esplodere. L’autunno caldo del 1969 porterà l’Italia ad una situazione
di conflittualità permanente tra classe operaia e dirigenza industriale.
È sintomatico che la “Strategia della tensione” conosca il
suo atto d’avvio proprio nel bel mezzo dell’autunno caldo.
D’altronde se in Italia vi era una ripresa della spinta
propulsiva delle correnti di sinistra, sia nelle istituzioni che nelle piazze e
nei luoghi di lavoro, dall’altra parte del globo, l’elezione di Richard Nixon
alla Casa Bianca (gennaio ‘69) aveva segnato una decisa svolta rispetto alla
tradizionale politica estera statunitense degli anni Sessanta.
Prova inconfutabile della particolare attenzione suscitata
dalla situazione politica italiana nell’amministrazione Nixon è il FIELD MANUAL
risalente al marzo 1970 e firmato dall’allora Capo di Stato Maggiore
dell’esercito americano, generale William WestMoreland. Si trattava di un documento
top secret intitolato “Operazioni di stabilità e Servizi segreti”, contenente
la direttiva precisa di “destabilizzare ai fini di stabilizzare” e
l’indicazione di come ricorrere a “operazioni speciali” per impedire l’accesso
ai governi del Partito comunista. La distribuzione di questo documento fu
strettamente limitata ai destinatari elencati in apposita lista.
Copia del “Field Manual” verrà poi ritrovata nel luglio del
1981 nel doppiofondo di una valigia in possesso di Maria Grazia Gelli, figlia
di Licio Gelli.
Licio Gelli, che nel 1966 era diventato maestro della loggia
P2, era dunque tra i pochissimi “destinatari indicati nell’apposita lista”.
Nello stesso periodo in cui Gelli veniva affiliato alla Loggia
scoppiava lo scandalo SIFAR (il principale servizio segreto italiano) che portò
alla trasformazione del Sifar in Sid. Lo scandalo SIFAR scoppiò per la scoperta
del PIANO SOLO del 1964, un progetto di golpe delle forze armate che prevedeva
in caso di crisi politica la presa del potere da parte dei carabinieri. Il
“Piano Solo” fu predisposto dal generale De Lorenzo, capo del SIFAR, ma
imputato nello scandalo sarà bene o male l’intero servizio di sicurezza dell’esercito,
tanto che anche ex capi come i generali Allavena e Viggiani vennero coinvolti
ed accusati.
Seguiamo ora la ricostruzione di Flamigni di questo punto
focale della storia italiana: «L’inserimento di Gelli nella loggia P2 coincide
con la trasformazione del Sifar in Sid. Il nuovo servizio segreto comincia ad
operare sulla base di una direttiva emanata con una semplice circolare del ministro
della difesa, il socialdemocratico Roberto Tremelloni. Il ministro ha
predisposto la confluenza del Sifar in Sid a partire dal luglio 1966:
un’operazione di facciata, resa necessaria dopo lo scandalo del Piano Solo. Ma
in parallelo al Sid ufficiale, opererà una struttura occulta nell’ambito della
quale la loggia P2 viene chiamata a svolgere un ruolo particolare: perpetuare
la politica del Sifar, in ottemperanza agli accordi segreti che il vecchio
servizio ha stipulato con l’alleato americano. Sintomatica, in questo senso, è
l’adesione alla loggia P2 dell’ultimo capo del Sifar, il generale Allavena, il
quale porterà a Gelli un ingente patrimonio informativo».
Questa struttura è il cosiddetto “Sid parallelo”, costituito
esclusivamente da affiliati alla loggia massonica guidata da Licio Gelli.
Ma Licio Gelli – che intanto accresceva sempre più la sua
autorità all’interno della P2 fino a diventarne il capo indiscusso attorno alla
metà degli anni Settanta – in quegli anni si occupa anche di stringere contatti
con gli ambienti della destra eversiva. Particolarmente interessante è il
rapporto con Dario Zagolin, uno dei più attivi promotori dell’associazione
denominata “Rosa dei Venti”, così chiamata perché formata dai venti leader di
altrettante formazioni eversive di matrice neo-fascista tra le quali Ordine
Nuovo, Avanguardia Nazionale e Giustizieri d’Italia.
Tra i principali finanziatori della Rosa dei venti vi era
anche Michele Sindona, un oscuro affarista, legato agli ambienti della mafia
italo-americana, il cui nome diverrà tristemente noto nella vicenda relativa al
crac del Banco Ambrosiano e al suicidio di Roberto Calvi, del 1982.
Il 12 dicembre 1969, davanti alla banca dell’agricoltura in
piazza Fontana, a Milano, un ordigno esplode uccidendo 16 persone e ferendone
88. Nel quinquennio successivo ben 140 attentati semineranno terrore e morte su
e giù per la penisola. Tra i più importanti, oltre a piazza Fontana vanno
ricordati: la strage di Peteano (31 maggio 1972, 3 carabinieri uccisi e altri
due feriti), Piazza della Loggia a Brescia (8 morti e 94 feriti), strage del
treno Italicus a San Benedetto Val di Sembro (12 morti e 44 feriti). L’origine
di tutti questi episodi delittuosi è da ricercare nell’ambito dell’eversione di
destra facente riferimento alla Rosa dei Venti.
Ma se gli esecutori materiali delle stragi furono i neo-fascisti,
essi poterono godere della protezione e della costante opera di depistaggio
condotta dal “Sid parallelo”.
Già Vincenzo Vinciguerra, reo confesso autore della strage
di Peteano ammetterà chiaramente di essere stato consapevole dell’esistenza di
una struttura occulta capace di porsi come regia degli attentati. Le indagini
della magistratura sul quinquennio della tensione hanno evidenziato in modo
inconfutabile le pesantissime responsabilità di generali del Sid e dell’Arma
dei Carabinieri: tra questi il Generale dei Carbinieri Giovanbattista Palumbo,
il Capitano dei Carabinieri Antonio La
Bruna, il Generale del Sid Gianadelio Maletti, i Generali
Giuseppe Santovito e Pietro Musumeci, tutti affiliati alla loggia P2.
Come scrive il Pubblico Ministero di Bologna Leonardo
Grassi: «insieme a Licio Gelli, tutti costoro hanno organizzato, orientato,
tollerato bande paramilitari neofasciste, pur avendo l’obbligo giuridico di
neutralizzarle; hanno ispirato tentativi di golpe, attentati e stragi consumate
o solo programmate, ovvero non le hanno impedite, assicurando l’impunità agli
autori di questi fatti, favorendone persino la fuga; hanno svolto attività di
provocazione, di disinformazione e condizionamento politico attraverso
detenzione illegali di armi e di esplosivi, e di altri episodi criminosi da
essi stessi orchestrati per attribuirle alle Sinistre; arruolamenti illegali e
protezione di latitanti per fatti eversivi e per stragi».
E d’altra parte anche Aldo Moro, nel memoriale redatto
durante i giorni della prigionia, mostra di avere ben chiaro il disegno eversivo
in atto in Italia tra anni Sessanta e Settanta e soprattutto che di questo
disegno facciano parte importanti ambienti militari e dei Servizi segreti.
L’episodio più inquietante di quegli anni, pur non avendo
comportato spargimenti di sangue, resta sicuramente il tentato golpe Borghese
del 1970 in
occasione del quale si realizzò la più ampia convergenza di forze
anti-democratiche, il cui obbiettivo dichiarato era quello di instaurare una
dittatura militare sul modello di quella vigente in Grecia da qualche anno.
La sera del 7 dicembre 1970, migliaia di golpisti sparsi
nelle principali città italiane attesero invano l’ordine di mettere in atto il
tanto agognato piano golpista che prevedeva nel dettaglio l’occupazione militare
dei palazzi istituzionali (tra cui Camera, Senato, Ministero dell’Interno,
degli Esteri e della Difesa) e la cattura del presidente della Repubblica
Saragat.
I congiurati erano prevalentemente appartenenti ad
Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo e Fronte Nazionale il cui leader, il principe
Junio Valerio Borghese, ex comandante della X MAS durante la Repubblica di Salò, era
a capo del golpe. I neofascisti non erano però soli: schierati al loro fianco
interi battaglioni dell’arma dei Carabinieri. Di più: a golpe avvenuto sarebbe
dovuto scattare l’attuazione di un piano anti-insurrezionale custodito nel
Comando generale dell’Arma sul modello del Piano Solo, che prevedeva l’arresto
di sindacalisti ed oppositori politici e militari.
Ancora una volta la regia occulta passava per le mani di
Licio Gelli: al Venerabile era riservato il compito in qualche modo più
prestigioso: occuparsi della cattura del presidente della Repubblica. Sempre
dallo stesso Gelli sembra che sia provenuto il contrordine che fermò il golpe
praticamente all’ultimo secondo.
Ma in occasione del golpe Borghese non ebbe luogo soltanto
l’ennesima collaborazione tra vertici militari piduisti e nostalgici del
ventennio: anche la grande criminalità organizzata fece la sua parte offrendo
appoggio e armamenti come si evince dalle dichiarazioni rese alla magistratura
da due importanti boss di quegli anni: Tommaso Buscetta e Luciano Liggio.
Buscetta aggiunge anche che il golpe si sarebbe dovuto
svolgere grazie al tacito assenso dei servizi americani e adducendo alla
presenza di una flotta navale russa nel Mediterraneo quella notte, la causa
dell’improvviso contrordine diffuso da Gelli ma in realtà proveniente dall’altra
parte dell’atlantico.
3. Il Piano di
Rinascita democratica
Dopo l’attentato al treno Italicus nei pressi di San
Benedetto Val di Sambro del 1974, gli episodi di terrorismo di matrice fascista
si fanno sempre più radi. Le motivazioni che posero fine al periodo della
tensione vanno ricercate ancora una volta nelle mutate condizioni politiche di
carattere nazionale e internazionale: negli Usa il presidente Nixon era stato
costretto alle dimissioni dallo scandalo Watergate che avrebbe nuovamente spalancato
le porte della Casa Bianca ai democratici; in Italia invece, ad un graduale
aumento del consenso per i partiti della sinistra, si accompagna la rapida
diffusione del terrorismo rosso, che aveva dato le prime notizie di sé in
occasione del rogo di Primavalle nel 1972.
Licio Gelli, ormai diventato Gran Maestro Venerabile della
loggia P2, non aveva però certo accantonato i progetti eversivi: semplicemente
aveva cambiato strategia. Perché preoccuparsi di gettare discredito presso
l’opinione pubblica sulle forze di Sinistra se queste gli rendevano questo
servizio da sole? Perché perdere tempo ad organizzare operazioni terroristiche
con l’intento di “destabilizzare ai fini di stabilizzare” quando bastavano le
Brigate Rosse? Semmai l’impegno principale di Gelli a partire dalla metà degli
anni Settanta fu proprio quello di indirizzarne l’attività verso forme sempre
più estreme di violenza e disordine, mediante una sapiente opera di
infiltrazione condotta attraverso il Sid piduista che toccherà il suo culmine in
occasione del sequestro e dell’assassinio dell’onorevole Aldo Moro nel 1978.
Questa nuova strategia della P2, vista l’inefficacia della strategia della
tensione, viene in qualche modo preannunciata dal generale piduista Vito Miceli
nel 1974: “Ora non sentirete più parlare del terrorismo nero, ora sentirete
parlare di quello degli altri”.
Ma l’opera di costante infiltrazione tra le frange dei
movimenti di estrema sinistra non è l’unico impegno della loggia P2: in
particolar modo Licio Gelli si occupa di redigere tra l’autunno 1975 e
l’inverno 1976, due documenti nei quali vengono delineate le rinnovate priorità
politiche della loggia e vengono programmate le strategie per raggiungere tali
fini: IL “MEMORANDUM” e IL “PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA”. Se nel Memorandum
viene analizzata la situazione socio-politica italiana, e chiaramente individuato
ancora una volta il PCI di Berlinguer come nemico principale, esso ci fornisce
tuttavia le indicazioni della nuova tattica gelliana: infiltrarsi nei vari
apparati dello Stato, nei partiti politici, nelle organizzazioni sindacali e
nei principali canali del sistema delle telecomunicazioni. Proprio il settore
dei Mass Media rappresenta una delle grandi novità stabilite nel “Piano di
Rinascita”. La loggia si propone di giungere ad un controllo complessivo dei principali
organi di informazione, mediante una lenta infiltrazione nei maggiori
quotidiani, settimanali, riviste e periodici locali dai quali condurre delle
vere e proprie battaglie d’informazione. Quanto alle Tv il Piano prevede
testualmente di «Dissolvere la
Rai Tv in nome della libertà di antenna […] Abolire il
monopolio Rai Tv e provvedere alla immediata costituzione della Tv via cavo da
impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo
del paese»: mai parole furono più profetiche…
Di lì a poco inizierà l’inarrestabile ascesa di un
imprenditore milanese affiliato alla loggia massonica P2 e frequentatore dei
salotti politici romani e milanesi: Silvio Berlusconi. Con il suo indiscusso carisma,
vivacità e capacità imprenditoriale, Berlusconi è l’uomo giusto al momento
giusto per diventare l’imprenditore deputato ad attuare la parte principale del
“Piano di rinascita democratica”: il monopolio mass-mediale come nuova forma di
controllo e repressione.
|