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[di
Davide Nota]
1. Nota
bio-bibliografica
Flavio Santi è nato ad Alessandria nel 1973 e si è
laureato in Filologia medievale ed umanistica all’Università di Pavia. Ha
pubblicato i suoi primi testi poco più che ventenne su numerose riviste di
poesia contemporanea tra cui “ClanDestino”, “Hortus” e “Atelier”. Redattore a
sua volta delle riviste “Atelier” e “Nuovi argomenti”, ha pubblicato dal 1998
al 2004 tre plaquette (Viticci, Album, Asêt) e due libri di poesia (Rimis
te sachete, Il ragazzo X). Vive
attualmente tra Pavia e Codugnella (UD) dove lavora come critico letterario,
giornalista politico e ricercatore universitario. Al suo attivo ha anche la
pubblicazione di due romanzi: Diario di
bordo della rosa (PeQuod, 1999) e L’eterna
notte dei Bosconero (Rizzoli, 2006).
2. Travestitismo e cyborg-morfismo: Viticci (1998)
Andando ad analizzare i primi testi del percorso poetico
di Flavio Santi, e più precisamente i testi compresi nella prima raccolta Viticci (Stamperia dell’Arancio, 1998,
Premio “Sandro Penna”) possiamo subito rintracciare alcune caratteristiche
principali: il ritmo stringato ed essenziale, la lingua orale, colloquiale, con
taluni contrappunti alto-letterari in funzione comico-parodistica, la cruda
fisicità della parola, con accenni espressionistici nell’aggettivazione tattile
e sensoriale piuttosto che emotiva o razionale, e un contenuto essenzialmente
mimico-realistico con sfumature bozzettistiche che fanno più pensare alle
“Satire” di Orazio che non all’opera pasoliniana tout court, di cui pure si
dovrà in un secondo tempo parlare. Non a caso parlo di “Satire”, o “Sermones”,
come modello poetico dominante l’intera produzione di Santi. Già Giuliano
Ladoldi ha individuato ne “L’opera comune” (Atelier, 1999), contenente una
selezione di questi primi testi, la centralità della “funzione parodistica”:
«L’atteggiamento ironico […] si presenta come una costante che investe la
maggior parte della sua produzione poetica e si estende anche al rapporto con
la generazione letteraria dei padri nel rifiuto del sentimentalismo: “Il cuore
lo metto / nelle note a pie’ di pagina: / in fondo è più cogente” […]. L’ironia
si estende alla cultura classica nella vicenda del professore “accartocciato /
nella Citroën”, che conoscitore di latino, greco, ebraico, arabo, cinese,
esperanto e di tutte le principali lingue europee senza dimenticare le varianti
dialettali, “prima / di sfinirsi nelle / lamiere aveva visto / il suo primo
tramonto” […]. Il mondo classico gli fornisce tutta una serie di immagini per
colpire il presente mediante la sfasatura tra contenuto e registro» (Ladolfi).
È vero: la principale operazione riscontrabile nella prima poesia di Santi è l’utilizzo
di moduli antichi per la traduzione realistica della realtà contemporanea. Tale
funzione “comica” è esasperata nello scarto linguistico in cui, come abbiamo
già detto, un vocabolario mimetico, ruvido, sfrega con tutta una serie di
citazioni letterarie, così come nella sfacciata palesazione del gioco attoriale,
cosicchè se il primo testo s’apre con una romanzeria («Sorveglio
la mia anima / come
l’Asinara: ho / deciso
per lei un tracciato / di rovi e imbarazzati / sorveglianti») non può che chiudersi nella gag cabarettistica in cui il
poeta-attore s’autodenuncia mostrando il vero volto d’una storia personale e
collettiva ben più ristretta: «Per ora / qui hanno portato il / televisore a
colori». Così in un altro testo l’autore denuncia dichiaratamente tale
contrasto tra la speranza in una vita significativa ed eroica e la dostoevskiana
condizione da nuovo anti-eroe della provincia italiana: «Vorrei essere uno di
quei / bei rivoluzionari d’agosto, col / cuore in spalla, sempre / pronto a
ridere di Dio»; «Vorrei proprio esserlo, così, / rivoluzionario fitto convinto.
/ La mia speranza è / ormai un delirio.». Leit-motiv di Viticci è dunque questo gioco al massacro, di fronte allo specchio,
questo sado-masochistico rituale di vestizione “pop” (nel senso che la
sacralità o l’eroicità a cui si aspira ha caratteristiche evidentemente
cinematografiche) e la successiva, tragicomica, sconsacrazione.
Non avrò mai
la faccia da
Jugend deutsche,
fiero con efelidi,
biondo fieno. L’occhio
ricciolo dritto
al Führer, perfetto
come una chiglia
d’argento. E non avrò mai
di notte la tessitura della
luna e l’arcolaio delle
sete a brillarmi e rifarmi i
bordi della storia.
E mai
sentirò i lenzuoli nuovi.
Scambierò sempre
casa per un sepolcreto.
Altro contenuto importante, che ritroveremo nell’intera
produzione poetica di Flavio Santi, è quello della “pornografia” che va a
sostituire con acidità televisiva l’approccio psicologico o
naturalisticamente erotico mantenuto dai poeti delle precedenti generazioni. In
Santi non vi è né natura né psicologia, quanto piuttosto alienazione e scherno,
oltraggio comico e violenza nel manifestarsi pubblicamente in tutta la propria
post-moderna disumanità:
Dopo ch’ io avea del cazzo fatto
trombetta
liberando le tube spermiche, con
gioco di rocca e
conocchia, allo specchio vidi e
parlai e il
labiale non tornava.
Come in un film di Lynch o di Cronenberg il corpo umano si disumanizza, o
sarebbe forse più esatto dire “post-umanizza”, nel cyborg-morfismo: il labiale
dello schermo-specchio più non risponde, come in un asincrono, in un gap da “comunicazione elettronica”:
A quel nessuno che non mi
diceva
niente, come da dépliant
interstiziale,
rispondevo sillabe
vaccine. Perché
sentivo che non l’avrei
mai doppiato
il film della mia passione.
Bisogna fare attenzione, perchè in Flavio Santi non vi è
vera accondiscendenza. Dal falso velo del sarcasmo traspare tutta l’amara,
umanistica, consapevolezza di una trasformazione storica e antropologica in
atto. Talvolta questa si traduce in una pasoliniana nostalgia nei confronti di
un passato non vissuto ma comunque percepito nelle deboli memorie dell’infanzia.
Questo sentimento di “nostalgia del non vissuto” si traduce nell’acquisizione
di un punto di vista super-individuale, che va cioè oltre quella che Ladolfi
chiama “l’esperienza diretta” del soggetto autoriale: l’Io-mondo. Svilupperemo prossimamente
questa definizione, basti ora sapere che in Flavio Santi il soggetto poetico
non coincide più necessariamente con il soggetto lirico tanto che le memorie si
dilatano in un arco di tempo non più biologico facendosi memoria collettiva,
voce storica di un nuovo coro, di una Polis metamorfica in cui, per dirla con
le parole di Antonio Gramsci, «si può assistere al “canto del cigno” del
vecchio uomo rinnovato negativamente […]; il nuovo vi si unisce al vecchio, le
passioni vi si arroventano in modo incomparabile».
Dove sorridono fianchi di
commesse e abulìe di
fatte signore ci sono
stati i languori, i
gargarismi
della Gramatica, l’Emma,
l’amica
di Ariel, veh! E morti si
simulano e rinascenze,
cavalli al trotto e
anguste
lune e stelle sacrificali.
Ora: dov’era il posto
dell’antico
teatro c’è il Market,
super o iper, dove vita
aveva bisogno di vita,
poca e ignota,
ora c’è chiara sequenza
di chiaro superlativo
3. Tra friulano e trash:
Rimis te sachete (2001)
«Fondamentale, per l’articolazione di Rimis, si rivela lo zoccolo formato
storicamente dalla Nuova gioventù di
Pasolini. Dichiarando con “O viv sui cunfins d’une feride” (Io vivo sui margini
di una ferita), la sovrapposizione tra confine linguistico […] e confine
interiore, la distanza tra primo mondo pasoliniano, al riparo tai cunfins, e la sua trasformazione in four di dut (cioè in out of nowhere) è virtualmente azzerata.
Vi si instaura una lingua conquistata, raramente primitivista, a tratti
organicamente fradicia (il miele di api friulane sembra marce, ‘pus’), che, a questa ascendenza non edenica, aggiunge la
condizione di essere lingua ‘saturnia’, paterna […], ricordata dunque più che
‘succhiata’, e insieme inventata, in cui a significative ossidazioni
sintattiche […] succedono immagini impossibili, quasi effetto speciale in
plastica horror degli anni Ottanta»
(Fabio Zinelli). A partire da questa riflessione critica possiamo già
individuare alcune “caratteristiche forti” del primo vero e proprio libro
poetico di Flavio Santi, Rimis te sachete
(Marsilio, 2001): innanzitutto la scelta linguistica del dialetto friulano. Non
è una scelta semplice: la questione “dialettale”, per quanto riguarda la
generazione dei nati nel clima linguistico dell’italiano massmediale, è una
questione molto delicata e tuttora aperta. Da una parte vi sono le spinte di
quei poeti che continuano a vedere nel dialetto una vera e propria resistenza
umanistica, orale e neo-volgare, contro l’abuso dell’italiano televisivo
omologante o delle tensioni comunicative globali (inglesismo, tecnologismo e
riduzione terminologica). D’altra parte c’è chi fa notare, ed io stesso in
parte avallo tale posizione, che la lingua orale del presente, il vero
neo-volgare della storia contemporanea, non può essere più considerato il
dialetto specifico delle regioni d’epoca moderna, ma tutt’al più un gergo
post-dialettale che delle specificità regionali trae esclusivamente la forza
“corrosiva” con cui va ad intaccare il nucleo linguistico delle comunicazioni
di massa. Lo stesso poeta dialettale Raffaello Baldini ha sostenuto tale
ipotesi: «Il dialetto si svapora. I dialetti sono al tramonto, ma non sono
ancora morti. […] Il dialetto ha dei confini, cioè certe cose non ha le parole
per dirle, è un piccolo mondo autonomo che è andato avanti, in questa
autonomia, a lungo, fino a quando non sono cominciate ad arrivare delle cose da
fuori […] e a un certo punto il dialetto si è accorto che non era solo
difficile, non era solo impossibile, ma era ormai ridicolo tradurre in dialetto
tutto. E come fai a tradurre in dialetto le ‘cellule staminali’, come fai a
tradurre in dialetto la ‘musica elettronica’? Ecco, allora il dialetto oggi
ospita l’italiano […]. Certe parole, che indicavano certe cose, in dialetto,
adesso sono cadute e sono state sostituite da parole che sono dei calchi
dell’italiano». Prima osservazione: di calchi dell’italiano Flavio Santi ne
utilizza veramente parecchi, se riesce ad inserire nel dettato in lingua
termini come niuromentic (new
romantic), Disiert rôs di Tognon
(Deserto rosso di Antonioni), clorofile e
fotosintese (clorofilla e fotosintesi), Cinecitât
(Cinecittà) e se addirittura anche la topica esclamazione “Viva la nuova
carne!” estratta dal film Videodrome di Cronemberg viene tradotta in un
paradossale “Vive le gnove cjâr!”. È escluso dunque in Santi l’utilizzo regressivo
della lingua dialettale. Io credo che l’utilizzo che lui ne faccia abbia due
diverse nature. Egli è ben consapevole del paradosso linguistico in atto nelle
sue traduzioni da “mass-media” a furlan.
La prima funzione linguistica è dunque parodistica. Egli decide di “imparare”
una lingua anacronistica per farla poi cozzare con opposti contenutistici: è il
già analizzato contrappunto sado-masochistico tra travestitismo stilistico ed
auto-smascheramento. Così come in Viticci
Santi si travestiva da “rivoluzionario” per poi accendere di colpo la luce del
camerino testuale, ora si sogna Rimbò
furlanût, un piccolo Rimbaud friulano, costantemente attentato da
intrusions
magnetiches
trist
sanc in miêc ai baits,
energies
sflancjnades,
mal-strengiudes
cravates.
[intrusioni magnetiche / cattivo sangue
tra i bytes, / energie
stentate, / cravatte male annodate.]
L’altra origine del dialetto friulano di Flavio Santi è
invece di natura “espressionista”, vale a dire che non vi si riscontra traccia
alcuna di intenzione parodistica o teppistica. «Friulano è qui il fondo
(sarebbe meglio dire il sound) di
un’articolazione fortemente legata all’immediatezza e alla malleabilità
dell’espressione, in funzione – si potrebbe forse dire – disinibitoria, che
conferisce tenuta a escursioni tematiche di altrimenti non facile
percorribilità» (Gian Mario Villalta).
Egli scava, drammaticamente, nella materia linguistica di un mondo che
muta. Lo fa in friulano per un’esigenza fisica, concretamente personale. L’abbondanza delle aggettivazioni tattili e sensoriali conferma tale
interpretazione: il dialetto è per Santi un tentativo reale e disperato di “essere
umanamente al mondo”, con tutta l’umanità che il suo stesso alter-ego
schernisce e violenta. Dialetto come ennesimo “canto del cigno”, tornando
nuovamente alle parole di Gramsci: un ultimo funerale in friulano.
Ancje
vué ‘l vint m’a gabolât,
o soi
lât a posâ flor
su le
piciule tombe
d’un me
ami: verementri
lu vevi
cjatât – le prime volte –
aromai
‘ne glacerie,
cu les boles d’ajar
divignudes
glac.
A colp
l’avevi soterât –
no sai
parcè – l’avevi tirât dentri
‘ne buse
graciose, ierbose.
Cumò in
chest dì
dai
muarts soreli semee savêlu
in chest
dì di scarsanâi:
i frus a
giuin a fâ sciangai
cui uês,
in chest dì dai muarts.
[…]
Piciul
mond, antic o non antic,
par
plasê, cjàtati e brùsiti…
[Anche
oggi il vento mi ha ingannato, / sono
andato a posare fiori / sulla
piccola tomba / di
un mio amico: veramente / l’avevo
trovato – la prima volta – / ormai
congelato, / con
le bolle d’aria / fatte ghiaccio. / L’avevo
seppellito subito – / non
so perché – l’avevo trascinato / in
una buca graziosa, erbosa. / Adesso
in questo giorno / dei
morti il sole sembra saperlo / in
questo giorno di scheletri: / i
ragazzi giocano a shanghai / con
gli ossi, in questo giorno dei morti. / […] / Piccolo
mondo, antico o meno, / per
piacere tròvati e brùciati…]
4. La rabbia dei morti: Asêt (2003)
Diversa e più mirata funzione ha il dialetto in quella
che può essere definita la terza opera del giovane poeta friulano. Così lo
stesso autore a post-fazione del libretto bilingue Asêt (Circolo culturale di Meduno, 2003): «Questa plaquette è
intesa nel senso dell’impegno politico e civile, prima che poetico. Il dialetto
è diventata la voce di protesta, una specie di lingua sommersa in cui gridare
la propria rabbia». I fatti che qui si descrivono sono infatti di pertinenza
principalmente politica così come la rabbia espressa di natura etica. Questo
vuol dire che la funzione del dialetto non è più di matrice
espressionista/esistenziale, né ancor meno parte di quel rituale
comico-attoriale precedentemente analizzato e che qui pare infatti
momentaneamente sospeso: il dialetto è ora la presa di posizione politica di un
intellettuale che abbandona la propria nazione. Il principale accadimento
cronachistico alle spalle di tale decisione etica ed estetica è la morte del
manifestante Carlo Giuliani colpito da un proiettile a seguito degli scontri
avvenuti nel luglio del 2001
a Genova. Questo antefatto è solo la scintilla per una più
profonda e complessa riflessione in versi sopra la storia ultima della nazione
italiana e in definitiva sopra la storia tout court dell’uomo:
Can da l’ostie d’une storie buiace di
sang e di mierde,
storie cangure d’int ch’al sclope te
pisse!
[…]
e a favelâlu par talian
a saress tajâ i genoi
a chei che an dijà poches cocules par cjaminâ
e pôcs pas duciu trapuladis,
ma forsi forsi par furlan, taseit,
podim fâ alc, ancjmò alc
ch’al poss vivi, te asence,
pui ‘mare presince
[Storia canaglia di sangue e
di merda, / storia bastarda di gente
che crepa nel piscio! / […] / e a dirlo
in italiano / sarebbe
come tagliare le ginocchia / a chi ha già poche rotule
per camminare / e pochi passi tutti
truccati, / ma forse forse in friulano, zitti! / possiamo fare
qualcosa, ancora qualcosa / che possa
vivere, in assenza / più
amara presenza]
Una vera e propria dichiarazione di stile e di poetica
che ci dice molto sull’utilizzo del dialetto come forma di auto-esilio
linguistico, esattamente come poco dopo (cito solo dalla traduzione): «che
filologica e filologica / la lingua della povera gente, / leggera come un
soffio di vento, / è libera da condizionamenti». Scrive Giovanni Tesio che
«l’oralità di Flavio Santi […] non viene da filologi rispetti, che anzi
s’affretta a liquidare […]. Non dunque dalla tradizione interna […] ma dalla
lezione dei grandi irriducibili, dei visionari, dei trasgressori universali
della norma e del conforme». Insomma «non la fonetica caramellata dei suoni e
dei sogni di purezza impossibile ma la ruvida e contaminata corporalità di una
lingua oralmente bassa e sepolta (che sta sempre “dietro”)». Merlin fa invece
notare che «Flavio Santi rappresenta, con piena consapevolezza, la condizione
terminale del dialetto. È lui stesso, in effetti, a informarci che tale scelta
espressiva risulta alla nostra altezza cronologica un trucco (si veda il suo
intervento dal titolo Il terribile bluff,
apparso nel settembre 2000 su “Atelier”) perché scaturisce da un inevitabile
artificio: “altrettanto legittimo sarebbe scrivere in aramaico o in antico
egizio”. Santi, dunque, compone in dialetto come Rimbaud componeva in latino:
potrebbe prossimamente adottare l’inglese o una lingua morta». Tra le due
interpretazioni io riscontro in Santi piuttosto un ibrido tra una tentazione
volontariamente illusoria di esistere e resistere nell’oralità di una radice
territoriale, ben viva nella memoria di Codugnella, in provincia di Udine, e la
tragica consapevolezza di un’impossibilità che si traduce, in Asêt più che mai, in un rantolo rabbioso
che squarcia, come una postuma eco, il silenzio dei morti.
Sidin.
Cui ch’al favelât?
Sidin
framiêc de tombes,
dome ‘l
vint al smûv le glerie.
[Silenzio.
Chi ha parlato? / Silenzio
fra tomba e tomba / solo
il vento smuove la ghiaia.]
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