[di Francesco Marotta / Daniele De Angelis]
C’è un’intera sezione, nella pregevole
opera di esordio di Daniele De Angelis (cfr. Diario di un altro, Ascoli Piceno, Otium Edizioni, 2007), quella
intitolata “Sul volto”, con particolare
riferimento ai testi III e IV, nella quale è possibile ravvisare, più che in
altri luoghi notevoli di quel libro, la radice prima degli inediti che
qui si presentano, nella loro non indifferente novità, anche stilisticamente
marcata. Complessivamente, pagine di versi che prefigurano una possibile partitura per coro muto, quasi reticoli
di labbra, in attesa di aria e suono, che si espandono “senza indice di fine”: un sostanziale taglio sospensivo, di sguardo e di respiro, che si presenta,
contemporaneamente, nella duplicità di un corpo, anche sotto il profilo
segnico, che guarda se stesso dai margini,
mentre il suo calco solare si abbandona e si appartiene all’ombra.
Da una
parte, l’approdo, sia pure provvisorio, dopo una faticosa (e amorosa, dolente) traversata tra le crepe dei giorni, a una stazione di
sillabe che brillano come un saldo inevaso; dall’altra, l’humus colmo di linfe in attesa, sopite in cristallizzate zolle
invernali, da cui può scaturire la mobile fioritura dei passi futuri, il
dettato inespresso di ogni nota a
venire. E’ un taglio che sospende il
fragile e intermittente legame tra quiete e cammino, tra silenzio e parola; un taglio infetto, spianato di ogni
certezza e ipotesi di cura, che, nel suo essere testimone di ferita, costringe la pupilla a indagare
non tanto, o non più, (solo) lo spazio superstite intorno ai bordi lacerati, il
paesaggio familiare, comunque identificabile sulla mappa della propria storia
personale, di un’orma, di una
speranza, di un suono capace di distinguersi per forza propria dal nulla di
pensiero, fosse anche per un attimo e in natura di flebile eco – di stagliarsi,
in definitiva, nella sua unicità, col suo carico di immagini raccolte nella
traversata, ben al di sopra del rituale caotico, senza specchio di rive e senza
voci definibili, della risacca inarrestabile; il taglio ultimo, senza innesti e senza spiragli o varchi per
possibili punti di sutura, che apre alla visione
soltanto il vuoto pulsante sospeso
all’interno della materia sezionata e ammutolita, dove non vi è possibilità
alcuna di risalita, dove anche la necessità
del canto diventa fuga senza meta e senza alfabeto, perché la visione stessa, qui, si colora del suo stesso
precipitare, si fa traccia, forse un indizio appena intravisto, della sua
presenza oracolare, trasparente e silente, senza idoli e senza templi. Qui vale
“il gioco dei contrari”, e la “differenza esatta”, “incidente”, tra sguardo e voce, è la
rivelazione presagita di un’assenza
accolta senza stupore, una perdita di senso, un cedere al vuoto di ogni
possibilità di ricostruzione di un volto,
che nemmeno l’inserto sapienziale, figlio di una oralità resistente alla maceria (tanto caro alla memoria scritta,
impressa come un sigillo, dell’autore del “diario”),
riesce a colmare.
La nota più evidente, infatti, rispetto
al dettato del “diario”, è la perdita di unicità e identità di sguardo
tra l’io e l’altro, tra la percezione di sé come parola che dice l’esistente,
attraversandolo a pelo di lingua, e la registrazione memoriale che impregna la
pupilla profonda, la tensione
dell’alterità a farsi voce, di tutti gli umori e delle sostanze nascoste tra le
pieghe e gli anfratti di un reale talmente stratificato che, di fronte al suo
peso, ogni alfabeto possibile è uno stelo che si piega sotto un carico di cielo
incapace di reggere. L’adozione, come strutture-boe del testo, della terza persona e del tempo di un farsi imperfetto e fluttuante, non
denuncia solo il superamento di quella specifica dualità-identità, ma è anche un tentativo, su altre basi, affatto
nuove e per certi versi sperimentali, di recupero della spazialità del canto
narrante, di una oralità che si presenta, ora,
non più come àncora del possibile e della rigenerazione, ma come consapevolezza
netta della “perdita”, del vuoto.
Perché proprio riordinando i materiali che l’altro ha catalogato, annotato e chiosato tra le sue pagine, ci si
accorge che esse registrano nient’altro che la disillusa visione di cui l’io
stesso si ammantava nel suo pellegrinaggio tra i paesaggi pietrificati del
presente: la certezza che nessuna
memoria resiste e rinasce ai/dai suoi
silenzi; che anche l’osservazione più attenta di ciò che accade sotto i nostri
occhi, e si fa cronaca o storia condivisa, non serve a restituirci il senso del
suo epifanico baluginare nell’attimo, del suo trascorrere e svanire nei giorni,
non aggiunge nessuna nota di verità alla consapevolezza dell’ordine immutato
del reale. Il reale, il senso, se pure esiste, che in esso si
cela e si fa uno con quanto appare e mai ci appartiene, è sempre un passo oltre la mobile linea dello
sguardo che cerca di afferrarlo. Così, la partecipazione, mai del tutto
sottaciuta, al dolore delle “tracce”,
diventa inutile sforzo di ricostruzione di una figura che rimane pur sempre priva di sangue, se manca la consapevolezza
che quell’indizio ci appartiene in
profondità, e osservarlo nei segni che marcano il passaggio e la trasparenza
dell’altro, non è che un estremo
riconoscerci goccia dello stesso sangue nel mare fossile che bordeggia tra gli
orli feriti di una sola orma.
E’ qui lo scarto rispetto alla annotazione (comunque rassicurante) di un dato
che, pur sanguinando di/nel presente,
si riscattava, nel “diario”,
sedimentandosi nella memorialità
sicura, anche se inquieta e a volte appena avvertita, dell’altro, in una oralità sempre recuperabile in chiave di
futuro e in proiezione all’oltranza utopica: uno scarto che non prefigura il
salto nel “nullesia” di voce e di
pensiero, lo sbocco in una nichilistica, immobile presa d’atto dell’indecifrabile. Anzi: la consapevolezza
della frattura tra senso e apparenza che ogni immagine e ogni accaduto si porta
dentro come intima coessenzialità col proprio sguardo, è già un ponte gettato
tra abisso e abisso nei vuoti della “ferita”. Se anche “fu
sospetto restare con niente”, e fermarsi a “ragionare ogni respiro” diventa imperativo etico, l’unico, per ogni
proposta di scrittura che aspira, comunque, a farsi dono condiviso, l’occhio che aggruma non è che pensiero del vuoto di storia che stringe, l’unica certezza, per chi
dipinge segni, di poter guidare la mano a definirne il profilo con linee nuove
di movimento e voce. La tensione a sezionare il dato fino a ridurre in
frammento anche la fibra più profonda, per meglio osservarla e conservarla (a
partire dall’eco ritmata del proprio stesso passo e del proprio respiro),
tensione già avvertibile nel “diario”,
qui si presenta come capacità di auscultazione
indiziaria, non più della scheggia ma dell’evento nella sua totalità di res transeunte, irriducibile alla grammatica delle tracce che esso stesso
lascia, in tutto il suo tragitto verso-dove.
Qui, in questi testi, quindi, la traccia
non è più indizio di una vita già stata o che si dà all’istante, ma è vita nel suo dirsi, vita che chiede
all’occhio che ascolta non il giudizio
che riassume e cataloga, ma la consapevolezza, cosciente in ogni sguardo, che
la “ricostruzione”, la “rimembranza” non è mai un’operazione che
approda al vero, fosse anche la verità
apparente che dagli oggetti sembra parlarci con voce traducibile: perché è
solo cercando un legame “da farsi”
tra tracce scomposte di vuoto (quel legame di assenze che solo la poesia sa
intrecciare), che si ricostruisce la dimora di un senso dalle ceneri ormai raggelate del senso: una possibilità di vita
altra che è già orizzonte di una leggibilità senza residui, esistenza che
si dà nel suo essere luogo di ciò che è, non di ciò che significa.
Francesco Marotta, 25
settembre 2007
L'escursione
(I versanti cedono avvalli
nell’accostarsi, v
dal percorso indifferente, dove la neve
lascia l’erba più grassa)
Così ricontava le direzioni
girando la testa;
(dalla cima svettano altre cime
e paesi cerchiati da uniche strade
d’andata e ritorno; attorno
il massiccio è uno spazio
di gobbe e borri,
che si spande senza indice di fine,
ed ogni cresta
diventa confine. Un luogo
che ovunque è luogo,
e sentieri affiorano dove i passi
restano terra e sassi)
***
Il pescatore
- Ci sta’ le volte che li ripeschiamo,
a tirare sulla barca le reti,
assieme a pesci e calamari
i morti... quelli dei barconi
e dei gommoni vecchi quanto il mare,
a fondo, sotto al peso della calca,
per la spinta in più di qualche onda... corpi
di negri arabi africani,
che chi sa quanti ne restano
a sparire sotto, tra sabbia e morsi... –
Non c’era vento a smuovere nulla
ne’ funi, ne’ spuma, neppure odori;
e allora l’acqua sulla tolda
sopra i pontili ed il molo, sopra la pelle,
gli sembrava in altre gocce camuffare
gli spazi certi del sudore, il sale
con il sale.
***
L’incidente
Disseminati svrecchi tra i chilometri,
pneumatici riassunti sull’asfalto;
tra tanti simili
vale il gioco dei contrari,
la differenza esatta.
Nella piazzola l’auto spenta,
la sua ombra mobile, rovente,
i finestrini abbassati ad indicare meglio
– lì sul guardrail, lo vedi quel bozzo?
lì immagina il primo colpo…
poi il rimbalzo ed il ritorno
al centro della strada, lo schianto
contro al cemento dello spartitraffico…
ed ancora un riandare, dall’altra parte
a tranciare lamiere con lamiere –
Le inflesse contorsioni del ferro
ai lati del varco,
rilucevano sempre più distanti
nel bruciore degli occhi,
ed i frammenti a terra
di vetri dentro segni di gesso,
come a segnalare lavori in corso,
un imbocco già pronto
per uno svincolo a venire,
teso verso i campi, teso verso il bosco.
***
Il suicida
Inattesa ogni volta, era l’ultima curva
a gomito, prima della serpentina sterrarta;
un segmento di case allignate lungo i bordi,
di parcheggi risicati negli slarghi.
(Dalla rimessa degli attrezzi, quella mattina,
salì fino al balcone una nuvola nera,
sulle finestre a posarsi cenere,
come un segnale di fumo a chi lo cercava
a ridosso dei campi)
(Ancora, la tettoia ondulata e combusta,
i mattoni calcinati; in due lo tirarono
fuori, un corpo spento a coperte
e secchiate, un tizzone
che nelle strette delle mani, sgranava)
***
L'imbianchino
All’improvviso a sniffare l’aria della stanza,
ritrovarsi come cani
ragionando ogni respiro,
cogliere il segnale familiare, immaginarlo
impresso sopra al muro
sotto intonaco e vernice; un odore rappreso
un alone d’una qualche secrezione, umore
di neglette giornate.
(Questo appartamento
non ha mai conosciuto tanto sole
come adesso, vuotato e sfitto
d’ogni orpello); la luce come l’eco
sulle pareti piatte e bianche;
(da lucidare e spolverare
restano piastrelle e porte impiallacciate)
(Restasse vuoto, senza parole) pensava
(oppure occupato da marocchini
e senegalesi, cingalesi indiani
e nigeriani, cinesi e rom,
pachistani; tutte le stanze colme
fino all’eccesso, fino a coprire
di vesti e scarpe ogni minimo strapunto,
e sulla calce altri segni, altri raspi;
disabitato in un istante, in una notte,
prima delle volanti)
***
Il bosco
Glielo disse apertamente
come stesse investigando
- Il suo racconto
sulla storia della bimba? –
- Ne so quanto tutti gli altri –
gli rispose dal gradino
- solo che ci passarono settimane
là dentro al bosco,
con i cani i pali e tutto il resto,
misurando e numerando e catalogando
ogni foglia ramo o sasso,
rivoltando per intero le cortecce;
e quando se ne andarono sembrava
non si fosse impresso nulla;
e fu sospetto restare con niente,
neppure uno strappo di veste o pelle,
neppure una ciocca tra la ramaglia;
certo è stato il vento, la pioggia, il secco
i corvi e le bestie... certo lì dentro
dove incessante è il settaccio
e il fugare d’ogni cosa. –
Quasi uno scherzo lo spiazzo di terra,
la distanza, tra la case ed i tronchi.
Daniele De Angelis è nato ad
Ascoli Piceno nel 1981. Si è laureato in Conservazione dei Beni Culturali
presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Perugia con una tesi sul pittore Tullio
Pericoli. Nel 2001 ha
fondato assieme ad alcuni amici l’associazione culturale “Biblioteca di Babele”
e la relativa rivista. Nel 2004 insieme a Davide Nota ha fondato il foglio
quadrimestrale di poesia e realtà “La
Gru”. Nel 2006 insieme ad Andrea Tosti ha dato vita al
portale di audiocultura “Enne” (www.figlidienneenne.it). Sue poesie
sono apparse nell’antologia “L’arcano fascino dell’amore tradito, tributo a
Dario Bellezza” (Perrone Editore) e nella rivista “Ciminiera”, oltre che su
vari siti internet. Nel 2007
ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, “Diario
di un altro” per la “Otium Edizioni” (www.otiumedizioni.com).
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