[di Davide Nota]
«L’arte è sempre legata a una
determinata cultura o civiltà, e, lottando per riformare la cultura, si lavora
a creare una nuova arte, perché si modifica tutto l’uomo» (Antonio Gramsci,
Letteratura e vita nazionale). In un momento di tabula rasa della nostra storia
e cultura nazionali, sarà senza dubbio importante cercare una via d’uscita da
questa fase di permanente imbarazzo intellettuale, tornando, con senso di responsabilità
ma non privi di un certo orgoglio sentimentale, sopra le due tradizioni che
sono risultate sconfitte dal processo storico che chiamiamo post-moderno e che
non è altro che la schiacciante vittoria delle alienazioni dello spettacolo
neo-liberista sopra la popolazione mondiale (cfr. Guy Debord, La società dello
spettacolo). Le due tradizioni sopra cui torneremo saranno la tradizione platonico-cristiana
e la tradizione umanistico-marxiana (valga per l’Italia il compendio
Gramsci-Pasolini).
A muoverci non è affatto una
nuova forma di passatismo. Sappiamo bene come la tradizione abbia bisogno di
una continua forma di traduzione e saremo qui pronti a contraddire ogni aspetto
non più attuale dei sistemi di pensiero cui faremo riferimento così come a
confrontarli con le pagine delle filosofie contemporanee. Abbiamo però la
sensazione che le nostre radici nazionali e popolari non siano affatto implose
da sé, come l’usignolo dell’epoca vuol farci intendere, ma siano piuttosto
state soffocate dalle polveri degli attentati terroristici e mass-mediali. Abbiamo
insomma la sensazione che un discorso in atto, quello per intenderci della
costruzione di una cultura nazionale su basi popolari, sia stato deliberatamente
interrotto. Ad ogni modo occorre comprendere come la “nuova cultura” non sia stata
in realtà altro che una “interruzione della cultura”, un momento insomma esclusivamente
negativo. Su queste pagine, a partire dai documenti della «Commissione
parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulla mancata
individuazione dei responsabili delle stragi», ci occuperemo di questa delicata
pagina della vita nazionale, convinti che risieda anche nella consapevolezza
storica il rimedio a tale interruzione.
Non basta. Siamo convinti che
l’esperienza del mistero, dunque ogni aspetto più autenticamente religioso
dell’esistenza, in quanto parte integrante della vita del soggetto non possa in
alcun modo essere escluso dal sistema di valori cui idealisticamente miriamo.
Questo significa che una nuova “filosofia della prassi” non potrà di certo aprioristicamente
negarsi all’esperienza non analitica, che se pure in contraddizione con le
leggi conosciute o conoscibili del mondo fisico resta pur sempre una scoperta
socraticamente pratica, tanto più che oggi la stessa nuova fisica si appresta a
scardinare definitivamente le porte residuali dello scetticismo positivista o
vetero-marxista (cfr. Paul Davies, La mente di Dio; Dio e la nuova fisica). Così
come già in Pasolini: «Si tratta [..] di dare maggiore o minore peso alla
propria filosofia di origine illuministica o positivistica: o addirittura di
accettarla o no. O perlomeno di discuterla e aggiornarla, visto che la stessa
scienza ha superato certe posizioni scientifiche dell'Ottocento e del primo
Novecento. Comunque tutto questo proceda, due cose permangono certe: 1) Una
filosofia atea non preclude il rispetto per la religione. 2) Una filosofia atea
non è la sola filosofia possibile del marxismo.».
Questo è il nostro nuovo impegno,
la nostra nuova militanza.
Ricostruire il bagaglio culturale
che ci è stato negato, a partire dai testi di De Sanctis, Croce, Gramsci,
Vittorini, Pasolini; La Voce,
Il Politecnico, Officina, Lengua. Rinnovare tale bagaglio, contraddirlo se
necessario: tradurre la tradizione senza alcun limite ideologico. Ripristinare
il metodo della “filosofia della prassi”, a cui il simbolo de La Gru sembra così affine, contro
ogni tentazione dogmatica. Non avremo forse la possibilità di riformare la
cultura né di veder nascere una nuova arte. Potremo però, questo sì, dare il
nostro piccolo contributo affinchè ciò sia un domani possibile, reagendo con
tutte le nostre forze organizzative e intellettuali contro l’interruzione
culturale a cui siamo stati
costretti.
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