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[di Gianluca Pulsoni]
Federico Nicolao. Personalità poliedrica, scrittore. Ma poi si scopre se si incontrano persone che hanno incrociato il tuo percorso che sei stimato egualmente come critico d’arte e curatore, filosofo, professore universitario, persino editore, artista sotto pseudonimo, animatore culturale e molto altro ancora. Attivo soprattutto in Francia oramai, perché hai scelto di vivere a Parigi ma con incursioni in Italia (la tua lingua resta pur sempre innanzitutto quella italiana) e altrove. Nel tuo profilo si scorge una linea che assomiglia per le sue “pieghe” a quella di importanti personalità che qui abbiamo avuto ma che ora stentiamo ad avere. O meglio, personalità alle quali oggi, il sistema culturale italiano, stenta a dare spazio, come accadeva invece prima.
Gianluca Pulsoni – Vorrei iniziare la nostra conversazione perciò da questa considerazione, il ruolo della persona estetica (è Nietzsche – credo – che usa questo termine) oggi. Come è cambiato, dove può agire. Secondo te…
Federico Nicolao – Comincerei dal molto altro quasi quasi, se la cosa non ti dispiacesse, perché a scrittore ci tengo, a tutto il resto meno. Mantenendo in sospeso l’arte perché, come sai benissimo, non sono esatte queste voci che mi vogliono impegnato anche nella canzone o nella fotografia. Cominciamo dunque, poiché questo chiedi quando evochi Nietzsche, da quel … e molto altro ancora… E anche “persona” leggiamolo come fosse stato scritto al plurale, persone, o allora in francese : personne. Essere nessuno. Una condizione di privilegio. La stessa, non lo dimenticare, con cui Ulisse riesce a uscire dall’antro di Polifemo. L’ou tis, ou tis dei Cantos di Pound anche…
Se ne è parlato spesso con un altro Nicolao, mio padre, Mario, che vedrai è complice di molte delle cose che faccio e che ho la fortuna di avere in casa. Un grande intellettuale italiano, uno dei più grandi a mia opinione, ma direi per mia fortuna per ora del tutto misconosciuto. Dico fortuna perché ciò ci permette di sperimentare e lavorare senza occhi addosso. Ma l’intervista, sbagliando, la fai a me, dunque ti rispondo per me. Personne, personne! Iniziamo col dire che mentre non mi riconosco affatto e mi sento limitato ogni qualvolta un’etichetta viene a sovrapporsi o ridefinire ciò che faccio marginalmente, ma che mi dà sostentamento (l’insegnamento, il ruolo di curatore, le direzioni di programma in alcuni musei), in quel .. e molto altro ancora … già respiro.
Mentre tutta quella tua lunga lista mi fa soffocare. Temo che soffochino anche i nostri pochi lettori. In ogni caso riassumerei così: Federico Nicolao, scrittore. Chi scrive, scrive e basta, tutte le altre attività ne conseguono per così dire naturalmente. Resta da stabilire se uno sia o meno all’altezza dello scrivere, ma questo non è facile da dire per chi cerca semplicemente di scrivere sapendo che duro compito sia…
Il giudizio spetta al lettore e il lettore come si sa è un’entità molto poco definibile; il lettore è lettore … e molto altro ancora… In quel … e molto altro ancora … forse ci si può incontrare con il lettore e si possono passare alcuni momenti insieme, il che non è mai solo un piacere, vale la pena di ricordarlo… ma una storia di imbarazzi reciproci, di difficoltà, di tensioni... di frontiere che con tempi rapidissimi o di una esasperante e dolcissima lentezza sono in movimento.
Mi viene spesso in mente il reporter francese Claude Dityvon, un altro solitario, morto quasi nel silenzio di recente, e l’amore col quale difendeva, venendo da un mondo di grande durezza, la parola “intellettuale” , ecco potresti mettere: “scrittore, intellettuale e molto altro” e se ne potrebbe discutere. Nei termini in cui Claude parlava dell’intellettuale c’era una grande fisicità che spesso si dimentica in quel termine; la stessa per intenderci che permetteva a Beckett di fare cinema, a Glauber Rocha di disegnare e scrivere poesie, a Marcel Duchamp d’essere oltreché un grande giocatore di scacchi l’artista che ha cambiato certo corso alla storia e alla vita di tanti appassionati d’arte, a Vinicius de Moraes di saltare da un aereo all’altro, da un paese all’altro, da un progetto all’altro in una cartografia solo a lui nota, come ci racconta ridendo – mi pare – Tom Jobim. Mi piace molto anche la definizione che dà Georges Didi Huberman di un’epoca che starebbe per liberarsi dei capolavori, lasciandoli al loro destino e imparerebbe ad essere attenta alle opere sans queue ni chef, senza capo né coda. Oppure mi sento molto toccato da quanto dichiara spesso un altro amico, Jean-Christophe Bailly, per esempio nell’intervista concessa a una rivista che amo, Vacarme. Te ne cito un passo: “Ho sempre constatato che rinchiudersi in una disciplina, in un campo, in un contesto ossia in un’attività particolare finiva sempre per darmi un sentimento di oppressione quasi fisica. Fu il caso persino nell’attività di nottambulo che a un certo punto ha rischiato di assorbirmi. Un amico allora mi aveva dato un ottimo consiglio che in seguito ho esteso a tutto: nei bar sempre vicino all’uscita.”
Se nel termine intellettuale c’è quel molto altro ancora, per me allora c’è la spiaggia, c’è la cachaça, c’è il football di Garrincha o del mio Genoa o persino del mio allievo William Rivière che filma giocando a pallone in giardino, c’è la coscienza della tragedia dell’esistenza (d’oggi e di ogni epoca), c’è la crisi perpetua della politica, c’è tutto il resto, il dolore, il deserto “patria intima come le lacrime” come scrive Adonis … e molto altro ancora mi sta benissimo.
Perché in quel … e molto altro ancora allora c’è la ginga, c’è il dribbling.
Ci sono i testi di Chuck Berry:
Close up your books, get out of your seat
Down the halls and into the street
Up to the corner and 'round the bend
Right to the juke joint, you go in
Drop the coin right into the slot
You're gotta hear somethin' that's really hot
With the one you love, you're makin' romance
All day long you been wantin' to dance,
Feeling the music from head to toe
Round and round and round we go
…c’è la sensazione di quel che vibra in una canzone
…o davanti a una Leica per Saul Leiter, che dichiara: “Andavo a comprare il formaggio, un libro o a prendermi un caffè , c’erano cose che mi piacevano, facevo qualche foto. Non so se sono riuscito a fare quello che volevo: non ho mai saputo che cosa volessi fare!”
... e così via…
Non ci sono, grazie a dio, le istituzioni, il loro peso, non c’è la mente limitata e limitante: tanto di chi difende la causa di chi vuol mettere a tutto un’etichetta che di chi invece vende come ricetta la poliedricità, come si vendevano e si vendono ancora indulgenze in certe chiese culturali o temporali di tante religioni che ci tediano…
Se c’è il sorriso di Jean-Luc Nancy quando tira fuori in facoltà un buon riesling per accogliere i nuovi studenti, qualche passo di danza di Philippe Lacoue-Labarthe di ritorno da New York con l’ultimo disco di Roscoe Mitchell, se ci sono la ruvidezza e la delicatezza delle grandi e ispirate perorazioni di Henri Gaudin (un colosso, circa un metro e novanta d’altezza e forse più) in favore dell’architettura sotto al palazzo Farnese (“Questi erano titani, titani ! E noi siamo nani!” detto con semplicità e non per fissare un valore in una rappresentazione), se c’è una scorribanda notturna d’inverno nel porto di Antibes con Jean-Christophe Bailly terminata in compagnia con una bella pisciata nella latrina pubblica della piazza sotto il mercato sentendosi a casa quanto al Grand Hotel dove eravamo poco prima, se c’è un panettone mangiato con Eryck Rocha nelle feste di natale quando scappati da una cena mortalmente noiosa di “animatori culturali” (come li chiami tu) un amico fraterno, ci riceve alle 3 del mattino, ci mostra le sue foto antiche della gradinata Nord e ci fa ascoltare sino all’alba i migliori cru del Rock and Roll, parlando di calcio genovese e brasiliano, se c’è la gioia di Giuseppe Penone quando si sfila dall’ufficialità di un vernissage e si frega le mani tutto felice di andare finalmente a mangiare con sua moglie e sua figlia tranquillo e sereno, se c’è, sempre presente, il desiderio di fare oggi gesti semplici quanto Maria Betanha e Paulinho da Viola quando cantano su una spiaggia “Rosa Maria” nel film di Pierre Barouh [http://www.youtube.com/watch?v=MpaNVNZDwsE], forse potrebbe anche andare bene intellettuale.
Federico Nicolao, scrittore, intellettuale. Fa un po’ ridere eppure suona …
Ma… e molto altro ancora?
Ci tenevo. Lasciamolo, dai.
L’ideale, te l’ho detto, sarebbe riuscire a far scomparire Federico Nicolao. Personne non è meglio? Forse bisognerebbe chiedere a qualche amico che so, giapponese o indiano d’america, perché ci dovrà pur essere una qualche parola di una sola sillaba (o due come in Dide?), che significhi semplicemente “personne e molto altro ancora”.
Se la scovi questa parola mettiamo quella. E senza nome. Diventerebbe la definizione più giusta, ma quando uno sa sino a che punto costa fatica provare a scrivere, senza assicurazione alcuna di riuscita, al titolo di scrittore non ci rinuncia così facilmente. Cerchiamo d’essere almeno su questo punto sinceri. Federico Nicolao scrittore. O se togliamo il nome (è il sogno del resto di qualsiasi scrittore) : ... e molto altro ancora!
G. P. – Tra le tue attività molteplici, ci sono quella della scrittura e quella, come se fosse l’ideale rovescio e complemento, di fare editoria.
Vorrei anzitutto allora che mi parlassi delle tue scritture, in relazione alle molteplici ricerche che svolgi, a cavallo dell’arte e della filosofia…
F. N. – Bisogna incominciare anche qui cercando di fare chiarezza. Sino a oggi ho scritto cinque o sei piccolissimi libri. Non intendo scriverne molti di più e sicuramente non ci sarà maggiore ambizione nei futuri di quanta ve ne sia in questi, intendo continuare solo in presenza dell’ispiratrice, la vita. Te li elenco.
Pagine, A suivre, La medesima ombra. Celia Misteriosa. Questi sono quelli pubblicati. Celia Misteriosa per ora vale due. Pagine e Celia Misteriosa, va precisato, sono stati concepiti grazie al sostegno dell’ “Accademia di Francia” a Roma che mi ha dato in parte i mezzi per stamparli come piacevano a me. Per quanto riguarda Celia Misteriosa non so davvero che dire. È un progetto in 4 volumi. Li avevo concepiti tra il mare e Villa Medici. Due sono editi, il terzo sta uscendo, con dei disegni bellissimi di Jean Sabrier. Per il quarto ci sono ancora alcuni problemi. Se tutto va bene dovei farcela entro l’anno. Poi c’è Du bleu de ceruleum che è stato scritto tra A suivre e La medesima ombra ma che non sono ancora riuscito a far stampare perché non ho ancora trovato la pazienza per farne una mise en page che mi soddisfi e perché temo che i costi non saranno esigui e per finire ci sono due prose. Una ispirata dal passaggio di Conrad a Genova, uscita rimaneggiata in un volume di Rem Khoolas e Hans Ulrich Obrist che desidererei accorciare leggermente e riprendere insieme a una fotografia che mi è cara, l’altra Visages donnés anch’essa per ora inedita, nata in eco a dei disegni al carboncino dipinti su semplicissimi sottobicchieri di birra di un amico pittore (Raphaël Thierry). Di questi piccoli libri mi interessa parlare. Non senza quell’imbarazzo del quale parla però Welles quando racconta “ Parlo con i Cahiers du cinéma [...]. Ma è tutta una finzione. Io sono un impostore: parlo perfino dell' "arte del cinema". Non parlerei mai ai miei amici dell'arte del cinema: preferirei essere sorpreso senza calzoni nel bel mezzo di Times Square” Però almeno quelli mi sono costati giorni e giorni, mesi, anni utili. Sono piccoli libri ma che occupano tutte le mie giornate appena ho del tempo per me.
E me ne sono curato o intendo curarmene l’edizione sin nei minimi dettagli e allora tanto vale forse almeno per quelli “assumer”, come dicono i francesi .
Se dunque ti interessano anche per l’aspetto editoriale in questo senso devo dirti che l’editoria è il complemento dello scrivere. E anche qui non facciamoci illusioni. Giovanissimo ho lavorato per Giorgio Devoto (ho tradotto alcuni testi per la San Marco dei Giustiniani e come sai ho curato i Diari di Giorgio Caproni). Ho avuto la fortuna di avere in Francia come editore proprio per i testi di Giorgio Caproni su Auschwitz e per un volume del quale mi sono occupato sul tema della figura, Jean-Paul Michel, di William Blake & Co.
Avrei subito voglia di dirti: quelli sì che sono editori… Come nel caso di fotografi e compositori di canzoni quelli sì che sono fotografi, quelli sì che sono compositori di canzoni. Nel caso dell’editoria che qui ci interessa la mia è soltanto legittima difesa in un’epoca in cui nessuno sembra più prestare attenzione all’importanza di dove e come si legga una scrittura. Ci sarebbe da discuterne a lungo di questo aspetto poiché dal punto di vista tecnologico ed economico l’epoca permetterebbe assolutamente un ritorno allo spazio nei libri con un impegno da parte dell’editore davvero non proibitivo, ma nessuno intraprende questa strada. Anzi! Ora devi sapere, per quanto possa far sorridere, che ho una vera e propria idiosincrasia per i volumi che si trovano in commercio, a parte qualche rara eccezione. Trovo infatti che non ci sia più nessuna attenzione per il lettore. Quel che conta sembra essere il logo di tale o tal altro editore e che il nome dello scrittore figuri in bella vista come quello di una star. E vantarsi del proprio editore è oramai unicamente il mestiere dello scrittore contemporaneo, mettendoselo come una medaglia, per mostrare la complicità che si ha con determinati salotti e luoghi di potere. Poi se i piccoli mostri crescono arrivano a creare addirittura l’equivalente con parte dei propri proventi. Attenzione, non se ne fa una storia di grandi nomi, quando evoco questa mania di situarsi rispetto a delle camarille o a dei salotti o a dei gruppi editoriali, capita così anche per editori minuscoli.
G. P. – Mentre tu, invece…
F. N. – Personalmente invece io faccio libri come bottiglie di vino per gli amici, senza obbedire alle regole di chi produce per produrre. Che non si trovino mi pare perfetto. Se un giorno un editore si mette al servizio e desidera stamparne come penso che debbano uscire sono disponibile, il mio sogno sarebbe per esempio farli uscire in cofanetto quando saranno finiti, e sto già studiando da anni il colore della tela, ma alle regole odierne o incontrate sino a oggi: no grazie!
E bada è una questione di principio che riguarda l'epoca, perché non avrei avuto alcun problema nell’immediato dopoguerra invece ad adattarmi alla grafica o alle richieste di tanti straordinari editori artigiani che anteponevano il piacere di dare da leggere a quello dell’essere identificati. Oggi appartengono a una storia simpatica e dimenticata. Solo che quando prendi un loro libro in mano, ingiallito o un po' più fragile di allora c'è lo stesso piacere ad aprirlo che c'era il giorno in cui uscì dalla stamperia. Penso al folgorante inizio di Ponge nel Partito preso delle cose. In edizione originale quello sì che era un libro!
Mi è capitato più di una volta che amici che lavorano in questi colossi odierni dell’editoria mi domandassero se avevo qualcosa per loro ed è in quei casi che uno benedice il critico d’arte, il curatore, il filosofo, il professore universitario, o il fotografo sotto pseudonimo, l’animatore culturale perché se non altro c’è un’ampia libertà di scelta quando arriva il momento di cambiare urgentemente discorso.
G. P. – Ma i tuoi libri che si trovano in commercio per grandi editori come Hazan in Francia e che toccano temi tra arte e filosofia? Il lungo testo su Nicolas de Staël, il tuo scritto su Gilles Aillaud, il testo del catalogo di Giuseppe Penone edito dall’Ècole Nationale Supérieure des Beaux Arts di Parigi come si inseriscono in tutto questo?
F. N. – Ci sono sempre persone dietro a ogni progetto. è una regola fondamentale da apprendere il prima possibile, lo dico spesso ai miei studenti. Nel caso di Nicolas De Staël ci sono Jean-Louis Andrai del quale amavo prima ancora di conoscerlo le mostre (è stato il curatore della prima grande mostra su Rothko che ho visto al Museo di Arte Moderna di Parigi, di una bellissima mostra di Pierre Soulages più interessante di quella della quale si parla in questi giorni e di una di Antoni Tàpies per esempio che mi avevano molto colpito) e Anne De Staël. Jean-Louis che conosceva il mio lavoro è venuto a chiedermi quando vivevo ad Antibes e lavoravo per un altro progetto nel suo Museo (il Museo Picasso) se non mi sarebbe interessato scrivere per la mostra che stava organizzando sull’ultimo anno di vita del grande pittore francese. Anne si è dimostrata squisita ed è nato così il testo. Non sempre è possibile scrivere in eco a qualcosa. È ciò che molti committenti non capiscono. Ricevo proposte spesso, tanto da piccolissimi luoghi che da gigantesche istituzioni. Conta solo, mi sembra, il rapporto umano. Chiedere un testo a qualcuno è un atto di una violenza e di una gentilezza straordinarie. Talvolta dà dei risultati, non bisogna arrabbiarsi quando non c’è nulla da dire o da scrivere. C’è sicuramente un margine di aleatorietà e di ingiustizia. E allora? Sono poche, pochissime purtroppo le persone che capiscono che c’è un rapporto che deve essere concreto e umano per mettere in moto questo tipo di scrittura. La stessa che ti spinge a fare corso quando incontri degli studenti o a creare una rivista o a organizzare delle conferenze o delle mostre. Proprio di recente al Centre Georges Pompidou una conservatrice che stimo, Cecile Debray, aveva pensato a me per il catalogo della futura mostra di Lucien Freud. Mi ha contattato attraverso amici comuni e le ho risposto che c’erano persone che in questo momento potevano scriverne meglio. Sono gesti difficili da fare e da capire. Immagina che quando questo è accaduto non avevo il posto da insegnante che è arrivato in seguito … però è l’unico modo per far nascere dei rapporti che riposino per davvero sul lavoro e sulla passione per lo stesso. Ci sono sempre situazioni delicate: immagina quanti artisti possano chiedere pubblicazione, attenzione, scrittura semplicemente per una questione di simpatia (in senso stretto) o di curiosità e quante cose ci si perde quando si passa accanto. Non c’è assolutamente modo di rispondere, ma è lì che se ne sa un po’ di più sull’ego delle persone. Non sono mai riuscito a scrivere una riga su autori che stimolano la mia fantasia ogni giorno, da decenni: poniamo nel più adorabile disordine Saul Leiter, Matisse, Len Lye, Bill Evans, Herman Melville e Joseph Conrad, non è dunque difficile che possa aver la sensazione di non aver nulla da dire su un’opera senza che questo coinvolga in alcun modo un giudizio di valore. In ogni caso ci sono persone dietro a ogni progetto. Dietro a ogni libro che non sia mio nel senso indefinibile in cui lo sono quelli dei quali parlavamo prima c’è una logica aleatoria, che insegue chissà quali chimere, quali aspetti affascinanti da trattare, ma c’è sempre in ogni caso una persona.
Nel caso di Penone c’è la cortesia di un gentiluomo, Henry Claude Cousseau, che si è ricordato ad anni di distanza da quando se ne era discusso che l’opera di Penone esercitava su di me un grande fascino, nel caso di Aillaud c’è la fiducia che ho subito sentito in Richard Peduzzi che intendeva chiedere un testo a uno degli ospiti di Villa Medici per affiancarlo a quello del curatore della mostra, il critico d’arte francese Philippe Dagen, e venne verso di me. Si è responsabili d avanti a qualcuno. Si può dire di sì e accettare questa scommessa o dire di no. Se si dice di sì a quel punto si è responsabili davanti all'opera e lì sì che incominciano i problemi!
G. P. – Ci sono in Italia, o altrove (Francia?), esempi di persone che lavorano nelle tue stesse direzioni, o che comunque portano avanti un discorso che può toccare tue tematiche e ricerche?
F. N. – Perché limitarsi a Francia e Italia? Ce ne sono sicuramente che non conosco, ma penso che il caso faccia benissimo il suo mestiere. Forse è per quello che ho incrociato sul mio cammino molte persone che amo. Te ne cito alcune: Jean-Christophe Bailly, Tacita Dean, Tomas Maia, Jerôme Combier, Koo Jeong-A, Federico Ferrari (che è una delle persone con le quali discuto più volentieri perché spessissimo non ci troviamo d’accordo), Hirokazu Kore Eda, Naomi Kawase, Laura Erber. Francamente non saprei però pormi al loro livello. Ognuno cerca cose così personali lavorando che voler comprimere in direzioni di ricerca il lavoro di persone tanto diverse è cosa che proprio non mi piace. Anche perché poi spessissimo si diverge su talmente tante cose e con così grande piacere... Ho sempre in mente – contro quelli che pensano agli autori che amano in termini di poetiche, movimenti e regole, facendo della Storia una cauzione anziché un mare ignoto nel quale si naviga o ci si tuffa – quanto scriveva Gilles Deleuze (cito a memoria) che si cautelava premurandosi di stabilire sempre delle compensazioni a quanto la storia gli imponeva: “ma manière de m’en tirer c’était de considérer l’histoire de la philosophie comme une sorte d’enculage, ou, ce qui revient au même, d’immaculée conception”.
Ma bisognerebbe citarlo per bene, se aspetti un secondo vado a cercare un altro passo in cui parla di Nietzsche e del gusto che si ha a dire cose semplici a nome proprio, a parlare per affetti, intensità esperienze, sperimentazioni. Ecco: “Dire qualcosa a proprio nome, è molto curioso: non è affatto quando ci si prende per un io [moi] una persona o un soggetto che si parla a proprio nome. Al contrario un individuo acquisisce un autentico nome proprio come esito del più severo esercizio di spersonalizzazione, quando si apre alle molteplicità che lo attraversano da parte a parte, alle intensità che lo percorrono. Il nome come apprensione istantanea di una tale molteplicità intensiva è l’opposto della spersonalizzazione operata dalla storia della filosofia, una spersonalizzazione dunque d’amore e non di sottomissione. Si parla in fondo di quel che non si sa, dal fondo del proprio sottosviluppo a sé.” Allora in questi canoni fare dei nomi è molto delicato, perché sono infiniti i pensatori e gli artisti in movimento che si lasciano governare ciascuno a suo modo da una tematica o da una ricerca senza pretendere di imporre regole a nessuno. E i contatti avvengono appunto per intensità. Nella mobilità che è la vita di ogni pensiero ci sono intensità che incontrandosi danno o non danno risultati interessanti. Sono cresciuto in Europa e in un periodo in cui l’accesso alle opere per chi si dà da fare è possibile. Tenderei dunque a uscire da questo piagnisteo generale in cui ci si lamenta della grettezza e della chiusura dell’epoca. Ci sono persone come Bailly e Didi Huberman che hanno molto chiaramente spiegato quali rischi enormi racchiuda il non vedere quel poco che per intensità per un istante ci attira per invece dipingere orizzonti soffocanti e definitivi. La storia del resto, quella vera, dimostra da sempre d’essere estremamente più capricciosa di chi la utilizza come una cauzione in qualsiasi prospettiva.
Ma bisognerebbe citarlo per bene, se aspetti un secondo vado a cercare un altro passo in cui parla di Nietzsche e del gusto che si ha a dire cose semplici a nome proprio, a parlare per affetti, intensità esperienze, sperimentazioni. Ecco: “Dire qualcosa a proprio nome, è molto curioso: non è affatto quando ci si prende per un io [moi] una persona o un soggetto che si parla a proprio nome. Al contrario un individuo acquisisce un autentico nome proprio come esito del più severo esercizio di spersonalizzazione, quando si apre alle molteplicità che lo attraversano da parte a parte, alle intensità che lo percorrono. Il nome come apprensione istantanea di una tale molteplicità intensiva è l’opposto della spersonalizzazione operata dalla storia della filosofia, una spersonalizzazione dunque d’amore e non di sottomissione. Si parla in fondo di quel che non si sa, dal fondo del proprio sottosviluppo a sé.” Allora in questi canoni fare dei nomi è molto delicato, perché sono infiniti i pensatori e gli artisti in movimento che si lasciano governare ciascuno a suo modo da una tematica o da una ricerca senza pretendere di imporre regole a nessuno. E i contatti avvengono appunto per intensità. Nella mobilità che è la vita di ogni pensiero ci sono intensità che incontrandosi danno o non danno risultati interessanti. Sono cresciuto in Europa e in un periodo in cui l’accesso alle opere per chi si dà da fare è possibile. Tenderei dunque a uscire da questo piagnisteo generale in cui ci si lamenta della grettezza e della chiusura dell’epoca. Ci sono persone come Bailly e Didi Huberman che hanno molto chiaramente spiegato quali rischi enormi racchiuda il non vedere quel poco che per intensità per un istante ci attira per invece dipingere orizzonti soffocanti e definitivi. La storia del resto, quella vera, dimostra da sempre d’essere estremamente più capricciosa di chi la utilizza come una cauzione in qualsiasi prospettiva.
G. P. – E veniamo invece ora a Chorus, Una costellazione (il blog di riferimento è www.chorusday.blogspot.com). La tua rivista, il progetto di cui sei direttore responsabile. Ma che cos’è Chorus più esattamente? Intendiamoci, è una rivista, ma nello stesso tempo anche una specie di libro d’arte in ogni suo numero. È poi anche qualcosa di marginale, non inquadrabile dentro il mercato editoriale (esiste un blog on-line, alcuni la posseggono su carta non ha distribuzione, non ha un legame istituzionale forte, su cui molte pubblicazioni oggi si reggono etc.). E credo volutamente non inquadrabile.
Ci parleresti di questa avventura? Di come nasce, di come si sviluppa e si sta sviluppando… ma anche del perché nasce, delle tue motivazioni nel fare un progetto simile, e dello spazio che un progetto simile può aver-luogo, oggi, negli scenari editoriali italiani ed europei, con le dovute differenze e le eventuali somiglianze.
F. N. – Quando dici “la mia rivista” già non mi riconosco. È la nostra rivista e il gruppo dei proprietari morali dell’opera è ampio…
C’è in ogni caso un sapere di atelier che sta a monte di Chorus, Una costellazione. E ci sono lunghe disquisizioni e discussioni tanto con Mario che con gli autori. Con la possibilità tuttavia di ogni capriccio.
E l’editoriale che accompagna ogni numero, l’avrai notato è spesso al plurale e indica dunque una voce del coro. È pur vero però che nel colophon si legge che ne sarei direttore responsabile. Se la legge sulla stampa lo permettesse bisognerebbe scriverci subito direttore irresponsabile, e ci sarebbero meno problemi a parlarne. Dovrei informarmi e ti prometto che lo farò. Andrebbe cambiata la dicitura.
Dunque cerchiamo di chiarirci le cose, perché anche a me hanno incominciato a chiarirsi solo dopo aver intervistato per un’altra rivista tanti anni fa’ Philippe Lacoue-Labarthe. Non per caso quest’intervista si trova adesso nel blog di Chorus.
C’è l’idea di un atelier a monte di Chorus. Un atelier può essere tante cose. Lo spiega bene del resto sempre Francis Ponge che è tornato diverse volte sul tema. C’è un universo non appena c’è un atelier. Noi in Italia chiamavamo tutto questo bottega e in un certo senso cominciamo col dire che è la bottega Nicolao e non sono io a fare Chorus. E Fernanda è importante quanto Mario.
Ci sono alcuni punti forti ai quali teniamo. La qualità delle scelte: testi di autori come Starobinsky, Adonis, Nancy, Jabès, Glauber Rocha, che abbiamo pubblicato esigono un rigore nello scegliere assoluto. E al tempo stesso che si sia in un rapporto di non soggezione rispetto al nome. Un modo semplice che ci siamo imposti è quello di scommettere moltissimo su autori giovani e di compensare manifestamente con delle scommesse la presenza ingombrante di alcuni mostri sacri. Quando penso che ci hanno inviato, concesso testi o consigliato alcuni autori persone come Mario Richter, Cesare Galimberti, Roger Laporte ho la sensazione che trovare il modo di continuare a fare Chorus sia anche trovare il modo di continuare a sognare. Penso che aiuti tutti poi il fatto che non si possa essere considerati né del tutto accademici né degli assoluti dilettanti. E talvolta invece entrambe queste cose.
A partire da questo a me diverte la diffusione mondiale. Abbiamo lettori per le poesie, per esempio, del nostro grande sostenitore Gianni D’Elia o di uno dei nostri complici più cari, Alfonso Cariolato, in Grecia, in Brasile, in Francia e tantissimi di questi lettori sono per me degli assoluti sconosciuti che si imbattono nella nostra esistenza nei modi più sorprendenti. In alcuni giorni dell’anno arriva una lettera (alla quale di solito non rispondo subito perché sono sempre in ritardo) che dice: ho scoperto Chorus, vi scrivo da… è vero che avete pubblicato ? … vorrei…
E così via… C’è sempre a monte di nuovo una persona. E quando c’è una persona c’è una nuova possibilità di raggiungere un altro atelier… è misterioso come processo, ma c’è sempre qualche autore, qualche lettore fidato, qualche libraio, qualcuno che ha amato quel che facevamo e ne ha parlato intorno a sé.
Quando penso ai complimenti che riceviamo quando il numero esce, per esempio, da una colonia di lettori portoghesi vicini al filosofo Tomàs Maia che ci segue da Lisbona, all’attenzione che ci date voi pazzi de La Gru, al filo che ci lega al Brasile attraverso Manoel Ricardo da Lima e Laura Erber … ci sentiamo totalmente appagati.
Mi incanta ancora dopo questi anni il piacere che c’è a inventarla in ogni istante (in metropolitana se incroci sul vagone un autore, alla scrivania, nelle lunghe corrispondenze mie o di mio padre con alcuni degli autori, in qualunque situazione insomma) e mi incanta di Chorus la sua non periodicità, tale però da garantire chi si mette in attesa.
Ecco subito, con quest’ultimo, un punto sul quale si discute spessissimo con quello che conosce meglio la “Bottega”, che resta Mario e che è anima almeno quanto me della rivista. Gli si potrebbe trovare un posto nel colophon come Responsabile non direttore, forse! Lui è più vicino cronologicamente alla generazione della nostra famiglia che viveva in Austria e che fece la guerra contro l’Italia e non sai quanto possa patire il mio apparente disordine, dunque teneva addirittura quando l’abbiamo creata a che fosse bimestrale. Anche alcuni autori che abbiamo pubblicato gradirebbero forse un maggior rigore. Ma ho pubblicato apposta lo splendido saggio di Jean_Christophe Bailly sul Facteur Cheval nell’ultimo numero (il 5) e penso che abbia chiarito le idee se non a tutti a molti sul perché ci siano tempi non periodici. Mario poi mi ha fatto crescere in riva al mare, non è colpa mia dunque se ho preso i vizi della mia terra che soppesa le condizioni del moto ondoso prima di imbarcarsi o ama semplicemente stare a prendere il sole con la canna. I liguri fanno le cose con estrema cura, ma hanno uno strano rapporto col tempo…
C’è un’estrema scientificità in Chorus nella scelta dei testi e del momento in cui deve uscire. Pubblichiamo quello che ci piace e solo quando la sua necessità si afferma con un margine assoluto di certezza io prendo il tempo che ci vuole per preparare fisicamente il numero. E poi, come puoi immaginare, ci sono enormi problemi di denaro, così è solo quando abbiamo praticamente esaurito la tiratura del numero precedente che ci possiamo avventurare in un numero nuovo perché non ci costi troppo. In questo la nostra economia rassomiglia molto a quella della quale parla Jean-Marie Straub a proposito dei suoi film. La scelta dei testi non è mai complessa, tuttavia orienta la nascita del numero e capita fortunatamente sempre che il lungo processo di gestazione si concluda quando è nato in molti se non in tutti il bisogno di un numero nuovo.
Siccome dirigo io, mi arrogo il diritto di chiedere sempre un testo a Mario e di non metterne mai miei. Dirigesse lui capiterebbe il contrario. Esistono mesi in cui il numero è imbastito ma non ha il giusto equilibrio e poi come per magia arrivano pochi contributi che lo rendono pronto. Torniamo ai testi però. Conosci la frase di Seneca che cita sempre Nancy? «Neminem mihi dabis qui sciat, quomodo, quod vult, coeperit velle : non consilio adductus illo, sed impetu impactus est». («Non potrai mostrarmi nessuno che sappia come ha cominciato a volere quel che vuole; non vi è stato condotto per riflessione ma gettato da una spinta».)Diciamo che intanto un giorno ci siamo detti con Mario: facciamo un po’ una rivista! L’idea era più o meno questa: basta non poter mai far leggere certi testi italiani agli amici francesi che leggono l’italiano e certi scritti francesi che per noi sono fondamentali agli italiani che non leggono il francese, solo perché gli editori non fanno più il loro lavoro, ma si danno al marketing quando devono selezionare cosa tradurre… è incredibile in questo senso come siano cambiate le case editrici e quanto pochi siano gli editori onorati di rendere disponibili certi scritti o di farne tradurre certi altri…
Restava da capire come la si facesse questa nuova rivista e questo ancora mi sfugge per fortuna, se no avremmo smesso. Ma esistiamo solo da sei anni… abbiamo esaurito quasi tutti i numeri e per ora continuiamo.
Ti direi che dopo che un testo mi ha attratto per ragioni che davvero sarebbe difficilissimo ricostruire, inizia la riflessione su quale spazio trovargli, su quali corrispondenze ci siano con altri testi che hanno subito o subiranno lo stesso destino. Ci sono saggi che sono pronti per entrare in Chorus dal numero 1, penso per esempio a degli scritti di Koichiro Hamano su Bataille o di Antonia Birnbaum su Benjamin per i quali gli autori ci hanno già concesso il permesso; sono passati sei anni e non sono stati ancora pubblicati. E altri saggi che mi capitano sotto il naso magari proprio mentre sto per andare in stampa e che lo scrittore si trova a ricevere rilegati il giorno dopo avermeli dati. In quel senso la fase di montaggio è assai complessa perché obbdeisce a leggi che sono ignote allo stesso atelier.
La finalità iniziale era semplicissima, senza alcuna connotazione sociale, stando al di fuori delle logiche degli editori attuali e permettendo a dei progetti personali di raggiungere un determinato tipo di lettori ideali.
Missione compiuta. Devo dire che la tentazione mi era venuta quando avevo saputo da alcuni editori molto raffinati che i loro libri cominciavano a non essere più distribuiti, ma andavano comunque poco a poco esauriti. Quando abbiamo capito che se si correva il rischio, si sarebbe trovato sempre, a distanza talvolta di anni, un acquirente o due che avrebbero fatto tutto il possibile per cercare quel che volevano e valeva per davvero e che c’erano persone disposte a inseguire il tal saggio, il tal libro, il tal volume anche per mesi abbiamo deciso che non si poteva non farla questa rivista. Abbiamo lettori squisiti, e autori di una straordinaria generosità. La vera esperienza dell’editoria come di ogni altra cosa è questa: imperfetta. E noi siamo se vuoi come certi passeurs dei libri di Biamonti, che agendo indipendentemente dai capricci dell’epoca rispetto alle idee di identità e di frontiera abbiano contatti dei quali ci si conquista e ai quali si dà fiducia …
Ci vuole una parola infine per Raphaël Thierry che ci cura la grafica sin dal primo numero gratuitamente e che adesso sta preparando una grande mostra all’Hotel di Campredon a L’isle sur la Sorgue e ci invita così a esporre tutti i numeri della rivista al museo di René Char. In Francia è un autore di successo sia come grafico (sono sue le copertine dei libri più celebri di Salman Rushdie che per noi dal punto di vista letterario però non è certo una referenza), sia come illustratore. I suoi libri per bambini sono tradotti in tutte le lingue. Ha una carriera luiminosa come pittore, eppure trova sempre un mesetto per noi o un posto per noi nel suo cuore. So che è tradizione per La Gru far accompagnare da un immagine le vostre interviste e scegliamo la copertina con il ritratto di Tommaso Landolfi in memoria di Idolina che ci ha lasciato senza vedere il numero dedicato a suo papà. Ma è chiaro che non intendiamo far torto a Selim Abdullah o a Olivier Kervern, a Laura Erber o Adrienne Sabrier che hanno nei nostri confronti un’altrettanto grande generosità. Siamo sempre molto colpiti dai doni che ci fanno i nostri autori.
G. P. – Nel primo editoriale del primo numero, le tue parole suggellano e aprono il pensiero a molte indicazioni. Una su tutte, il senso di un discorso che cerca di coniugare sotto il medesimo cielo autori tra loro diversi, grazie ad alcuni punti fermi, come ‹‹una passione per l’arte fortemente radicata nel futuro››, per arrivare a far condividere, proprio come in un coro, lo stesso spazio anche a voci diverse tra loro, che possono essere più vicine o lontane, nello spazio ma anche nel tempo – tu stesso dici, ‹‹un capriccio fondamentale unisce, in questi primi numeri, autori giovani e scrittori rispettati: un sentimento di complicità semplice›› – come ci insegna la grande letteratura.
Questa condivisione di spazi mi ha fatto molto riflettere, perché penso che valga anche come una specie di lezione comportamentale, oggi, per chi si occupa, come fai tu, di lavoro culturale. Un invito a creare reti e ponti tra diverse esperienze, non solo in un luogo, come un foglio, ma anche fuori dalla pagina, e perciò in altre operazioni, su altri supporti.
È così?
F. N. – Assolutamente: è proprio così: ci sono autori che non si trovano nei numeri usciti sino a oggi di Chorus ma che assolutamente fanno già parte di quest’esperienza. Del resto se ne ha la sensazione visitando la rivista on line… E in questo c’è una fortissima sensazione che la politica vada fatta lontano dai partiti e dalle istituzioni. Nel solo quaderno di Chorus che sia uscito per ora (una collana parallela che conta per il momento un solo titolo) , La Convocation, nato quando Le Pen arrivò al secondo turno nelle elezioni francesi Federico Ferrari e Tomas Maia perorano la causa di una politica senza partiti. Credo che sia in questo senso che oggi fare un lavoro culturale sia per noi immaginabile solo senza tutele e con il desiderio di prendere in conto quanto Borges e Blanchot hanno così ben chiarito sull’esistenza di un libro infinito che non aspetta altro che essere letto e scritto.
G. P. – L’altro punto che mi ha molto colpito del tuo primo editoriale è appunto un esplicito riferimento politico, che poni nella chiusa finale. La ripeto qui: ‹‹Chorus è una piccola rivista, che si affianca a tante altre piccole riviste in Europa, autogestite e a autofinanziate, unite in una costellazione che esprime la forte vitalità di base e la capacità di spendersi ancora in quella sinistra lontana dai partiti e dai grandi media››. Ciò è molto importante, è un segno di una ferma convinzione verso una etica che deve porre le proprie basi al più presto.
Ma ora ti chiedo – e assieme a te, mi chiedo – è possibile conseguire un discorso con la politica oggi, e alcune personalità politiche, di condivisione di esperienze e idee, con una reciproca autonomia, anche solo per un certo tratto? E se no, è possibile tuttavia oggi avere una visibilità e spazio benché ci si sia rifiutati di intraprendere una tale apertura? Se si, in che misura? Mi riferisco tanto all’Italia quanto all’estero…
F. N. – Non sono sicuro di capire in che senso avere una visibilità e uno spazio sia oggi da considerarsi un obiettivo. Anche su questo abbiamo idee forse un poco diverse con Mario, dunque forse lui preferirebbe risponderti diversamente e di nuovo tra chi ha partecipato alla rivista, penso a Federico Ferrari o a Boyan Manchev, autori ai quali tengo moltissimo, ci sono spiriti che potrebbero parlarti meglio di me di come si debba o si possa avviare un processo di condivisione che non si attui a discapito della libertà che c’è in una esperienza come la nostra. Siccome tuttavia intervisti me posso dirti che non credo in alcun modo, per progetti come questo, ai grandi numeri, credo invece all’accessibilità aperta a tutti per chi si dà la pena di cercare ciò che ama e a un’autorevolezza sempre da rimettere al vaglio del giudizio che si crea a poco a poco e con tempi lunghissimi, portando chi ti legge o chi scrive per te (rivista) a mettersi in gioco. Tutto il resto mi appare chiacchiera per gli apparati, in Italia come all’Estero. Restano i singoli a fare grande il numero o la valenza di un progetto, sia esso politico o altro. Se vogliamo invece parlare della scandalosa politica culturale che fanno le forze di governo in tutta Europa in questo momento cancellando o tentando vanamente di cancellare le minoranze attribuendo loro le loro patetiche patenti d’elitismo è un tutt’altro discorso. Ma è un discorso che gli si ritorcerà contro perché appunto contrariamente a quanto si crede la politica si sta facendo di nuovo vivacissima e per fortuna fuori dai partiti e dalla logica della rappresentazione. Ma qui parlo a nome mio e si potrebbe dire che ti risponda maggiormente a proposito dei miei cinque, sei libri che non della rivista.
G. P. – Il web nel mondo editoriale e come mondo editoriale. Come ti relazioni alla rete? Secondo te, ci sono potenzialità che possono essere utilizzabili nel prossimo futuro, per creare una sinergia col mondo editoriale esistente o rompere definitivamente con esso? O anche, magari, solo per migliorare o completare l’espressività o l’efficacia di attività classiche come la scrittura o l’insegnamento etc.?
F. N. – È molto complesso. Come sai ho lavorato a fondo perso, senza cioè esigenza di produzione, con la Sony e con Luc Steels alcuni anni fa’ a un progetto di libro elettronico e adesso sto preparando un libro elettronico con l’artista e poetessa Laura Erber al quale abbiamo dato come titolo provvisorio Il libro dei limoni. Quando mi sono occupato di alta tecnologia con la Sony non c’erano ancora, per capirci e situare storicamente, né gli e-books di Amazon né la recentissima nuova tavoletta di Steve Jobs (vogliamo comunque soffermarci un secondo sul fatto che si parla così tanto dell’I-pad perché è una tavoletta e perché si manipola con le dita?) . Il progetto contestabile di “numerizzazione” delle grandi Biblioteche era appena agli inizi e il piacere consisteva appunto nell’andare a discutere del formato e d’avvenire con chi sta creando questi nuovi mezzi. Non penso solo alla rete, penso proprio a sistemi di lettura che si evolveranno moltissimo e in brevissimo tempo, pur non eliminando (è una mia personalissima opinione) il libro come lo conosciamo oggi.
Quel che si prepara in alcuni casi è comunque vertiginoso quanto il passaggio dal papiro alla stampa, su questo mi pare che non ci possano essere dubbi.
Non ho preclusioni di sorta per rispondere a quanto mi chiedi nello specifico rispetto alla rete. Non ho però nemmeno gli entusiasmi di altri.
Mi servo della tecnologia già adesso nell’insegnamento e indubbiamente la rete ha permesso un contatto quotidiano molto più semplice di prima con gli studenti per esempio. Più semplice e più aperto. Il problema resta sempre la persona. Chi si serve del mezzo e con quale sincerità rispetto a ciò che cerca per sé nella propria esistenza. Termini come sinergia mi paiono un po’ dai confini labili e incerti.
Trovo divertente che ci sia così una grande apertura mentale verso campi che se studiati a fondo ci rivelano di straordinaria incertezza sui formati futuri di trasmissione del sapere e che poi si avanzi indecentemente e con idiozia verso un mondo in cui le minoranze sono spesso eliminate o costrette all’invisibilità assoluta in quanto sorgente di piccole e inclassificabili incertezze. Adoro assistere al fallimento di quella che era l’illusione del marketing che ogni minima parcella di mercato potesse essere nicchia e dunque calcolabile. L’incalcolabile trionfa!
G. P. – Vero, verissimo…
F. N. – Per non parlare in astratto: sappiamo tutti benissimo che tanto la rete che i libri elettronici si trasformeranno ulteriormente in maniera vertiginosa (i laboratori lavorano già su letture nello spazio e in profondità, su applicazioni spaziali generate da occhiali appositi che permettano di vivere la lettura nell’immagine virtuale) e siamo ancora all’intontire la gente con i libri di grande consumo, mal messi in pagina, mal stampati, senza portare a conoscenza le persone di piccole e accessibili preziosissime avventure. Per questi temi ci vuole la politica, per questi obiettivi è necessaria la tutela di persone che considerino lo studio e il merito il fondamento e l’obiettivo della democrazia. Ma sono considerazioni piuttosto antiche direi … e constatiamo ogni giorno di quali scarsi obiettivi si pongano le persone che decidono in quel campo. Proprio l’incontro con gli ingegneri e chi lavora concretamente sulle cose invece permette di capire che ci sono ancora molte o troppe idee preconcette che limitano, sminuiscono, bloccano la ricerca… Ma ci penseranno le generazioni future quando saremo stanchi noi, puoi stare sicuro, a cercare di capire cosa possa significare scrivere e a rischiare per la scrittura…
Non mi farei mallevatore invece dell’entusiasmo sciocco che si sente in giro talvolta per i costi ridotti che la rete concede, vista l’ingerenza in questi tempi del capitale sul concetto stesso di gratuità e di dono.
Sappiamo benissimo come terminano queste storie. Resta il fatto che quando i materiali di produzione sulla terra saranno finiti l’ultimo libro sarà ancora in ogni caso molto più elementare di quanto chiunque possa inventare e che resterà alla fine il gesto e poi l’oralità…
Ancora con Chuck Berry: The feelin' is there, body and soul.
Biobibliografie:
Federico Nicolao
(1970)
Scrittore. Attualmente professore di Pratica e Teoria dell’arte contemporanea all’ECAL di Losanna e di Estetica e Cultura Generale al Pôle Pyrénéen des Ecoles d’Art Federico Nicolao ha fondato e dirige la rivista "Chorus una costellazione".
Laureato dell’Accademia di Francia a Roma negli anni 2005 e 2006 Federico Nicolao ha ricoperto la carica di direttore di programma al Musée d'Art Moderne de la Ville de Paris e al Musée Picasso di Antibes.
Ha collaborato come curatore di mostre e animatore di colloqui internazionali con numerose istituzioni: tra le altre ricordiamo ad esempio l'Accademia Schloss Solitude di Stoccarda, il Centro dei Récollets di Parigi, il CCA di Kytakyushu in Giappone, il Centre International d'Art et du Paysage di Vassivière, il Musée National Marc Chagall di Nizza.
Ha tradotto in italiano numerosi autori (Jean-Christophe Bailly, Edmond Jabès, Alain de Libera, Gherasim Luca, Philippe Lacoue-Labarthe, Roger Laporte, Michel Leiris, Tomas Maia, Jean-Luc Nancy, Jean-Marie Pontevia) e con Philippe Lacoue-Labarthe ha tradotto in francese i racconti su Auschwitz del poeta Giorgio Caproni (Cartes postales d'un voyage en Pologne, Bordeaux, 2004) del quale aveva curato in Italia l’edizione dei Diari.
È autore di numerosi saggi sulle arti e la letteratura.
Tra i suoi ultimi titoli pubblicati La Figure dans l'art (Bordeaux, William Blake & Co. ed.) e tra i saggi Giuseppe Penone (ENSBA, Paris), Nicolas De Staël un automne, un hiver (Paris, Hazan, 2005), Gilles Aillaud (Paris, Hazan,2006) ; in poesia La Medesima Ombra (Paris, I.O. 2005), Pagine (con il musicista contemporaneo Jerôme Combier) (Roma, Villa Medici, 2007) , e in tre volumi - con disegni di Laura Erber, Koo Jeong-A e Jean Sabrier - Celia Misteriosa (Roma, Villa Medici, 2007-2010) ,
Da alcuni anni persegue una politica di collaborazione diretta con gli autori e partecipa regolarmente a progetti d'artista.
Mario Nicolao
(Pesaro 1940)
Poeta e scrittore. Tra i suoi libri più importanti si ricordano la raccolta di poesie politiche Carte Perse ( Edizioni San Lorenzo, 2001), la biografia immaginaria La maschera di Rossini (Rizzoli, 1991) e il dialogo Il viaggio di Odisseo (scritto a quattro mani con lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo, Bompiani 1999). Vincitore in passato della vela d’oro al festival di Locarno come coautore di Noi insistiamo [un film progettato insieme a Gianni Amico su e con Max Roach e Oscar Brown jr nel 1964], Mario Nicolao è altresì autore di numerosi saggi e articoli sulla letteratura, la musica, il cinema e il teatro . E’ nota negli anni ’60 e ’70 la sua collaborazione con alcuni autori del jazz : da Gato Barbieri a Don Cherry, da Dollar Brand a Steve Lacy, mentre negli anni ’90 erano molto seguite le sue cronache critiche settimanali che apparivano sul quotidiano Il Giorno in occasione delle trasmissioni del film televisivo di David Lynch Twin Peaks (Milano 1991 - 1992). Lavora da alcuni anni a un nuovo romanzo : Il cuore in fiamme.
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