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redazione |
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Daniele De Angelis
Riccardo Fabiani
Loris Ferri
Simone Gallinella (Dir. resp.)
Fabio Monti
Davide Nota
Gianluca Pulsoni
Luigi-Alberto Sanchi
Stefano Sanchini
hanno collaborato:
Augusto Amabili
Danni Antonello
Matteo Boscarol
Franco Buffoni
Serse Cardellini
Furio Colombo
Gianni D’Elia
Marco Di Salvatore
Fabio Franzin
Massimo Gezzi
Raimondo Iemma
Simone Lago
Franca Mancinelli
Giampiero Marano
Francesco Marotta
Francesco Martini
Emiliano Michelini
Aymeric Monville
Claudia Ortenzi
Umberto Pascali
Giovanni Pellegrino
Enrico Piergallini
Andrea Ponso
Marwan Rashed
Flavio Santi
Gisella Speranza
Roberta Tarquini
Nichi Vendola
Cesare Viviani
Matteo Zattoni
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L’ultimo a opporsi alla “mutazione genetica” italiana: Berlinguer. Incontro con Oliviero Diliberto |
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martedì 26 gennaio 2010 |
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[di Luigi-Alberto Sanchi]
Il segretario del PdCI analizza il trentennio ultimo scorso come un periodo di profonda regressione della società italiana sul terreno del lavoro, dei diritti e della cultura, “diventata quasi un disvalore” tra i dirigenti e in tutte la fasce sociali. In conseguenza, la fase attuale è contrassegnata da violenza e autoritarismo. La risposta che può venire dalla sinistra si declina, secondo Diliberto, in termini di unità “oggi possibile” (ma non sufficiente) con la Federazione della Sinistra ma soprattutto – e anche noi l'auspichiamo – con una seria riflessione che attualizzi il socialismo scientifico, grazie al nuovo “think tank” Marx XXI, apertissimo ai giovani, e a partire dal nucleo: la lotta tra i lavoratori e i capitalisti, lo sfruttamento, oggi più reale, forte, mondiale che mai prima d'ora. Di qui la netta divergenza teorica con Vendola e la difesa anche del simbolo della falce e martello.
LAS: Come valuti il trentennio politico che ci separa dal rapimento di Aldo Moro? Quella data è per te uno spartiacque, o no?
OD: Il trentennio politico che segue il rapimento di Moro è un periodo di progressivo scivolamento in tutti gli ambiti cari al mondo della sinistra: il lavoro, i diritti, la cultura. Tutto è andato via via deteriorandosi e si è determinato nella società un mutamento del senso comune – a causa essenzialmente dell’invasività della televisione commerciale prima e anche di quella pubblica, a ruota, dopo – che ha inciso profondamente su lavoro, cultura e diritti. Uno scivolamento che ha imposto valori effimeri e creato guasti profondi, per riparare i quali, temo, occorreranno generazioni.
Il rapimento Moro, certamente più ricordato di molti altri eventi luttuosi nell'immaginario collettivo, ha rappresentato la fine di un progetto politico, quello del coinvolgimento del PCI nel governo del Paese. Subito dopo, tuttavia, c’è stato un altro drammatico spartiacque della storia italiana, rappresentato dalla sconfitta del movimento dei lavoratori in Fiat, segnato dalla marcia dei quarantamila: quel corteo ha rappresentato, in negativo, un vero punto di snodo a sinistra e nei rapporti di forza fra padronato e lavoratori. Ma poi, nel 1984, si è avuta la scomparsa drammatica, direi “sul campo”, di Enrico Berlinguer, l’ultimo segretario del PCI che fosse in grado – ed avesse la precisa volontà – di opporsi a quella “mutazione genetica” della società italiana. In pochi anni, è cambiato davvero tutto.
LAS: Qual è la tua visione della situazione economica e sociale dell'Italia di oggi e delle sue evoluzioni prossime?
OD: Vedo due grandi questioni: quella democratica e quella sociale. Lo svuotamento del Parlamento, la fine sostanziale della divisione tra i poteri dello Stato, l’attacco all’indipendenza della magistratura, il monopolio assoluto dell’informazione (il “quarto potere”), la delegittimazione di ogni forma di partecipazione: tutto si muove nella direzione di una stretta autoritaria. E contemporaneamente siamo al dissesto economico e ancora una volta a pagare il prezzo della crisi sono i più deboli e quelli che di questa crisi sono le vittime incolpevoli. L’intreccio delle due questioni è micidiale: dove potranno far valere (in quale istituzione?) le proprie ragioni quanti hanno perso (e sono tantissimi) il posto di lavoro, i lavoratori precari, i nuovi poveri sempre più abbandonati al loro destino?
LAS: A che punto siamo sulla questione dell'unità dei comunisti fra PdCI e Rifondazione?
OD: La Federazione della Sinistra che ha visto la luce a dicembre è l'unità oggi possibile. È il luogo in cui può vivere e trovare spazio e ossigeno la questione comunista oggi in Italia, cioè l’idea di tenere aperta un’ipotesi di trasformazione complessiva della società capitalista e non già suoi “aggiustamenti”. Ma al percorso politico va affiancato un percorso culturale e di elaborazione programmatica per rendere la proposta comunista al passo con il XXI secolo. È per questo che è nata anche l'associazione Marx XXI, il cui compito è quello di calare nella modernità e nell'attualità il pensiero marxista. È un tema, per me, davvero vitale.
LAS: Qual è la differenza fra la proposta politica del PdCI e quella di Sinistra e Libertà di Niki Vendola?
OD: La proposta di Vendola mi ricorda molto il periodo della sinistra diffusa e dei club, che attraversò in modo significativo il dibattito del XX Congresso del PCI e la fase del suo scioglimento. Noi, allora come oggi, abbiamo fatto una scelta diversa. Quella di tenere in vita una forza comunista partendo non dalla nostalgia del passato, ma dal fatto che la contraddizione capitale-lavoro è tutt'altro che superata. Lo vediamo ogni giorno, drammaticamente. In fondo, la falce e il martello sono proprio questo: i simboli del lavoro e dei lavori. Per questo motivo, quella simbologia non è un’astratta invocazione ideologica, ma un preciso connotato politico e sociale: quello della rappresentanza politica del mondo del lavoro salariato nelle forme vecchie ed in quelle inedite dell’oggi, spesso più sfruttate anche rispetto al passato.
LAS: Che cosa sta facendo il PdCI per preparare le nuove leve politiche e formare i giovani nel Partito?
OD: Il nostro compito è permettere alle giovani compagne e ai giovani compagni di trovare la propria strada di comunisti del XXI secolo, proprio come altri lo permisero alla mia generazione. In particolare, dobbiamo provare a fornire loro gli strumenti e le categorie nuove per analizzare il mondo di oggi. L’associazione di cui ho parlato prima dovrebbe contribuire a questo. Ci proviamo!
LAS: Come valuti l'incidenza che, in Italia, il mondo della cultura ha sulla politica? Vedi degli spunti interessanti?
OD: Purtroppo, ahimè, oggi la cultura non ha più alcuna incidenza – e credetemi, non sto esagerando – sul mondo della politica. La cultura nel nostro Paese è diventata quasi un disvalore. Ad ogni livello. Una volta, anni addietro, un insegnante – e quindi non parlo di eruditi, ma di un tessuto che innervava la società – aveva uno status sociale importante, era circondato da un generale rispetto: e ciò anche se guadagnava oggettivamente poco. Ciò avveniva perché la cultura era considerata, in sé, un valore importante. Oggi, viceversa, che viviamo l'epoca del danaro come unica (ed orribile) forma di promozione sociale, l'insegnante con i suoi mille e passa euro non gode più alcuna considerazione nella grande maggioranza della società italiana. La politica dovrebbe rovesciare, ribaltare, questa situazione. A me non pare sia in grado. Dunque, almeno noi comunisti dobbiamo avere il coraggio di andare controcorrente, affermando che la cultura, l’istruzione, la formazione, lo studio sono strumenti formidabili proprio di emancipazione sociale. Saperi e lavoro, insomma, per me sono due facce della stessa medaglia: la battaglia per l’eguaglianza e il riscatto delle classi subalterne.
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