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[di Gianni D'Elia]
Qui e ora, più che la poesia in versi, serve una prosa corsara.
Lo ha detto il presidente Napolitano, commemorando la strage di Milano del 1969: "Continuare a cercare ogni frammento di verità". Essendo il presidente della Repubblica, lo ha detto a tutti i cittadini, oltre che ai giudici, agli investigatori, agli storici. Dopo tanti decenni, con tutto il rispetto, noi poeti e scrittori, che naturalmente siamo prima di ogni cosa cittadini, ci aspetteremmo dalla classe politica e dalle istituzioni ben altro che un invito al frammento. Ci aspetteremmo l'insieme della verità. Comunque, grazie, rispondiamo all'invito. Perchè ancora non abbiamo questo insieme? Perchè il fallimento giudiziario sull'accertamento delle responsabilità dei mandanti delle stragi in Italia è stato così totale?
Pasolini, che nessuno ha ricordato durante l'anniversario di Piazza Fontana (tranne Beppe Sebaste, sull'Unità del giorno dopo il quarantennale, a cerimonie concluse), aveva indicato il cuore dell'ideologia italiana (che è il silenzio), quando disse da corsaro che, come poeta e scrittore, rifiutava con forza la separazione dei fenomeni: ciò che accadeva nel Palazzo non era slegato da ciò che accadeva nel Paese Reale, come primo punto. E non era slegato il presente dal passato.
Ciò che era accaduto negli anni Sessanta, e prima ancora, da quella strage orrenda di popolo che fu Portella delle Ginestre nel 1947, in cui Salvatore Giuliano fu lasciato operare dalle forze pubbliche liberamente; e poi il delitto di Enrico Mattei nel 1962; tutto questo non era slegato da quello che stava accadendo negli anni Settanta, da Milano 1969 a Bologna 1974, e tre mesi prima a Brescia 1974, fino al delitto stesso di Pasolini il 2 novembre 1975, dopo il delitto De Mauro (1970) e Scaglione (1971), il giudice che indagava sulla scomparsa del giornalista dell'Ora di Palermo, che guarda caso aveva raccolto per il regista Rosi il materiale sul delitto Mattei; ecco "il romanzo delle stragi", da "Io so" a Petrolio, come stava facendo Pasolini, del resto, seguendo la stessa fonte interna dell'Eni, la gola profonda e velenosa di Graziano Verzotto (chiunque l'abbia toccato, è morto), l'ombra di Cefis. Basta vedere quello che ci lascia il 2009. Dal processo contro la mafia a Torino, dove sono usciti i nomi dei potenti di oggi che avrebbero coperto e favorito le stragi del '93, si è passati a rievocare Piazza Fontana senza uno straccio di legame, come sempre si fa in Italia, sui giornali e nei partiti.
Tra pochi mesi, ci sarà la folata rievocativa di Bologna 1980, trent'anni di menzogna e silenzio sui mandanti, e nessuno certo collegherà niente; sarà un'altra folata di realtà separata, e poi si passerà ad altro, come è stato per Moro nel 2008, e per altri anniversari in arrivo o appena trascorsi.
Bisognerebbe riscrivere gli scritti corsari di Pasolini, come ho tentato, non per ambizione, ma per umiltà. Perchè solo ripartendo da quell'atteggiamento pulito e disinteressato si può ritrovare la passione (il patimento) del legame, dell'insieme, e rifiutare la separazione dei fenomeni (e dei mostri).
A chi rivolgersi: alla disfatta giudiziaria, quale risposta politica e civile? Al Presidente della Repubblica, all'opposizione, ai giornali? Anche la battaglia forte di Saviano contro la criminalità camorrista globale e mondiale, manca forse di questo legame con il prima e col diverso della brutta storia d'Italia.
Quanti giornalisti, scrittori, storici, studiosi, ci hanno già fornito quei frammenti di verità? Moltissimi, a partire dal primo libro Mafia e politica di Michele Pantaleone, che leggemmo negli intervalli degli studi giuridici a metà degli anni Settanta, tra Bobbio e Pasolini, Sciascia e Volponi, altri.
Eppure, ancora niente è venuto dal potere italiano.
Una notte fonda, alla televisione, forse dieci anni fa o meno, si è sentito il grido strozzato di Tina Anselmi, che rispondendo alla domanda della Rai-educazione disse: nessuno ha ripreso a livello istituzionale il portato della commissione parlamentare sulla loggia P2. E dunque, quanta violenza impunita. Questo significa che nessuna legge è venuta da quella indagine, nessuna proposta, nessuna pratica legale.
La nostra storia è invece un unico, come ormai si è capito, da parte perfino di novelli scrittori come noi, senza conoscenze precise e senza fonti particolari, da Cefis a Gelli a chi?
La mafia, la P2, il terrorismo politico, la corruzione, hanno un'unica fonte e un unico approdo: il potere presente.
Almeno si tolga il segreto di stato, dal 1947 a oggi.
Mattei, Pasolini, Moro, sono stati fatti fuori da un unico disegno, che ha passato la mano, ed è arrivato a Falcone e a Borsellino: e sempre per bloccare l'autonomia dell'Italia, la sua economia, la sua politica, la sua cultura vera e onesta.
Togliete il segreto di stato, lo chiediamo al governo che verrà. Fate una campagna sui giornali di verità.
Fate una legge semplice: chi ha fatto parte degli elenchi segreti della P2, chi è stato condannato per corruzione e per delitti pubblici, sia interdetto e decada dagli incarichi.
Dateci l'insieme delle stragi, collegati i fatti, fateci capire perchè ciò che gli scrittori del coraggio hanno capito non dovrebbero capirlo e acquisirlo anche tutti i cittadini.
Questa sarebbe la vera alleanza per l'Italia, prima che, del tutto delusi e ormai disgustati, anche annoiati, pur dentro la coscienza del pericolo presente, non ce ne andiamo definitivamente tutti al mare, verso la poesia impossibile, canterellando ai giornalisti del "Corriere": ci mancava anche la prosa, sempre la stessa prosa...
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