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[di Luigi-Alberto Sanchi]
Di punti di
partenza, per questo saggetto, ce ne sarebbero tanti. Dato, però, che
all’evocazione della «cultura» (o, peggio, «letteratura») «greca e latina» la
reazione spontanea di molti lettori sarà, immagino, una profonda noia e vaghi
ricordi scolastici – cioè tutto il contrario di un’esperienza viva (già: le
«lingue morte»…) e attuale, ho deciso di cominciare dall’epoca dei nostri
umanisti e soprattutto dal loro entusiasmo. Per la cultura, e non soltanto la
letteratura, greca e latina. Mi pare infatti che sia il solo modo per far
capire come si possa amare appassionatamente la conoscenza che ci viene
dall’Antichità, malgrado le approssimazioni, gli errori, i malintesi che da
questo studio possano sorgere – e ne sono sorti un bel po’, stiamo sicuri!
Tuttavia, mi rendo
conto che cominciare con l’entusiasmo degli umanisti presenta alcune
difficoltà, almeno ai miei occhi e dopo attenta riflessione. Innanzitutto
rischio di propagandare, in modo acritico, una sorta d’ideale anch’esso poco
critico; il che non corrisponde al mio proposito. Mi accorgo in secondo luogo
che, in poche righe, ho già messo in campo concetti come «cultura»,
«letteratura», «umanisti», «Antichità», e perfino «greco» e «romano» che sono
molto meno ovvi di quanto possa apparire al lettore candido. Anzi, è proprio
per tentare delle distinzioni feconde al fine di conoscere meglio questi temi,
e il loro rapporto con noi, qui, oggi, che ho deciso di raccogliere le idee.
Ma, appunto, è
difficile scegliere da dove far partire un discorso che sia lineare e
soprattutto chiaro. Forse la cosa migliore da fare per prima sarebbe elencare
brevemente gli elementi dell’Antichità (ma la devo ancora definire
precisamente, e non è semplice!) che oggi sono più familiari al lettore medio
de «La Gru»,
curioso di letteratura, arte e politica ma, magari (purtroppo!), digiuno di
lettere classiche (altra denominazione su cui vorrei discutere, ma dopo).
Brevemente, e senza contare che chi ha frequentato i licei conosce un poco (e
forse odia) almeno la letteratura latina oppure anche quella greca,
dell’Antichità oggi si frequenta
- la
tragedia ed il mito dei Greci, ispiratori di parte del teatro e della
psicanalisi contemporanei;
- l’arte e
l’architettura, ovvero l’archeologia, anche al di là del puramente classico,
come nel caso dell’Egitto;
- la
filosofia o, meglio: le filosofie;
- la
teoria politica e le sue categorie;
- tutta la
parte relativa alla Bibbia e al sorgere del cristianesimo;
- eventualmente,
la poesia lirica ed epica, Saffo, Catullo, Orazio, Omero, Virgilio...
Almeno, così mi
pare. E mi pare altrettanto chiaro (ma forse mi sto sbagliando) che questi
centri d’interesse restino sganciati gli uni dagli altri: chi si interessa alla
mitologia va, magari, da quella greco-romana al quella celtica, o indiana, ma
forse non vorrà andare a vedere l’Orestia
(ammesso che la trilogia di Eschilo venga proposta a teatro in una versione
rispettosa del contesto oltreché del testo…); chi è appassionato di archeologia
probabilmente se ne infischia di leggere Tacito. E forse qualcuno si chiederà
per qual motivo io abbia elencato pure il cristianesimo e la Bibbia, che considera
antitetici alla cultura «classica».
Questi vari temi,
oltre a venir considerati separatamente gli uni dagli altri, sono spesso
isolati dal loro contesto storico. Ci piace «Omero» (che forse è solo un nome e
non l’autore dell’Iliade e dell’Odissea) per le emozioni, la morale
arcaica, la fantasia e la finezza psicologica, ma non vogliamo saperne di più
sull’epoca in cui si svolgono le storie raccontate o sull’epoca in cui i poemi
omerici si sono constituiti (ché non è la stessa), e ancor meno sulle possibili
fonti mesopotamiche dell’epica greca e, a valle, sui modi in cui il testo
omerico è giunto fino a noi o, almeno, fino all’epoca dei libri stampati.
A questo punto,
però, sorgono in me degl’interrogativi sulle ragioni che mi spingono a scrivere
di tutto ciò (in un semplice articolo, per di più) e sui motivi che avrà il mio
lettore a continuarne la lettura. Desidera approfondire? Il mio scritto non
basta, è meglio che gli raccomandi dei manuali o dei saggi più ampi e seri.
Vuole sapere perché bisogna studiare il mondo antico? Ma io non saprei trovare
argomenti convincenti! Né sarei il primo a tentare di reclamizzare il sapere
classico… Vuole sognare, con le bellezze e la fantasia che troviamo nei resti
archeologici o letterari? Io invece vorrei rimanere sul versante critico più
che su quello estetizzante. Vuole ragionamenti storico-politici? Ecco che già
ci avviciniamo al mio proposito, ma sappia il lettore che non intendo isolare
la parte storico-politica da quella più ampiamente culturale e filosofica:
formano un tutto indivisibile.
Quello che in
realtà più mi preme è presto detto:
-
chiarire in che modo e fino a che
punto la cultura classica sia una cultura reazionaria, o lo sia diventata;
-
far capire che cosa sono stati in
realtà «i romani» e quanta sia la distanza tra loro e noi;
-
evidenziare i punti di contatto
tra letteratura «greca» e «latina»;
-
precisare quel che si intende per
«Antichità» e, se si può, dire quando sarebbe terminata;
-
e, magari, alla fine o all’inizio,
parlare anche del ruolo degli umanisti.
Voilà. Chi non fosse interessato può voltar
qualche pagina o cliccare altrove!
Ultima premessa
prima di iniziare lo svolgimento: si dà il fatto che io sia (cerchi di essere)
uno specialista del Rinascimento umanistico, cioè grosso modo più di letteratura in latino che d’arte. Lavoro in modo
stabile presso un istituto francese di ricerca che si occupa di studiare i modi
della trasmissione dei testi (ma anche i tipi di scrittura, le immagini miniate
e non, le collezioni e le biblioteche…), antichi e medievali: greci, ebraici,
latini, arabi, copti, armeni eccetera. Il mio campo di ricerca è l’umanesimo
europeo e mi dedico specialmente ai grecisti del primo Cinquecento. Quindi
parlo da una certa angolatura e con una certa esperienza delle cose; aggiungo:
e con un pesante senso di colpa per tutto quel che ancora ignoro o che so male,
ma che ritengo – alla mia età e con le mie qualifiche – di dover sapere.
Ed eccoci agli
umanisti, che poi furono in maggior parte dei professori di greco e latino in
un periodo in cui tali materie erano in qualche modo «nuove» o profondamente
rinnovate. Diciamo subito che è «colpa» loro se nei licei d’Italia e d’Europa
si studiano le lingue e letterature classiche. Certo, la trasmissione non è
così diretta. Forse i passaggi fondamentali sono tre: per i Paesi di tradizione
cattolica, la forma moderna dell’insegnamento umanistico è stata plasmata
soprattutto dai gesuiti, ordine religioso sorto in piena epoca rinascimentale
per contrastare la rivoluzione luterana (anch’essa frutto del movimento
umanista [1]). Tra
gli strumenti privilegiati dai gesuiti per attuare la reconquista cattolica figurano le scuole per l’élite. Questi
collegi riprendono il contenuto umanistico ma ne accentuano il lato
«classicistico», cioè più estetico-retorico che storico-filosofico, in
consonanza col clima della Controriforma dove si censurava, reprimeva o isolava
tutto quanto sapesse di libera ricerca scientifica e filosofica, mentre
s’incoraggiava la massima (barocca) libertà nell’arte, nella musica e nella
letteratura cortigiana.
Le prestigiose
scuole dei gesuiti (ma sorsero altri ordini dedicati all’insegnamento reazionario)
furono poi laicizzate dalla Rivoluzione francese, che in sostanza mantenne la
struttura dei loro programmi, mentre Napoleone creò le prime scuole
politecniche. Infine, col Ventesimo secolo si è assistito ad una progressiva (e
relativa!) democratizzazione di queste scuole tradizionali, i cui programmi in
Italia, com’è noto, sono stati ripensati dal filosofo idealista e fascista
Giovanni Gentile, allora ministro dell’educazione nazionale. Nel frattempo la
cultura era evoluta in molti sensi, e non solo con l’illuminismo settecentesco.
Non sto qui a
riassumere tutta la storia culturale d’Europa; per restare in tema e limitarmi
a qualche punto-chiave: se, ad esempio, ancora oggi nelle scuole classiche si
insiste tanto sulla grammatica (latina e greca), è per via della passione per
la descrizione scientifica delle lingue classiche che si è sviluppata alla fine
dell’Ottocento e s’è poi riversata dalle università alla scuola, ritardando
d’un paio d’anni il momento del contatto coi grandi testi storici e filosofici;
quanto alle letterature, nei casi migliori la retorica pura e dura ha ceduto il
passo allo studio critico della storia letteraria e della civiltà; nei
peggiori, il manuale e i riassunti hanno soppiantato il contatto diretto con le
grandi opere, ridotte, quando va bene, a pochi brandelli ipercommentati.
Va infine aggiunta
un’altra differenza fondamentale tra l’approccio umanistico e quello scolastico
moderno: a partire dal Winckelmann, si è passati dal classicismo ad ampio
raggio all’idea restrittiva di «classico» come patrimonio incentrato
innanzitutto sul «secolo di Pericle» (lo statista ateniese morto di peste nel 429 a.C.) che va, al massimo,
fino all’epoca dell’oratore Demostene (precisamente la battaglia di Cheronea, 338 a.C.): dopodiché si considera
che, con la storia alessandrina, finisce l’epoca d’oro: la letteratura greca,
se non l’arte, va in decadenza e non merita di essere imitata. E – a parte le
due eccezioni di Plutarco e Luciano – nemmeno conosciuta, se non fosse per
un’altra epoca considerata come classica, quella della letteratura latina (più
o meno, dal 60 a.C.
all’epoca di Nerone, e sto largo!). Ovviamente queste che vado enumerando sono
tendenze generali, andrebbero precisate e sfumate, ma servono a darci un’idea
dei modi (non voglio dire «delle distorsioni») in cui le cose antiche vengono
perlopiù conosciute, se è vero che la scuola è il vettore più efficace delle
conoscenze diffuse in una data società.
Allora, cosa
studiavano gli umanisti? Cosa li interessava? E si può parlare in blocco di
«umanisti»? Certamente no! E qui il discorso si fa troppo ampio per non
semplificare, rimandando ad altre opere il compito di fornire un’introduzione
storica completa. Per restare sul filo di quanto dicevo, alla maggior parte
degli umanisti interessava tutta la
letteratura, greca o latina precedente al V-VI secolo d.C.: circa milletrecento
anni di opere scritte. Se non tutti gli umanisti sono stati competenti in greco
(ma c’erano delle traduzioni!), se molti umanisti si sono concentrati su di un
solo autore-feticcio, come Cicerone per l’eloquenza latina o Platone (e i
neoplatonici) per la filosofia, o su di un solo genere, come la poesia
epigrammatica o l’architettura, l’interesse che esprimevano in quanto movimento
intellettuale collettivo ed europeo era quello di informarsi (e di apparire
informati) su tutto quanto l’Antichità pagana e cristiana potesse rivelare di
se stessa, in ogni campo del sapere – un sapere che era platonicamente
considerato come unitario, dalla matematica al diritto.
Ne sentivano
infatti il bisogno per rinnovare il mondo tardo-medioevale in cui erano ancora
immersi. Hanno accompagnato e, in certi casi, preparato, il nuovo universo che
è sorto con l’età moderna: in cui il sapere si è secolarizzato, pur restando
cristiano, e la geografia si è drasticamente rinnovata: crollo definitivo di
Costantinopoli, sviluppo dell’impero ottomano in Europa, Asia e Africa del
nord, scoperta dell’America e delle vie marittime verso l’Oriente indiano.
Tutto ciò, insieme alla rivoluzione religiosa di cui ho già detto, ha
alimentato divisioni e tendenze separate che rendono difficile il parlare di un
unico «movimento umanistico» continuo. Ma spero di aver enucleato il dato
essenziale per ampliare il panorama tradizionale delle nostre scuole e rendere,
nei suoi aspetti principali, l’importanza dell’Umanesimo europeo.
C’è tuttavia un
punto centrale che unisce tanti moderni studiosi a molti degli umanisti
rinascimentali: la (falsa) convinzione che «loro», gli antichi greci e romani,
sono «noi». Cioè una percezione illusoria, il miraggio – originato da tanti
testi, da tante opere apparentemente così vicine alla nostra sensibilità e
conoscenza e, in parte, anche da una territorialità che si sovrappone a quella
antica, come in Italia – secondo cui i «Romani» sarebbero i nostri diretti
antenati. Antenati biologici o antropologici per gli spiriti più ignoranti e
arretrati, antenati intellettuali o globalmente «storici» per le menti più
raffinate.
Cosicché la lezione
degli antichi ci riguarderebbe direttamente, parlerebbe di noi: sia come
popoli, sia come idee, interessi, ordinamenti, esiti politici (la democrazia!).
E le opere in greco e in latino – secondo questa illusione ottica – dovrebbero
essere studiate perché sono «nostre». E siccome «noi», ovverosia «gli
Occidentali», governiamo il mondo, queste opere sono altresì «universali»
poiché parlano all’Uomo e fondano il sapere dell’Occidente. Se a qualcuno
questa «illusione ottica» risulta ovvia al punto da disturbare come cosa
banale, può abbandonare la lettura: perché ora mi accingo a mettere in fila
alcuni fatti che dovrebbero rendere chiaro che «loro» sono «loro» e basta.
«Noi» invece siamo tutt’altro! L’unica cosa che ci accomuna è l’appartenenza
alla specie umana, beninteso.
Amo ricordare il
dato antropologico di più evidente persistenza: l’abbigliamento. Prezioso o
rustico, passato o recente, l’abbinamento di base è per noi costituito da
brache (o gonna) e camicia, che «tagliano» il corpo a metà, con la scomoda
cintura. Questo modo di vestirsi non è romano né greco, bensì celtico e
germanico, ed è visibile in statue e raffigurazioni antiche. Greci e romani,
invece, avevano tuniche, mantelli, tessuti drappeggiati e fissati con spilloni
e fibbie. Amo anche rinviare i miei interlocutori ad una serie di immagini
tanto più meravigliose in quanto costituiscono testimonianze pittoriche rarissime: i ritratti su
legno di personaggi «romani» ritrovati ad Al Fayyum (Egitto), visibili su
internet o sui numerosissimi libri a essi dedicati. Grazie ad essi possiamo
costatare come i tipici volti là riprodotti con realismo sono oggi più
frequentemente rintracciabili a Tunisi e Damasco che a Roma o, ancor meno,
Parigi e Stoccolma. Altro che nostri antenati! Semmai le vesti drappeggiate ci
ricordano più le «djellabà» degli odierni arabi.
Va infatti
ribadito, con tutte le sue conseguenze, che il mondo dell’Antichità non è
precisamente «europeo» e ancor meno «occidentale»: è, innanzitutto,
«mediterraneo» e, nelle sue parti più popolose, ricche e progredite, «africano»
ed «asiatico»: corrisponde infatti alle zone costiere delle attuali Algeria,
Tunisia, Libia, Egitto, Palestina, Siria, Turchia. Parti del mondo in cui si è
affermato l’Islam a partire dalle conquiste arabe. E la Grecia? Certo: il mondo
«classico» da Omero ad Aristotele è soprattutto situato nell’attuale Grecia
meridionale e a Creta (senza dimenticare Sicilia, Puglia, Calabria, Campania e
le coste anatoliche)… ma quel mondo e le sue testimonianza scritte sarebbero
morte, sepolte e dimenticate se un
principe semi-greco, ovvero macedone, Alessandro, non avesse, con la sua
conquista dell’Oriente persiano fino all’Indo, creato un immenso impero i cui
eredi politici, i grandi Stati ellenistici, hanno poi adottato e
«santuarizzato» la letteratura e la filosofia venute dal mondo propriamente
greco. Spero che basti citare la
Biblioteca di Alessandria per farmi capire!
Dalla fine del IV
secolo a.C. in poi, la cultura greca classica (e arcaica) resta come tesoro
culturale e offre la lingua comune di scambio di un’immensa area che, prima,
non era greca: era, per citare i casi più famosi, ebraica, egizia, persiana,
siriaca. In tutti questi casi, dove più dove meno, si crea un bilinguismo e una
cultura ibrida, con una base comune ellenizzata, detta ellenistica. Gli Ebrei
stabiliti nelle grandi città ellenistiche fanno tradurre i loro libri sacri in
greco; i Greci residenti in Egitto si fanno imbalsamare come antichi faraoni. La Grecia propriamente detta,
quella storica, si spopola e perde ricchezza ed importanza politica. E Roma? La
sua storia si svolge interamente in questo mondo alessandrino, misto. Fin dal
momento in cui ha avuto una letteratura, una cultura, queste sono state di
espressione greca o, se tradotte in latino, di matrice comunque ellenistica.
Anche lo Stato romano è uno Stato di tipo ellenistico, benché presenti tratti
propri, arcaici (repubblica aristocratica di latifondisti). Insomma, la
letteratura latina dell’Antichità andrebbe considerata come un caso particolare
della letteratura greca [2].
E i romani?
Dobbiamo considerare come «latine» (cioè, più o meno, laziali) tutte le
diversissime genti poco a poco integrate sotto il comune dominio? I «romani»
veri e propri sono stati un’infima minoranza della popolazione: il potere di
Roma ha via via inglobato il Lazio antico, i vicini Etruschi, Sabini, Umbri,
Sanniti, Messapi, Piceni, Veneti, Celti della Gallia Cisalpina… (la lista è
lunga, e mi sono mantenuto solo nella Penisola italiana non grecizzata!) mentre
poi l’impero romano si è esteso, dopo lo scontro con Cartagine, a tutto il
Mediterraneo di cultura e lingua greco-ellenistiche. Queste aree, con
l’aggiunta dell’Egitto avvenuta nel 31 a.C., hanno continuato ad ignorare la lingua
latina; il potere romano ha dovuto adattarsi a far tradurre in greco le proprie
ordinanze affinché il cuore socio-economico dell’impero vi si potesse
conformare. E la produzione letteraria in greco ispirata ai modelli classici è
andata avanti, con qualche scossone, fino a dopo la Presa di Constantinopoli
(1453)!
Altro punto da
sottolineare: l’impero è stato materialmente mantenuto da soldati, legionari
eccetera che, nel corso del tempo, sono sempre meno dei «romani»; vengono
reclutati un poco dappertutto e dispacciati ai quattro angoli del mondo
conosciuto: c’erano Traci in Libia, Siriani in Italia, Geti in Britannia…
ognuno con le proprie usanze e credenze religiose. Le religioni cosiddette
«orientali», iraniche, ebraiche, egizie (Mitra, Iside, Iahvé…) hanno così
circolato in tutte le regioni, come i resti archeologici mostrano
abbondantemente. Si potrà obbiettare che i soldati sono lontani dalla
letteratura e dalla filosofia, ma queste ultime hanno ampiamente risentito di
questa mescolanza di popoli e culture in seno all’impero romano e, prima
ancora, come già detto, in seno agli Stati ellenistici. L’immissione della
tradizione ebraica ed il sorgere ed il diffondersi del cristianesimo fanno
parte di questo contesto particolare.
Ma torniamo
all’Europa. Come si passa dal Mediterraneo antico all’Europa medioevale? Che è
poi come chiedere: quand’è che l’Antichità è finita? La risposta più
convincente viene a mio avviso da uno storico belga, Henri Pirenne, nel suo
libro uscito postumo nel 1937 Maometto e
Carlomagno, ora riedito da Newton Compton (2008). In sostanza, Pirenne, dati alla mano, smonta le tesi secondo cui
l’impero sarebbe «caduto», nella sua parte occidentale (giacché l’Oriente
romano sopravvive, venendo più tardi ribattezzato «Bisanzio» dai suoi avversari
occidentali) per via delle invasioni germaniche, gotiche, lombarde e unne e,
ancor meno, per colpa del diffondersi del cristianesimo. In effetti, pur
smembrato, l’impero d’occidente continuò a funzionare nelle sue varie parti,
sui piani economico, finanziario e culturale-scolastico, più o meno come prima,
né la gradualissima conversione al cristianesimo ha più di tanto accelerato la
«caduta».
Infatti i
cosiddetti Barbari non potevano che riprendere le strutture giuridiche ed
economiche, tanto più evolute e raffinate, con le quali funzionava la società
del basso impero romano, e adattarvisi, così come, sul piano religioso, si
convertirono al cristianesimo (quando non fossero già stati cristiani). Il
posto c’era: abbiamo già ricordato che le parti più popolose dell’impero non
erano né in Europa, né all’Occidente.
Quel che creò una
cesura storica durevole furono le fulminee, prodigiose conquiste arabe a
partire dal 634 d.C. (base, ricordiamolo, della creazione di un vastissimo
spazio politico, economico e culturale, dal Marocco e dalla Spagna fino
all’Indonesia, agli altopiani centroasiatici e, a sud, all’Africa Nera). Non
sto a riprendere la finissima analisi di Pirenne che poi un battaglione di
storici ha precisato e corretto: voglio però citare il suo enunciato principale
che dice all’incirca così: «i Germani conquistatori della sponda nord del Mediterraneo
si sono romanizzati, mentre i Romani conquistati nelle sponde sud ed est, si
sono islamizzati»; e, aggiungiamo, gli Arabi della Grande Siria a loro volta
hanno mutuato il meglio della scienza greco-ellenistica, sviluppandola. Ecco
perché i «romani» d’Al-Fayyum rassomigliano tanto alla gente di Tunisi! Ed ecco
perché noi ci vestiamo come i Barbari: perché quei barbari siamo noi,
discendenti dal miscuglio creatosi con le varie orde di longobardi, goti,
vandali, unni, franchi e altri germani che si sono poco a poco riversate nei
territori dell’impero romano o che, dopo la famosa «caduta», come le
popolazioni a nord de Reno, sono state in qualche modo romanizzate proprio
attraverso la potenza cristiana dell’impero carolingio…
Queste vicende non
servono soltanto a ricordare che «noi» non siamo i Romani (e ancor meno i
Greci, malgrado la Sicilia
e le regioni del Sud), ma anche che non c’è alcun bisogno di vantare filiazioni
biologiche, antropologiche, politiche o culturali per accedere allo studio
dell’Antichità: all’epoca di Carlomagno [3] come a
quella degli Umanisti, lo stimolo principale è quello di acculturarsi, di
appropriarsi di un patrimonio a disposizione di tutti coloro che intendano
conoscerlo ed utilizzarlo, pur sapendo che è a loro in larghissima parte estraneo. Utile, quindi, anche se
estraneo o magari proprio perché estraneo. L’entusiasmo umanistico è
proprio qui: basta tendere la mano per raccogliere frutti maturi!
Oggi, chiariti gli
equivoci nazionalisti, politici, religiosi, estetici, culturali, che sono via
via sorti (necessariamente) nelle varie epoche storiche [4], è forse
venuto il tempo di rinnovare il nostro, attuale, rapporto al patrimonio antico,
liberandoci dalle concezioni fuorvianti e imparando a vedere nel mondo antico e
nelle sue espressioni un universo radicalmente diverso dal nostro. In ultima
istanza, se la conoscenza e lo studio delle cose antiche è liberatorio, lo è
perché non siamo obbligati a credere, come fa la cultura reazionaria, che tutto
è già stato definito per sempre, che le uniche categorie pertinenti sono quelle
che possiamo ricondurre al passato o a quel
passato: semplici etichette! Le genti, le lingue, le formazioni storiche, le
istituzioni e le arti passano, cambiano e si ibridano; è proprio nelle
differenze che la conoscenza è possibile, si rinnova e, vorrei dire, gioisce.
Consigli bibliografici. Oltre alle opere già
citate di Martin Lutero e Henri Pirenne, tengo a segnalare (se necessario in
traduzione italiana e sempre citando l'edizione più recente) almeno alcuni tra
i libri che hanno arricchito e orientato la mia riflessione: talvolta per
contrasto, come la sbagliata sintesi neo-cattolica di Rémi Brague Il futuro dell'Occidente (Milano,
Bompiani, 2005), ma soprattutto per affinità, a cominciare dalla straordinaria Storia della letteratura greca di
Luciano Canfora (Bari, Laterza, 2008, cui si può aggiungere ben altro, da Le vie del Classicismo in poi), il
manuale di « storia della tradizione » composto da D. R. Reynolds e
N. G. Wilson Copisti e filologi (Padova,
Antenore, 1987), la possente e leggibilissima Storia dell’educazione nell’antichità di Henri-Irénée Marrou (Roma,
Studium, 1994), i diversi libri sul rinascimento di Eugenio Garin e il saggio
di Marwan Rashed pubblicato su Micromega e su La Gru. Per allargare la
visuale e prendere in considerazione prospettive poco diffuse se non tra gli
specialisti, consiglierei un bel riassunto di Storia di Bisanzio (quello di
Georg Ostrogorsky, per esempio: Storia dell'impero bizantino, Torino,
Einaudi, 2005) e, lettura al contempo leggera, iconoclasta ed erudita, la voce
«Cristianesimo» del Dizionario filosofico
di Voltaire (in edizioni italiane di ogni tipo).
[1] In quanto si tratta
di un tentativo di ritorno alle origini cristiane: sulla scia di Jan Hus e
d'altri oppositori, Lutero chiarisce (fra l'altro nello scritto,
incredibilmente moderno, Appello alla
nobiltà cristiana della nazione tedesca, trad. it., Torino, Claudiana, 2008)
che i Vangeli non contengono né raccomandano alcuna gerarchia ecclesiastica
come quella del suo tempo, con vescovi, diaconi, preti o papi: vi si trovano
soltanto discepoli e credenti. Di lì conclude che la Chiesa medievale non ha
nulla a che fare con il messaggio cristiano. E aveva ragione da vendere!
[2] Ovviamente la
considerazione non vale per la letteratura latina medievale, che chiamerei
piuttosto «letteratura latina d’Europa», su cui andrebbe fatto un discorso a
parte: essa si fonda quasi esclusivamente sul patrimonio letterario latino
nonché, più tardi, su quello filosofico greco, mediato però dagli arabi; i suoi
autori sono non più romani, bensì, a partire dall’epoca di Carlomagno, europei.
Cf. più sotto.
[3] Non avendo il tempo
per sviluppare questo tema, rinvio al libro di Pirenne per l’organizzazione
della cultura creata dal potere carolingio. Insisto sul suo carattere
germanico, nordico, quindi, agli occhi degli antichi romani, «barbaro» e per
giunta cristiano. Insomma: non credo si possa parlare, come fanno troppi
storici, di «Rinascimento» o «Rinascenza» carolingia. Non è una rinascita: è
una nascita. Pirenne mostra a
sufficienza come siano cambiate tutte le coordinate. Questi Europei del nord
hanno deciso di appropriarsi la
cultura elaborata secoli prima al sud, prendendo tutto quel che han potuto
trovare. Cioè: prima della pretesa «Rinascenza
carolina» non ci fu una decadenza
(sennò saremmo in un processo lineare continuo): ci fu al contrario
un’estensione, uno spostamento, un’acculturazione effettuata attraverso il
cristianesimo. È in tal modo che – per riallacciarmi alla nota precedente –
credo che si debba parlare di «letteratura latina d’Europa», espressione scritta di genti che non parlano più
latino (o non l’hanno mai parlato) e che non hanno più quasi nulla a che fare
con gli antichi romani (Roma era, ormai, un piccolo capoluogo alla periferia
del nuovo impero, protetto dal suo status di Patriarcato d’occidente) la cui nascita, appunto, avviene con il
programma culturale promosso da Carlomagno (attraverso Alcuino di York e altri
chierici) all’inizio del IX secolo.
[4] Senza esaurire la
lista: i nazisti che si vedevano «germanici», i rivoluzionari francesi che
giocavano ai Gracchi, agli Spartani o a Bruto Maggiore, l’Italia fascista e i
«colli fatali di Roma»…
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