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[di Franca Mancinelli / Adelelmo Ruggieri]
Una delle poesie più intense di Massimo Ferretti, Polemica per un’epopea tascabile, si conclude con un’affermazione che può sembrare una resa disarmata nei confronti del reale, e che invece, proprio in virtù del suo carattere di inerme trasparenza, si rivela in effetti una forza: «Ma sappiate che io non so nuotare: e il coltello dell’odio e dell’amore l’ho sepolto nel mare». Per meglio comprendere la tenuta di questa conclusione e il suo sostanziale atto di risarcimento nei confronti di un’esistenza segnata dalla malattia e dalla marginalità, bisogna rileggere Anch’io sono il mare, un’altra fondamentale poesia di Ferretti, e soffermarsi soprattutto sul suo ultimo verso, ripreso dal titolo. Chi ammetteva la propria incapacità di conciliarsi con il reale e di incontrare gli altri e si votava ad un’esistenza di solitudine e primordiale felicità, colui che dichiarava di non sapere adoperare il “coltello” delle emozioni, riesce alla fine a divenire il mare, quell’«eterna emozione» potente e inscalfibile ad ogni forma di violenza.
Il secondo libro di un altro poeta marchigiano adolescente (non conta l’anagrafe ma l’accordo con la realtà che è ancora cercato o stretto di recente), Vieni presto domani (peQuod, Ancona 2006) di Adelelmo Ruggeri, può essere letto a partire dalla poesia Nel mare: «Non ho saputo mai / Nuotare / Quando l’acqua mi stringeva sul collo / Avevo paura / Delle mie braccia scarne / Chiudevo gli occhi / Mi buttavo dentro / Sedevo sul fondo / Toccavo la rena / Resistevo / Tornavo su / Respiravo». Anche per Ruggeri, come per Ferretti, l’ammissione dell’incapacità di nuotare vale come l’ammissione della propria incapacità di imporsi sulla vita e di decidere, voglio dire, di essere adulti. Ma se Ferretti capovolgeva la propria fragilità in un’identificazione con la natura e con la sua sterminata capacità di accogliere l’umano e le ferite inferte, Ruggeri viene in aiuto alla propria debolezza affidandosi a qualcosa di più grande e più forte di lui (la natura, ancora una volta). Non il trasporto dell’immedesimazione ma l’umiltà che aderisce ad una misura.
Nella poesia di Ruggeri la dialettica tra lo scendere e il salire, la dinamica degli opposti, è centrale, tanto che si potrebbe dire che il suo verso è prodotto dal rilascio di una forza («Una molla teneva in alto la gabbietta / e ritrovando la sua lunghezza la molla / cantava l’animaletto»), oppure, riprendendo i versi di una delle sue “camminate campestri” (la seconda sequenza del libro), che è un movimento di risalita che dà una sorta di finitezza, di precaria durata ad una bellezza fragile e sempre sul punto di svanire. Dopo avere ubbidito alla natura ed essersi affidati a lei, dopo essere entrati nella densità delle cose come per uno sprofondamento, ecco che allora avviene quel qualcosa di miracoloso e allo stesso tempo elementare che è la poesia. Ogni verso è scandito nettamente, con la stessa precisione e naturalezza dei movimenti in acqua di quel “non nuotatore”. È una scansione interiore, che non si impone sulla realtà ma che prima di tutto cerca, internamente, di definirsi; un sottile gioco di pesi e di controbilanciamenti, la ricerca di una misura che è nell’ordine stesso della natura. Scandire è per Ruggeri quasi sillabare, e come per il bambino equivale a trovare un significato, che si da lì, in quel momento, per la prima volta: «Siamo seduti su di un tronco / di quelli sbozzati che fanno / scivolare in acqua / le barche»: ecco che qualcosa di imprevisto è avvenuto, le barche davvero si allontanano dalla riva. Di questi piccoli prodigi è fatta la poesia di Ruggeri: deviazioni, quasi impercettibili scarti, minimi e grandi avvenimenti, tenerezze, distanze che improvvisamente si colmano, e una grazia che fa dimenticare il lavoro duro di cesello, la tradizione che ha alle spalle e potremmo quasi dire che fa dimenticare di essere scritta: sembra lì, che accade nelle cose. Il pudore e l’attenzione estrema che la muove è lo stesso di chi è consapevole che un minimo gesto può turbare un ecosistema, che un discorso si può fare anche solo con sguardi e sorrisi, e che il tempo, per essere accettato come presente e accolto come memoria ha bisogno di amore, di cure, come un “figlio piccolo”, e allora come un bimbo inizierà a parlare.
«Vieni presto domani», è l’invocazione che chiude il libro e che contiene in sé l’apertura fiduciosa, l’attesa intensa e mai angosciata, di qualcosa che si preannunciava ne La città lontana (peQuod, 2003), il libro d’esordio. Se il colore del primo libro era un bianco perlato, quello del secondo ha una gradazione in più di calore e di luce, come di un’ora della mattina che tende più verso il giorno. È il nitore mattutino e aurorale il tempo della poesia di Ruggeri: in questa soglia del giorno la realtà è innominata, come all’inizio del mondo, ogni cosa è tersa, e i colori devono comparire o sono appena apparsi, ancora privi della materialità e del peso del tempo dell’adulto, del brusio della vita lavorativa e degli impegni. E se è vero che la poesia di Ruggeri è densa di una sorta di mite saggezza, di bonaria e trasognata accettazione, e non ha reclami nei confronti del destino, è vero anche che la sottile traccia che l’attraversa è quella di una domanda circa il senso del proprio risiedere in un luogo, determinato dal solco che gli affetti scomparsi hanno lasciato e quelli presenti continuano a marcare: «io non so mai da molti anni come faccio / a sollevarmi, quando mi desto. Qui no / il tuo respiro d’allora mi orienta ancora»; «Cammina sveltissima la formica / Solo il sale la ferma // La sola ragione di esserci stato sei tu / Sei tu il sale che mi ferma qui». La stessa interrogazione è presente, sin dal titolo, nell’intenso racconto Resto lì per te («Nuovi Argomenti», V s., n. 40). Forse allora i versi hanno la stessa funzione di quel curioso rito che Ruggeri ripete più volte nel suo poetico vagabondaggio condotto nelle Marche del sud, insieme a Massimo Gezzi (Porta marina, peQuod, 2008): il conteggio di gradini o di passi per misurare qualcosa, per appropriarsi dello spazio e renderlo, letteralmente, a misura d’uomo, come se stesse preparando le fondamenta di una costruzione. Dagli inediti a cui sta lavorando, da quei versi che si sono allungati trovando un nuovo e insperato equilibrio oltre la sillabazione, verso un narrato che pulsa di un suo incessante ritmo, sembra di scorgere la casa, in quella “città lontana” da lungo tempo attesa.
Franca Mancinelli
UNA BAVA DI VENTO
Premessa
Stare rivolti in cucina
a guardare l’acqua che bolle
senza dolersene, senza fantasticare
Dietro la parete c’è un ragazzino
Sulla pagina di epica
naviga chino
*
Mare di novembre all’inizio di via A. Vecchi
Stamattina il mare nostro era grigio
un nastro d’arancio all’alba gli stava sopra
e stasera che le nubi tutte
si sono consumate dissipate
questi colori freddi di novembre
prima di notte nuovamente l’arancio
sono tanto tersi
che non ci sono versi
*
Pazientare
Paziente più di sempre
mi domandasti cosa c’era
La ragione del mio soffrire eri tu
Ciò che non eri più non ero più
Era trascorso per intero
il tempo a noi dato
Non avevo capito questa cosa qui
Allora ti guardai ti raggiunsi
*
Dodici muratori
E tu pregali, i sette muratori,
Pregali, pregali, i sette maestri
Fortini
Cinque muratori
nel cielo di maggio
riparano un tetto
Sopra le tegole
tutto appare chiaro
l’altezza delle case
il peso delle cose
chi non ci fa
chi ti sfrutterà
*
Camminata campestre: orli
Sugli argini di questa strada
fioriscono solo
fiori che durano un giorno
erbacce senza nome
le gramigne dai rizomi tenaci
ma tutto risalendo ti appare
condotto a termine
esemplare
*
Bendarsi
Va via la luce del giorno, lenta
come un fluido molto viscoso
da una crepa nascosta inavvertibile
in una tazza
Dolorante lui ripone la mano sul viso
a bendare gli occhi celesti
e un po’ così di tale scappare
egli non vede
*
Trascinare
Vestiti all’alba d’arancione
gli operatori ecologici
vanno a Tazza d’oro a prendere il caffè
Siamo in tre, mezzi morti di sonno
Come in una poesia della Szymborska
sul caso che diventa
necessità, una bava di vento
trascina una foglia dentro
Adelelmo Ruggieri (1954) vive e lavora a Fermo. Ha pubblicato due libri di poesia: La città lontana (peQuod, 2003) e Vieni presto domani (peQuod, 2006). È autore, con Massimo Gezzi, di Porta Marina. Viaggio a due nelle Marche dei poeti (peQuod, 2008). Per “Italia Nostra” di Fermo cura la rassegna di natura e poesia “La natura dei poeti”. È stato redattore di «Smerilliana».
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