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[di Giampiero Marano]
Un caso di eterogenesi dei fini e il nuovo tradimento dei chierici
Nel settembre del 2008, quando a Varese vengono disputati i campionati mondiali di ciclismo, i muri della città si riempiono di un manifesto commissionato dalla sede locale della Lega Nord. Una scritta verde in campo bianco, sotto un grande sole delle Alpi anch’esso di colore verde, accoglie il pubblico internazionale nella città del ministro Maroni, la capital of Padania – di una terra, cioè, che nutre da tempo velleità indipendentistiche e che si proclama minacciosamente not Italy, come lo stesso pubblico avrà appreso, sempre da uno slogan in verde e in inglese, percorrendo la superstrada Malpensa.
Nonostante i primi segnali di cedimento dell’identità nazionale siano ormai colti con sufficiente chiarezza da diversi analisti italiani e stranieri (“L´Italia è in grado di proporre (…) un vivere insieme nel presente, non ripiegato su se stesso ma aperto e capace di integrare, in vista del progetto di un futuro comune?”, si chiede per esempio Marc Lazar, ricordando in primo luogo il silenzio del governo sulle celebrazioni, previste per il 2011, del centocinquantesimo anniversario dell’unificazione), espressioni come il manifesto varesino vengono puntualmente ricondotte a una forma rozza ma in fondo innocua di goliardia, a un gusto pacchiano per la boutade. A sottovalutarle o ridimensionarle, in nome del mito del bravo italiano già smontato da Bidussa o Del Boca, è un’opinione pubblica distratta e manipolata, che nei confronti del partito di Bossi ha troppo a lungo assunto ingiustificati atteggiamenti di supponenza saccente o, al contrario, di corrività se non proprio di complicità. Non fanno eccezione gli intellettuali, come dimostra una rapida rassegna delle posizioni filo-leghiste esternate da alcuni scrittori e sociologi nei primi anni Novanta e diligentemente registrate da Vittorio Moioli nel suo libro Il tarlo delle leghe (Ed. Comedit2000, 1991). Per Franco Loi chi voglia opporsi al sistema dei partiti non può far altro che votare Lega: “Siamo ormai come un insetto intrappolato in una ragnatela. Il ragno sta per mangiarci. Ben venga allora qualunque cosa spazzi via la ragnatela che ci avvolge. Fosse anche un brutto topaccio”. Luciano Gallino fregia i leghisti dell’onore di considerarli “interpreti, anche se non precisamente di alto livello, della cultura federalista”; Arbasino li chiama “orgogliosi vendicatori della propria identità culturale etnica oppressa” (un’investitura impegnativa che fa il paio con il quadretto di Napoli tratteggiato in Fratelli d’Italia: “una depressione, sempre. L’orrore delle strade, l’orrore della gente, la compassione o l’indignazione ogni volta” ecc.), mentre secondo Giorgio Galli “in un sistema stagnante come quello italiano ogni elemento di novità può essere di stimolo”. Ma una delle adesioni più convinte al nuovo movimento arriva da Luigi De Marchi, psicologo vicino al partito radicale, “un italiano fuori dal coro” come egli stesso si definisce, che nel 1993 pubblica per Mondadori il pamphlet apologetico Perché la Lega. Nella visione del mondo di De Marchi esistono due grandi categorie di esseri umani. Da una parte stanno i burocrati, cioè i parassiti, gli ignavi, gli insicuri esecutori di direttive statali kafkiane; dall’altra parte i produttori, cioè le persone “più fiduciose nella propria capacità di affrontare con successo le sfide della realtà e della vita” che si orientano spontaneamente e naturalmente verso il mercato. Tacciando di servilismo i giornalisti e gli osservatori che ne denunciano le implicazioni razziste, De Marchi vede nella Lega un momento di quella “rivolta dei produttori” che caratterizza la fine del Novecento e che ha avuto in Ronald Reagan uno dei suoi massimi esponenti. L’avversario dei produttori, “il vero nemico di ogni progresso, non solo economico ma anche umano” è lo statalismo, mostro avido e parassitario idolatrato dalla sinistra e invece contrastato da chi, come Umberto Bossi, “si è assicurato un posto di grandissimo rilievo”, sostiene De Marchi, “non solo nella storia d’Italia, ma, credo, di tutto l’Occidente” (esiste un nesso significativo fra simili affermazioni e il fatto che tra gli anni Sessanta e Ottanta De Marchi si sia battuto per i diritti umani e abbia fondato ben tre scuole di psicoterapia? Credo che questo snodo offra non pochi spunti di meditazione…). Se è vero che queste dichiarazioni appaiono più comprensibili e giustificabili una volta restituite al loro contesto originario, si fatica comunque a capire perché per vibrare il colpo di grazia al CAF e allo stato-sanguisuga o per esprimere dissenso, indignazione, disprezzo nei confronti della classe politica che ha retto la Prima Repubblica fosse proprio necessario sostenere una compagine presentatasi fin dagli esordi con una marcata connotazione identitaria e allofoba. Eppure negli stessi anni Ilvo Diamanti (La Lega. Geografia, storia e di un nuovo soggetto politico, Donzelli 1993) mostra come il primo degli atteggiamenti di fondo caratteristici dell’ideologia leghista (gli altri due sono la sfiducia nei confronti dei partiti e dello stato e l’opzione neoregionalista) consista nell’“intolleranza verso i meridionali, gli immigrati e i ‘diversi’ (gli omosessuali, i tossicodipendenti, i marginali ecc.)” - atteggiamento tanto più censurabile in quanto vi si ravvisa “il desiderio di trasferire all’esterno le responsabilità e le colpe per il diffondersi di elementi di insicurezza e di tensione sociale”… Illudendosi che la Lega potesse essere controllata e ridotta a una mera funzione di grimaldello usa-e-getta e trascurandone colpevolmente la pericolosità, il chierico non ha soltanto commesso un evidente errore di valutazione nel quale entra in gioco in modo più o meno determinante una sorta di eterogenesi dei fini: si è anche sottratto, e senza soluzione di continuità con il Novecento, a un compito, a una vocazione, a un destino. Perché all’intellettuale non chiediamo consigli elettorali basati su calcoli di opportunità o di opportunismo ma l’evocazione perenne dell’orizzonte ideale, del mondo di princìpi posto al di là degli interessi immediatamente materiali.
“Vieni a veder la gente quanto s'ama!”
Sebbene la riflessione sull’ideologia leghista non debba mai prescindere dalla considerazione preliminare della sua natura oggettiva, un approccio corretto a un fenomeno di così vaste dimensioni non si esaurisce nella stigmatizzazione. Più si analizza con la dovuta serietà il dilagare della xenofobia, spesso e volentieri anche fuori dall’àmbito leghista in senso stretto, più ci si accorge della lungimiranza con cui Huntington, ingiustamente accusato di teorizzare lo scontro delle civiltà, di tale scontro avesse piuttosto previsto l’inveramento. Huntington parlava della “fine del granitico stato ‘a palla di biliardo’ che sembra essere stata la norma a partire dal trattato di Westfalia del 1648”, osservando che nel nuovo (dis)ordine mondiale seguito alla fine della guerra fredda “l’uomo si identifica con gruppi culturali”, non più nelle ideologie universalistiche novecentesche, e “utilizza la politica (…) anche per definire la propria identità”. Ma lo scontro delle civiltà si configura anche nei termini di una reazione rabbiosa alla distruzione dei legami comunitari provocata dal trionfo dell’Ultimo Uomo, ossia dalla catastrofe culturale che rappresenta il prodotto più genuino del trionfo del mercato e della riduzione dell’esistenza alla sola dimensione economica. La Lega non è mai stato un movimento di protesta qualsiasi destinato a rientrare nei ranghi ma il frutto maturo, non casuale, di una fase particolarmente traumatica della storia italiana che, in concomitanza con la crisi dell’universalismo cattolico e comunista, ha determinato i fenomeni di regressione e imbarbarimento dei quali si è più volte discusso sulla “Gru”. Tutto ciò trova un riscontro autorevole nello studio di Diamanti, secondo il quale il voto leghista non va inteso come un retaggio del passato ma come “un fenomeno ‘postindustriale’” che segnala la “crisi delle solidarietà politiche tradizionali”, in particolare di quelle di matrice democristiana: nell’Italia settentrionale, e in Veneto in particolare, “lo stemperarsi dell’identità religiosa fa sì che orientamenti di valore tradizionalmente radicati (…) quali il localismo, il particolarismo familista e individualista, la sfiducia verso lo stato, riemergano in una forma autonoma, non più legata alla mediazione della Chiesa, la quale invece aveva fornito finora a questi orientamenti una cornice universalista, rendendoli, fra l’altro, compatibili con le logiche normative e istituzionali”. A queste condizioni un cattolicesimo residuale, puramente feticistico e identitario, svuotato di ogni istanza di solidarietà cristiana (che, semmai, appare deformata in senso tribale), può tranquillamente combinarsi con il liberismo e con l’anti-statalismo più spinti: ma con quali conseguenze? In provincia di Varese un residente su quindici è straniero, spesso di religione musulmana, se si pone mente al fatto che fra i circa sessantamila “regolari” uno su sei è di origine albanese e uno su sette arriva dal Marocco. In alcune scuole elementari e medie del capoluogo gli alunni stranieri possono raggiungere un terzo degli iscritti: i fatti parlano di una provincia multietnica e multireligiosa che in buona parte non vuole riconoscersi come tale e che nelle pieghe e piaghe di questa rimozione psicotica alimenta l'eventualità del conflitto culturale. Di più: nella città che probabilmente è stata fra le prime a dedicare una statua a Umberto I e una piazza a Edgardo Sogno, lo scontro delle civiltà, in particolare il conflitto con l’Islam, è praticamente già in atto. Si pensi, per citare un caso fra i molti, alla surreale incapacità o non volontà di comprensione con la quale media e politici si sono affrettati a bollare nientemeno che come razziste alcune scritte in italiano e in arabo inneggianti alla Tunisia, al Marocco e a “Dio grande” (LINK: http://www3.varesenews.it/varese/articolo.php?id=136535) apparse nel marzo 2009 sui muri del teatro cittadino. A distanza di pochi mesi, viene pubblicato un appello sul bollettino ufficiale di un comune del Varesotto, Gerenzano, nel quale sono attivi uno sportello per la denuncia dei clandestini e un numero di cellulare a cui rivolgersi per segnalare individui "sospetti": “Questa amministrazione monocolore leghista”, esordisce l’appello firmato dall’assessore alla polizia locale e alla sicurezza, “che guida il Comune ormai da diversi anni, non ha mai (…) agevolato l’afflusso nel nostro paese degli extracomunitari”. Il comunicato prosegue elencando i “meriti” dell’amministrazione in tal senso, fra i quali quello di non avere mai autorizzato moschee, e si conclude con l’invito a non vendere né affittare case agli stranieri. In tutto il Nord, del resto, un’islamofobia ormai più che strisciante rischia di gettare nelle braccia del fondamentalismo un imprecisabile numero di immigrati la cui scelta di abbandonare i paesi d’origine non è stata certo dettata dal proposito di convertire l’Italia. "Siamo venuti a proporvi una domanda precisa: ci volete accanto a voi o no? (...) Sappiamo che ci sono tante cose in sospeso che pesano sulle nostre reciproche relazioni (...) Sappiamo che alcuni di voi non sono disposti ora a rispondere chiaramente", scrive la rivista "Il mondo arabo", pubblicata a Milano in edizione bilingue; e ancora: "Esiste davvero un'opportunità di dialogo di conoscenza tra noi? E quali sono gli strumenti? Chi inizia e da dove si comincia?". Ricordiamo le parole di Huntington: “I conflitti culturali più pericolosi sono quelli che corrono lungo le linee di faglia tra civiltà diverse”. Oggi - ecco il punto - queste linee di faglia attraversano le nostre città, e il passo decisivo verso la conoscenza e il dialogo dev’essere compiuto da chi si trova, anche suo malgrado, a ospitare, perché già l’atto di emigrare in quanto tale costituisce la più radicale e insieme dolorosa messa in discussione di sé stessi.
“nulla nessuno in nessun luogo mai”
Aldo Nove introduce nei suoi racconti riferimenti non sporadici a luoghi, a occasioni e soprattutto a stati mentali tipicamente varesini. La sua comicità splatter e volutamente esasperata descrive una società marcescente, nella quale la barbarie consumista rende tutto possibile, tutto permesso: ne è allegoria il personaggio di Superwoobinda che uccide i genitori “perché usavano un bagnoschiuma assurdo”. E’ legittimo avanzare l’ipotesi che nel mondo analizzato da Nove il liberismo dei produttori si saldi in modo perverso con il completo annichilimento di ogni senso della realtà e della morale: e, per tornare al nostro argomento, al di là degli atti di violenza perpetrati da alcuni giovani e giovanissimi ai danni dei coetanei di origine straniera, quello che in effetti più sconcerta per la percezione della sua normalità e ineluttabilità è l’intenso sentimento xenofobo nutrito da adolescenti quasi sempre cresciuti con i figli degli immigrati. Tutto ciò, ovviamente, non accade soltanto a Varese, e non soltanto nell'Italia settentrionale: qui però appare più devastante che altrove la perdita dei legami con la tradizione, l’avvenuta mutilazione della memoria e dunque della possibilità di un destino. Edoardo Zuccato, varesino come Nove, ricorda che ai ragazzi della sua generazione, nati negli anni Sessanta, veniva insegnato a non parlare in dialetto perché “si vedeva nel monolinguismo italiano la via maestra per l’emancipazione sociale”: ne è derivata, sostiene Zuccato, “un’instabilità permanente, nel senso che non capisco quale sia la mia lingua madre”. Questo avanzato processo di desertificazione, esemplificazione quasi paradigmatica del “nichilismo compiuto”, viene intuito anche dai gruppi musicali indipendenti varesini che nel 2002 pubblicano una compilation dal titolo emblematico di Ghost Town. Nelle parole di chi conosce il territorio nella sua specificità ambientale, storica e antropologica il dramma della ghost town è percepito con lucidità: «Il problema principale di Varese”, dice O. Cazzola di “Italia nostra”, “è il disorientamento: una città reale di 250mila abitanti che non sa cosa fare del proprio futuro»; secondo Hans-Peter Orlini, già assessore provinciale alle politiche sociali, «si deve recuperare quello spirito di comunità che, soprattutto nelle nostre zone, è venuto meno, travolto da altri interessi, e che ha portato ad una disgregazione del territorio»; G. Ragazzoni di “Telefono Amico” di Varese (uno dei primi centri dell’associazione sorti in Italia) rileva invece che «il disagio si allarga sempre più tra adulti che in teoria dovrebbero avere una famiglia, un lavoro consolidato, degli amici». In mezzo al deserto che cresce l’ideologia identitaria offre la speranza di un’oasi, di un approdo, ed è proprio nel prospettare questo miraggio, come ha spiegato Bauman, che consiste essenzialmente il suo fascino. Non è facile prevedere in che termini il disorientamento potrà coniugarsi, secondo la volontà espressa unanimemente dalle parti politiche locali, con la trasformazione della provincia di Varese, una volta capoluogo di uno fra i più importanti distretti industriali italiani, in meta catalizzatrice di un turismo soprattutto congressuale e culturale. Non sembra scandaloso supporre che nell’era della mercificazione la vocazione turistica si tradurrà in agevolazioni per supermercati e negozi, tralasciando gli aspetti fondamentali dell’ospitalità, a partire dalle infrastrutture ricettive e dalle attività ricreative, rare e di solito concentrate nel periodo estivo. A questo proposito la sede locale della Confeserecenti ha affermato senza mezzi termini: «Uno degli aspetti che abbiamo registrato in questi ultimi anni è quello di trovarci di fronte la città del "No": ogni iniziativa di spettacolo o altro trova sempre qualcuno che dice no per il quieto vivere». A volte la festa può rivelarsi un primo embrione di lotta contro la falsa tranquillità che nasconde nevrosi, disperazione, incapacità di comunicare: ma come può una civiltà di produttori apprezzare fino in fondo i piaceri dell’ozio?
La latitanza dei “dissidenti”
Se la subcultura comunitaria di marca leghista ha potuto attecchire e radicarsi, ciò è avvenuto anche per colmare a suo modo un vuoto, e cioè anche perché, come ammette A. Penna, ex presidente dell’Università Popolare di Varese, «dal punto di vista culturale siamo una città sottosviluppata». La cultura "alta" che avrebbe potuto opporsi all’imperversare del comunitarismo è stata mortalmente danneggiata dal suo egocentrismo esasperato e snob e soprattutto dalla subalternità a una concezione dell’uomo secondo la quale ciò che alla fine conta non sono le idee ma la visibilità, il successo, la brutale religione del lavoro. E’ inconcepibile che in una realtà difficile come questa le individualità dissidenti non si sforzino di raccogliere alla maniera di altrettante sfide all’ultimo sangue proprio quelle peculiarità antropologiche del territorio che fino a oggi, per molti, hanno funzionato da comodi alibi: la pruderie, il compiaciuto isolazionismo, la «diffidenza prealpina» decantata dall’ex sindaco Fumagalli. Ripetendo gli errori commessi dalla diaspora meridionale, anche gli immigrati stranieri, alcuni dei quali si sono riuniti dal 2006 nel meritorio movimento inter-etnico Ubuntu fondato dal senegalese Thierry Dieng (proprietario di una discoteca in città), si limitano per ora ad affrontare con un approccio puramente folcloristico, e quindi di fatto a negare, il problema di farsi conoscere il più correttamente possibile e senza vergogna, di sfatare i pregiudizi che li marchiano a fuoco. Sul fronte identitario bisogna segnalare l’azione metapolitica di fiancheggiamento operata dall’associazione “Terra Insubre”, fondata nel 1996, analoga per certi aspetti alla Società Filologica Veneta dalla quale nel 1980 nacque la Liga Veneta di Franco Rocchetta. Nello sforzo di riesumare la remota civiltà dei galli Insubri, che in età preromana abitavano un’area compresa tra Lombardia, Piemonte e Canton Ticino, l’associazione svolge, si legge nel sito internet, “una intensa attività di ricerca storica e archeologica sui popoli celtici, germanici e alpini che nel corso dei millenni maggiormente hanno influenzato le genti e la storia dell'Insubria e della Lombardia, dell'area padano-alpina e del mondo mitteleuropeo”. In occasione delle quattro principali festività celtiche l’associazione edita un trimestrale di studi sui “nostri antenati Celti, Goti e Longobardi” e sui temi “dell'ambiente, le tradizioni e le lingue locali, la gastronomia e la musica della nostra Terra”. Nel 2009 Terra Insubre ha organizzato la terza edizione del Festival Insubria terra d’Europa ospitando un esponente della cultura bretone come l’arpista Alan Stivell, che nel 1980 incise l’album Symphonie Celtique facendosi accompagnare, nel segno della contaminazione, da una cantante berbera e da un sitarista nepalese. Poco importa che non sia esattamente l’ibridazione l’obiettivo primario di Terra Insubre, come lascia bene intendere l’organizzazione del convegno internazionale sul tema Federalismo, identità ed etnocultura in Europa e di mostre didattiche dedicate alle guerre dei popoli celtici contro Roma, alle insorgenze antigiacobine e antinapoleoniche in Bretagna e in Insubria e così via. Non è vero, allora, che in Padania mancano le occasioni di festa: la festa c’è, ma non tutti vi sono invitati.
Una follia vitale
Come il navigatore solitario protagonista della Stanza del vescovo di Piero Chiara, che consuma la sua piccola disincantata odissea nel piccolo specchio d’acqua del Lago Maggiore, la Padania non crede nella verità dell’amore, lo considera un miraggio e un inganno destinato a dissolversi al più presto. Il disincanto nasconde un’attitudine potenzialmente autodistruttiva alimentata da pulsioni a lungo andare ingovernabili, al cui confronto il particolarismo e il provincialismo italiani denunciati da Gramsci fanno quasi tenerezza. Nessuna tattica potrà portare a risultati duraturi se non verrà preparata e accompagnata da una strategia di ampio respiro che cerchi di riempire un nulla gravido di conseguenze imprevedibili, che si sforzi di ripensare il significato stesso della socialità: una strategia, di cui oggi non si percepisce la minima traccia, da ritenersi tanto più efficace quanto meno spendibile in chiave elettorale. Ne è presupposto una visione forte della cultura che, negandone la sottomissione alla politica o all’economia, creda nella possibilità di influenzare concretamente la società, sia pure in tempi lunghi e in base a modalità spesso silenziose e sotterranee. Se il “disorientamento” di Varese è lo stesso che sembra diventato un patrimonio della maggior parte della nazione, è sicuro che questa crisi non troverà una soluzione adeguata né con l’intervento provvidenziale del mercato né con quello degli specialisti, dei tecnici del potere. A Varese la scommessa dei prossimi anni sarà quella di trasformare la ghost town più scontrosa e calvinista non nel nuovo prodotto seriale dell'omologazione monoculturale ma in una città reale aperta alle gioie e ai rischi della convivenza fra individui di svariate provenienze che, se vogliono, possano crescere contagiandosi, nutrendosi delle reciproche differenze. Si direbbe un’impresa degna di un personaggio come il folle Fitzcarraldo di Herzog: eppure oggi questa follia sta diventando una necessità vitale per tutti.
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