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[di Gianni D’Elia]
L'autunno delle idee, ecco, ho toccato…
Baudelaire, Il Nemico, v.5
I. La Musa indignata
II. Ai nostri Dioscuri
III. A Ingrao
IV. Oroscopo del giovane letterato
V. Nel buio stanzino
VI. Lo scriba selvaggio
VII. Preghiera del fiore
VIII. Certamen
IX. Nel CHORUS
X. Voci della Scuoletta Marchigiana
XI. Ritratto di Davide Nota
XII. L’odor dell’eresia
XIII. Il Nemico (da Baudelaire)
I. La Musa indignata
«Io sono così stufa dei poeti,
che trafficano come politici
al telefono i loro casi biechi,
dosando maldetti e inviti ai critici!
Con certe voci da rizzare il pelo
e far scappar via i piccoli gatti,
quante lumache, e che rospi di gelo,
a gracidare più forte dei fatti!
E quanta gelosia, quanto veleno,
che invidia e brama di laudi nei cuori,
che poetucoli da basso impero,
professori dell’astio e dei livori!
Io sono così stufa dei dottori!»
*
«E basta con quei giochini sui libri,
basta col club delle parole grame
battenti il nulla, in gabbia come tigri,
con rutilanti dizioni, rappame!
Basta coi romanzieri della crisi,
che sfornano un tomo caldo a stagione,
basta coi nonpoeti furbi e grigi,
basta coi versi senza rima e cuore.
Basta coi versi che non sono versi,
con gli a capo e i pensosi spiritismi,
basta con tutti i quadri e i toni persi
per vuoti saggismi e vacui sofismi.
Totale incapacità di visione,
basta di farti stampare il centone!»
II. Ai nostri Dioscuri
A te, che sempre fosti e sempre sei
il commissario politico morale,
compagno Initrof, o Fortini umorale,
e a Pasolini, voi eretici dèi,
il dioscuro del padre razionale,
il dioscuro del figlio pulsionale,
Pier Paolo e Franco, divisi fradèi,
per sempre uniti contro il capitale,
per la cara utopia che sempre vale,
voi l’uno un giorno o l'altro nostri e miei.
III. A Ingrao
Se guardi giù dal tuo 93° piano,
o dai trampoli che Proust diceva abbiamo,
quando si sale con gli anni abbastanza
da rivedere tutta la distanza,
che il golfo di Gaeta vedi chiaro
e tutta quanta la tua prima infanzia,
la gioventù di lotta e la speranza
del comunismo, noi da te lo sappiamo,
anche se solo il dubbio rode e avanza
in questo grande pantano italiano.
Ma tu dacci ancora la mano, Ingrao,
chiusa nel pugno e aperta alla danza,
compagno Pietro, cara costanza…
IV. Oroscopo del giovane letterato
A Loris Ferri
e Stefano Sanchini
Dice la Musa, al giovane che viene:
«Se, amico caro, non vorrai entrare
nelle stanze delle belle carriere,
patirai sempre ben più d’un volgare
a ostacolare le parole vere.
Si chiaman, da noi, Accademia e Baroni,
Avanguardisti, i più rimasti al palo,
Finta Sinistra, che ignora i bei tomi,
e l’Invidioso sempre, il più gran baro.
Molti nemici farai degli amici,
e a chi più darai più t’avrà beffato
con lettere stolte e pose da attrici,
la verità fuggendo e il ragionato.
Per tutti, tu, sarai poeta e capro,
vitello eretico, Orfeo rivoltato.»
V. Nel buio stanzino
C’è Don Chisciotte, che fuma disteso,
mentre guarda il cavallo che lo guarda,
povero Ronzinante, rotto e arreso,
se la fatica la pipa pare arda.
Lui no, sogna ancora, nella scarpiera,
per anni al buio di quel ripostiglio,
ancora Dulcinea e la Grande Era,
viso vagante dietro a ogni scompiglio.
Lo sguardo largo, quanto più sognante,
entra nelle fessure strette e assorte
del magro e stramazzato Ronzinante,
che sa quanto le gesta siano morte.
È come il desiderio, che in noi langue…
VI. Lo scriba selvaggio
Così sbottai, col mio amico alla guida:
«Quanto l’artificiale annoia e schifa!
Tutte queste anime con le cuffiette,
in contatto perenne con le dita,
come con le noccioline le scimmiette!
Navigano, chattano, e selected,
ma come sta bene fuor dalla rete
il cefalo, che nuota nelle secche,
io starò all’aria, finchè Lei non vede.
Lo schermo, che vorrebbe le mie frette,
non vale il foglio che batto nel sole,
lentamente, sulle mie macchinette,
che la corrente vinceranno sole.
Quando verrà il black-out, che pandette!»
VII. Preghiera del fiore
Cara, non sai se odi di più il fragore,
che le cascate di motori urlanti
dentro le finestre del nostro cuore
continuamente rombano agli istanti;
o la canaglia negli schermi, in vanti
di prosa, che spiffera a tutte le ore,
fighetti dei giornali e romanzanti,
mancati architetti, troie d’autore…
Che doppi punti, per questi sfioranti
l’arte, che solo nel poeta ha onore,
ci vorrebbero, per gli stronzeggianti,
che Roma e Milano in carriera muove!
Dacci un ritmare a parte, tu, Signore,
di esclamativi contro i senza cuore!»
VIII. Certamen
Di tutti messi insieme voi qualcuno,
mastro di cerimonia del gridare,
dire saprà perché è così digiuno
di musica, chi musica vuol fare?
Chiedete udienza al grano, ad onde e stelle,
rivolgetevi al popolo sovrano
del sole e delle nuvole sorelle,
vedete se vi arriva il battimano!
O massa di belanti pecorelle,
il solo vero grande slam è il tennis,
e gareggiando di racchetta io quelle
palle vi tirerei, passanti belli,
che fan scattare in piedi per il bis! bis!
IX. Nel CHORUS
A Federico e Mario Nicolao
La noia immedicabile che incombe
sulla piatta politica italiana,
è la stessa che scoscende le trombe
sfiatate della critica nostrana.
C’è chi prepara i cibi, chi li mangia,
e chi ne parla o non ne parla e trancia,
ma sono tutti la stessa persona
di un grande vuoto d’arte e di parola.
La cosa migliore è serbar le carte,
quando qualcuno coglierà la sola
cosa buona che nel cuore ci riarde,
e da ogni mansarda via se ne vola…
Umile e superba, l’ultima scuola,
ma il pericolo la noia non perdona.
X. Voci della Scuoletta Marchigiana
«L’unica gioia sotto il sole è il sole,
anni tremendi, in cui si svelò tutto
l’inganno popolare, il primo amore,
l’illusione di massa, il nero frutto.»
«Le mediocri baruffe letterarie
della nuova generazione in rivista,
evidenziano le tare annonarie
della dissoluzione di sinistra.»
«L’individualismo, la megalomania,
la stolta offesa e stolta autodifesa,
l’enfasi idealista di poesia,
la mancanza d’uditorio concreta.»
«Mai che si parta dalla terra bieca
in cui scontiamo vivi i nostri giorni,
mai il periscopio di un’inchiesta inquieta
che riemerga dall’io, verso i sobborghi.»
«Né opere forti, né intensi discorsi,
la morta società dà artisti morti,
e l’inganno del popolo ideale
ci dice oggi la miseria reale.»
«Viva l’educazione del pensare,
la pratica del sentire che sale,
la definizione di ideologia,
la visione del mondo e descrizione
di quanto è nel tuo cuore per la via,
la tua nascita, la tua concezione.»
XI. Ritratto di Davide Nota
O come un ragazzo di Caravaggio,
la rada barba sopra il viso tondo,
l’incarnato roseo, che ha il bel raggio
intorno agli occhi angeli, mite sfondo…
Il brevilineo marchigiano scatto,
l’energia di una posa da pastore,
la gioventù col branco sperso e matto
dei compagni suicidi di malore…
E questa resistenza di parole,
la palude comune dei precari
di un lavoro e di un’arte senza sole,
per rialzare la Gru contro i notari…
Scambiando per padri i frati maggiori,
la generosità dei disperati, brace
tra i call center che squillano i furori,
questa generazione arde, non tace…
L’estro dei versi è coscienza di pace,
e il rosso sul marrone ha tanti ori,
da tanta incandescenza aspetti molto,
il fuoco c’è, l’artista è un lungo ascolto…
Ora il ragazzo dipinge il suo volto.
XII. L’odor dell’eresia
All’Italia senza Papa
di Luigi-Alberto Sanchi
Non è l’odor del diavolo che senti,
o grande e intollerante ortodossia,
ma l’odor mandato dall’eresia;
bruciato da te, per secoli e menti,
vessato, incarcerato, torturato,
esposto al ludibrio degli obbedienti,
proibito dai libri dei sapienti,
arso vivo sul rogo sciagurato.
Ma adesso basta, almeno nelle carte,
per la sempre negata Intelligenza
neppure il Papa entrerà alla Sapienza,
per decreto di verità dell’Arte,
se il nostro fiore qui è d’Amore e Scienza,
nell’Autunno Inoltrato che si sparge.
XIII. Il Nemico (da Baudelaire) *
La gioventù non fu che buia bufera,
trapassata qua e là da risplendenti raggi;
il tuono e la pioggia l’han fatta così nera
che restan nel giardino pochi frutti scarlatti.
L’autunno delle idee, ecco, ho toccato,
se devi metter mano a pale e rastrelli
per rimettere a nuovo il terreno inondato,
dove l’acqua, come tombe, fosse fonde ha scavato.
E chissà se i fiori che sogno novelli,
nel suolo dilavato come un greto avranno in sorte
il mistico alimento del loro vigore?
Mangia la vita il Tempo, o dolore, o dolore,
e l’oscuro Nemico che ci rode il cuore
del nostro sangue perso cresce e si fa forte!
[2006-2009]
* Nota:
Il diluvio reazionario ci ha scavato la fossa. Qui si parla di una sconfitta (rossa) e vittoria (nera). Questo autunno inoltrato delle idee ci riguarda. Si può forzare l’interpretazione metafisica consueta del Tempo (Morte, Demone, Rimorso, Noia) come Nemico, e accogliere questo Baudelaire come critico e testimone (giovane, 34 anni) dell’autunno ideologico, della crisi utopica dopo il 1848, tra dubbio e speranza: che anche i “fiori nuovi” possano trovare il loro “mistico alimento” da una cultura devastata dalla politica, fino all’equivalenza tra Tempo del corpo e Tempo del Potere, del Capitale Totale, che succhia le vite umane. Testo del 1855, numero X delle Fleurs du mal.
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